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LE MOTIVAZIONI DELLA  CASSAZIONE

Ora non ci sono più dubbi, i dirigenti che si sono succeduti, negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, al comando dei cantieri navali Breda di Porto Marghera, poi acquisiti da Fincantieri, sapevano della pericolosità mortale delle fibre d’amianto che si respiravano negli ambienti di lavoro e non hanno fatto il necessario per tutelare la salute dei loro dipendenti e perfino di alcune loro mogli che, per anni, hanno lavato e stirato le tute da lavoro dei loro mariti, respirando anch’esse le fibre killer. La Corte di Cassazione, infatti, ha reso note ieri le motivazioni della sentenza con cui, il 24 maggio scorso, ha respinto i ricorsi degli ex dirigenti della società navale contro la sentenza della Corte d’Appello di Venezia del gennaio 2011 che aveva riconosciuto profili di colpa nei loro confronti per non aver tutelato gli operai sui propri cantieri di Porto Marghera che costruiscono navi da crociera. Undici di loro, e tre loro mogli, erano poi morti a causa dell’inalazione di fibre di amianto.            Per gli ex direttori dei cantieri, Rinaldo Gastaldi, Corrado Antonini, Enrico Bocchini, Antonino Cipponeri, accusati di «omicidio colposo plurimo e omissione di cautele utili ad evitare le malattie professionali», sono state confermate sia le condanne da 2 a 3 anni e mezzo di carcere, con i benefici di legge, sia i risarcimenti a Regione, Inail (perchè «costretta a versare per legge a causa delle morti insorte per malattia professionale»), sindacati (Fiom-Cgil e Fim-Cisl) e alcune associazioni ambientaliste (Medicina Democratica, Associazione Esposti Amianto)che si erano costituite parte civile al processo iniziato nel 2005 dall’ex pm Felice Casson e portato a conclusione dal pm Gianni Pipeschi. La suprema Corte con la sua sentenza pone fine ai tre gradi di giudizio, senza risparmiare un duro atto d’accusa nei confronti degli ex dirigenti.            «L’amianto era talmente diffuso in Fincantieri«» scrive la Corte «da non potersi considerare la sua pericolosità per la salute dei lavoratori questione alla quale taluno degli imputati in responsabilità poteva dirsi estraneo, perché investito di un livello di vigilanza di più generale profilo. Né alcuno di loro può pretendere di andare esente da responsabilità assumendo di avere versato in stato di ignoranza».         «L’esercizio di attività lavorativa pericolosa», aggiungono i giudici «avrebbe imposto all’imprenditore l’approntamento di ogni possibile cautela, dalla più semplice e intuitiva alle più complesse e sofisticate, secondo quel che la scienza e la tecnica consigliavano. Non solo nulla di tutto questo venne fatto ma, al contrario, emerge dall’istruttoria una grossolana indifferenza degli imputati di fronte all’inalazione delle polveri tossiche».       Gianni Favarato

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