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Con poco più di 12 milioni di euro il porto commerciale di Venezia ha messo le basi per tornare a diventare un porto di riferimento internazionale e raggiungere mercati che oggi non ha la possibilità di servire, dal Nord Europa al sud del Mediterraneo e oltre. L’investimento dell’Autorità portuale veneziana, con un finanziamento europeo di 900 mila euro, è servito per

recuperare l’immenso patrimonio infrastrutturale lasciato dalla grande industria degli anni Sessanta e Settanta, quando a Porto Marghera lavoravano più di 35 mila persone, e per rinnovarlo con sette nuovi binari, tre dei quali elettrificati.

Da ieri mattina, quando il nuovo parco ferroviario del porto è stato inaugurato,

si possono formare 50 treni al giorno da 700 metri l’uno, lo standard richiesto dai grandi player del trasporto internazionale.Entro la fine del 2013 si aggiungeranno altri quattro binari recuperati a Fusina, che serviranno le merci scaricate dai traghetti nel nuovo terminale delle autostrade del mare.

Attualmente il porto riesce a formare al massimo 40 treni la settimana, quindi 50 convogli al giorno più quelli di Fusina sono sovrabbondanti ma, appunto, è un investimento che guarda al futuro, sperando che la pesantissima crisi in atto venga superata. Come, allo stesso modo, è pensato per il futuro il bypass della stazione di Mestre:

attualmente i treni merci del porto possono varcarla solo di notte tra l’una e le cinque, per non incrociare i convogli passeggeri e il resto del traffico.

Perciò l’Autorità del presidente Paolo Costa sta discutendo con Comune, Provincia, Regione e Ferrovie il modo per far uscire i treni merci dal porto verso Chirignago e poi direttamente alla volta di Trieste, Bassano, Treviso, l’Europa, senza passare per la stazione di Mestre.

«Per un progetto simile ci vogliono sette anni, noi oggi non ne abbiamo bisogno ma dobbiamo essere preparati» ha detto Costa che ha ricevuto numerose autorità, tra le quali i presidenti di Confindustria Veneto e Venezia (Andrea Tomat e Luigi Brugnaro), l’assessore regionale Renato Chisso, il vicepresidente del Consiglio provinciale, Mario Dalla Tor, il vicesindaco Sandro Simionato, l’amministratore delegato di Rfi, Michele Mario Elia.

Proprio quest’ultimo ha ribadito come in Italia servano molti progetti simili a quello del porto di Venezia, dato che la ferrovia oggi porta meno del 10% delle merci e meno del 6% di quelle pericolose:

se si vuole approfittare dei dieci corridoi europei, quattro dei quali passeranno per l’Italia e tre per Venezia (sempre se verranno realizzati e, soprattutto, se verranno realizzati quelli che coinvolgono il nostro territorio), bisogna sviluppare infrastrutture.

Quanto al resto, per settembre, ha annunciato ancora Costa, i canali portuali raggiungeranno la quota massima di meno dodici metri di pescaggio, così nuove e più grandi navi potranno ormeggiare alle banchine di Marghera;

in secondo luogo è quasi pronto un accordo con Padova e Verona per una “navetta” ferroviaria che costituirà il primo passo verso un sistema interportuale del Nord Italia: invece di fare un treno che parte mezzo vuoto da Marghera, meglio farne uno pieno da Verona, invogliando così nuove compagnie a servirsi del nostro scalo.

Tutto ciò in attesa che partano i lavori per il porto offshore, in alto Adriatico, con 20 metri di fondali per le navi giganti:

il Cipe dovrebbe esaminare e dare il via libera al progetto nei prossimi giorni, poi l’Autorità comincerà a cercare finanziatori internazionali in grado di realizzare l’opera in project financing. Costa dice che questo è l’unico modo per dare un futuro alla portualità dell’Alto Adriatico e a Marghera in particolare, per questo è stato riconfermato alla guida dell’Autorità veneziana.

 

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