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Va garantito il collegamento ferroviario con il porto.

L’Unesco avverte: «È a rischio la nostra tutela di Venezia»

Ci sono anche i treni – e non soltanto gli aerei del vicino aeroporto di Tessera – sulla strada della realizzazione del mega Palais Lumière di Pierre Cardin. Un ostacolo non da poco, perché il sedime su cui dovrebbe sorgere la torre più alta del Veneto è oggi occupato dal fascio dei binari ferroviari diretti al Porto. Collegamento essenziale per la vita di uno scalo che ha progetti ambiziosi per il futuro. Come si potranno realizzare le grandi fondamenta del grattacielo senza interrompere la via di comunicazione vitale per il porto? «La soluzione è stata trovata, anzi dovrà essere trovata», dice il presidente dell’Autorità portuale Paolo Costa, «perché l’accordo di programma prevede come operazione preliminare alla costruzione proprio lo spostamento dei binari ferroviari». Un’opera piuttosto impegnativa, del costo di 350 milioni di euro, che porterà via qualche anno. Ma i progettisti e lo stesso Cardin hanno annunciato l’altro giorno a Marghera, davanti a mille invitati, che il grattacielo sarà pronto per l’Expo del 2015. Coro di consensi dalle autorità, con il presidente della Regione Luca Zaia che paragona il sarto veneto addirittura a «Lorenzo il Magnifico». Il sindaco Orsoni più che possibilista, il ministro per l’Ambiente Corrado Clini, che promette «procedure accelerate» per le bonifiche.

Ma tra la terra e il cielo ci sono di mezzo i binari. E non è ancora sciolto il nodo del traffico aereo con l’Enac, l’Ente per l’aviazione civile, che ha sollevato pesanti perplessità sul fatto che proprio sulla direttrice di atterraggio degli aerei sia costruita una grande torre alta due volte e mezza il campanile di San Marco.

Dubbi vengono rilanciati anche dall’Unesco. «Con queste opere Venezia rischia di essere cancellata dai siti Unesco di Patrimonio dell’Umanità», dice la presidente della sezione veneziana Lidia Fersuoch. E il responsabile europeo dell’associazione per la tutela del patrimonio artistico, Francesco Bandarin avrebbe confidato ai suoi amici veneziani lo «stupore» per un progetto che viene dato per già approvato quando non è ancora stato sottoposto all’esame degli organismi di tutela. Il richiamo è forte. Cardin, ultranovantenne, ha deciso di lasciare «un segno» sul territorio veneto. E ha scelto una torre da tre miliardi di euro, con uffici, hotel, teatri e negozi, promettendo 6 mila nuovi posti lavoro. Il progetto è dell’architetto Dario Lugato e dello studio Altieri di Lia Sartori, europarlamentare socialista. Intorno alla megatorre sale l’entusiasmo delle istituzioni, soprattutto di ex socialisti (come il vicepresidente della Regione Renato Chisso e lo stesso ministro Corrado Clini) e leghisti come Luca Zaia e Francesca Zaccariotto. Il Consiglio regionale ha anche proposto di consegnare a Cardin il premio «leone d’oro del veneto». Spara a zero invece la Cgil: «I terreni di Porto Marghera e i grandi discorsi sulle bonifiche servono solo per operazioni speculative che nulla hanno a che vedere con l’industria, il futuro e il nostro lavoro», dice il segretario della Filctem Cgil Riccardo Coletti.

Alberto Vitucci

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Ultima parola al Consiglio

Il progetto dovrà superare i dubbi emersi in Commissione

La kermesse per la presentazione del progetto del Palais Lumière a Marghera ha fatto il pieno di autorità e consensi. Ma sulla torre da 250 metri pende ancora la decisione tecnica – per nulla scontata malgrado le rassicurazione del ministro Corrado Clini e del governatore Luca Zaia – dell’Enac nazionale che deve decidere sulla richiesta di deroga dai limiti (145 metri) degli edifici in altezza nell’area dove dovrebbe sorgere la gigantesca torre, soggetta a vincolo del vicino aeroporto Marco Polo. Se questo scoglio sarà superato, l’Accordo di programma con l’autorizzazione definitiva della Conferenza di Servizio alla realizzazione della Torre di Cardin dovrà ripassare al vaglio del consiglio comunale di Venezia che potrà comunque, alla luce dei suoi contenuti, proporre modifiche.

«Il via libera dato dal consiglio comunale tenutosi prima di Ferragosto riguarda solo la partecipazione del sindaco alla Conferenza di Servizio che dovrà dare l’autorizzazione finale e unica al progetto di Pierre Cardin», chiarisce il presidente della Commissione Urbanistica del Comune, Giampietro Caporgrosso. «Il consiglio dovrà riunirsi, come prevede la legge, entro i trenta giorni successivi al sì definitivo della Conferenza di Servizio decisoria e in quella sede sarà chiamato a dare il suo assenso definitivo all’Accordo di Programma e proporre eventuali emendamenti e modiche alla luce di dubbi e perplessità che sono già emerse in seno alla commissione che presiedo e durante l’ultima seduta del consiglio comunale».

La questione principale che dovrà affrontare il consiglio comunale sarà l’esame dei contenuti del contratto con cui il Comune cederà i terreni di sua proprietà (circa 20 ettari occupati dal nuovo scalo ferroviario del porto che dovrebbe essere spostato) compresi nell’area che dovrebbe occupare il Palais Lumière, tra via dei Pili e via Fratelli Bandiera. «La conferenza di servizio, per la quale il consiglio comunale ha dato mandato al sindaco di partecipare», spiega ancora Capogrosso, «dovrà sancire costi economici, modi e termini con i quali si intende compensare e garantire la cessione delle aree di proprietà comunale a Pierre Cardin. Ciò potrà avvenire attraverso la semplice vendita delle aree ancora da bonificare a prezzi di mercato, compensati in parte o totalmente da opere di interesse pubblico, come interventi sulla viabilità o altro».

Del resto nella riunione della Commissione urbanistica del 13 agosto molti consiglieri comunali si sono chiesti: «Ma cosa faranno i lavoratori occupati nel cantiere quando la torre sarà completata? E che fine faranno, nelle vicine aree dove sono previsti il Vega 2, 3 e 4, la Fincantieri, il Porto e le altre attività industriali esistenti? E cosa faremo se i lavori si interrompono per la perdurante e grave crisi immobiliare che già ha fermato le torri dell’ex Umberto I?».

Gianni Favarato

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