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Gruppi di acquisto solidale la nuova tendenza: dai pannelli fotovoltaici alle gomme per auto. Le buone pratiche di Ponte nelle Alpi, Banca Etica, AriaNova, ColtivarCondividendo

VENEZIA «L’utopia concreta» esiste già. E giusto nel Veneto. Perché se Venezia ospita per quattro giorni la terza Conferenza internazionale sulla decrescita, nel Veneto le buone pratiche rivolte a un nuovo modello di sviluppo sono particolarmente diffuse. Non c’è una ragione particolare, se non nella sensibilità di centinaia di associazioni di volontariato, gruppi informali, comunità di famiglie che da tempo – magari deluse dalla politica – hanno provato a fare qualcosa di concreto a casa loro. «La crisi ha certamente accelerato il processo – spiega Gianni Tamino, tra i promotori del forum veneziano – ma in questa regione c’è da tempo un’intensa attività che promuove i nuovi stili di vita». Tra i progenitori di questi movimenti, nel 1994, l’Associazione Verso la Banca Etica di Padova, oggi la prima realtà italiana di questo tipo con 38 mila soci e 800 milioni di euro di raccolta bancaria a tassi, appunto, «etici». Ma anche i sempre più numerosi «farmer markets» che portano i produttori agricoli direttamente in piazza a vendere le loro produzioni. Coldiretti ne ha fatto un marchio: Campagna Amica, sfruttando la sempre maggiore attenzione al «chilometro zero». A Ponte nelle Alpi, l’87 per cento dei rifiuti è separato in modo certosino e i costi sono diminuiti, anche perché la gestione della raccolta è direttamente comunale, con la società Ponte servizi. L’anima del progetto è certamente Ezio Orzes, che ha sfidato il rischio incombente di una nuova discarica dando una svolta ai comportamenti (e alle tasche) dei cittadini. Il modello è quello del Consorzio Priula di Treviso, quasi mezzo milioni di abitanti serviti, che vanta il record nazionale della raccolta differenziata. Buone pratiche sono anche quelle dell’associazione «ColtivarCondividendo» di Tiziano Fantinel, che nel Bellunese si è messo in testa di recuperare le varietà antiche degli alberi da frutto e adesso può mostrare 35 varietà di fagioli bellunesi, dodici di mais, ma anche le insalate, i cereali, i cavoli. Tra Padova, Treviso e Belluno è attivo invece il più grande Gruppo di acquisto solidale d’Italia di pannelli fotovoltaici: partito dall’associazione «Aria Nova», coinvolge quasi un migliaio di famiglie. Adesso si sta adoperando per promuovere la «rigenerazione» dei pneumatici usati, con un risparmio per l’automobilista del 30 per cento. La distribuzione di stoviglie biodegradabili si sta invece facendo largo tra i consorzi rifiuti del Padovano e del Trevigiano. Consente un risparmio notevolissimo in termini di stoccaggio. A Villorba esiste un’impresa – la Ecobù – specializzata nella produzione di pannolini ecologici e lavabili, realizzati in bambù e cotone. La catena della grande distribuzione Auchan ha introdotto nei suoi centri commerciali i «dispenser» per la vendita di detersivi e cereali, evitando così l’impatto dell’imballaggio. Anche l’industria del denim sta lavorando attorno a questi temi, eliminando i processi di sabbiatura e introducendo il concetto «naturale» nel jeans che vuol dire risparmiare il 92% di acqua (per i ripetuti lavaggi) e il 30% di energia. Dal circuito dei gruppi di acquisto solidale, soprattutto tra Verona e Padova, è partito il marchio Eco-geco, un jeans interamente realizzato nel Veneto con cotone biologico e tinto con indaco naturale. Grazie all’introduzione di questi nuovi stili di vita, si registra anche nel Veneto il ritorno di giovani che scelgono di gestire un’azienda agricola. Non solo: nelle città e nei paesi è tornato di moda il riparatore. La rivincita dell’aggiustatutto.

Daniele Ferrazza

 

Il verbo degli obiettori di crescita

Le 8 “R” di Latouche: tra rivalutare, redistribuire, ridurre, riutilizzare e riciclare

VENEZIA – A prima vista i discepoli della decrescita potrebbero sembrare degli alieni, ma dopo un po’ che li si ascolta sembra di intravedere la luce in fondo al tunnel. «Sappiamo che quello che enunciamo sembra una grande utopia» afferma Serge Latouche, autodefinendosi obiettore di crescita «ma quando saremo nel fondo della crisi allora sembrerà la prospettiva più realistica». Ieri si è inaugurata al Teatro Malibran la conferenza di apertura di una full immersion di quattro giorni all’insegna di un movimento mondiale che sta riscuotendo sempre più successo. Il messaggio del popolo della decrescita è chiaro: esiste un nuovo modo di vivere che tiene in considerazione l’ambiente, valorizza la creazione di comunità e, soprattutto, rende tutti più felici. Latouche sintetizza i comandamenti della decrescita nelle 8 R (rivalutare, ricontestualizzare, ristrutturare, rilocalizzare, ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare), ma non è questo che può risolvere i guai dell’Europa. Per uscire dalla crisi ci vogliono delle rivoluzioni culturali che implichino la denuncia del programma economico dei governi europei, il coraggio di uscire dall’eurozona equiparata a una mostruosità intellettuale, la lotta contro i mercati finanziari e la rivalutazione del nostro rapporto con l’ambiente, tradotto per esempio in una nuova consapevolezza della terra e del fare agricoltura. Il problema della disoccupazione o il numero di suicidi di imprenditori in Veneto è, per uno dei guru dell’economia alternativa, un segnale di allarme che necessita un urgente cambiamento di modo di vivere. Bisogna rafforzare il chilometro zero, espellere i pesticidi, utilizzare le energie sostenibili, ma soprattutto, lavorare di meno: «Non significa che lavorando di più si guadagni di più» conclude «perché bisogna vivere meglio e ritrovare il tempo di sognare e di stare insieme». Non si può neppure obiettare che un modello di vita che segua i principi della decrescita non esista. In Veneto ne abbiano infatti diversi esempi, a partire da Spiazzi Verdi a Venezia o dagli orti sociali di Limena a Padova, e l’entusiasmo è crescente: «Il nostro territorio» spiega Gianni Tamino, presidente dell’Associazione Decrescita Veneto, docente di biologia ed esponente dei Verdi «ha la particolarità di essere costituito da piccole imprese legate a una cultura artigianale e tradizionale in cui il ruolo dell’uomo è rilevante. Per questo il Veneto può aprirsi a una cultura diversa puntando alla produzione di prodotti durevoli e aggiustabili. Adesso invece il mercato segue la direzione della produzione illimitata realizzando prodotti usa e getta o costringendo a cambiare l’intero prodotto anziché una parte. È una follia che produce solo rifiuti e spreco». «Si pensa alla crescita come soluzione» afferma l’ambientalista Rob Hopkins, fondatore del movimento Città in transizione «e non ci si rende conto che il futuro parte dal basso, dalla riappropriazione dell’energia da parte della collettività».

Vera Mantengoli

 

 

IL PROGRAMMA DELLA MANIFESTAZIONE

Il cibo buttato vale il 2,3 per cento del Pil

VENEZIA. 89 milioni di tonnellate di cibo buttato nella spazzatura, mediamente ogni famiglia spreca 1600 euro all’anno, un terzo di quanto si spende per i pasti quotidiani. Nel 2010 lo spreco è stato pari al 2,3% del Pil, dieci volte quanto viene destinato ai beni culturali, senza contare che nel 2012 abbiamo già sprecato 12,6 miliardi di metri cubi d’acqua usati per produrre 14 milioni di tonnellate di prodotti agricoli abbandonati nei campi. Numeri sufficienti a interessarsi al programma del Malibran.

Oggi 9 -11.30, Beni Comuni con Gianni Tamino e Matelda Reho dello Iuav. 17.15-19.15, Fonti: antropologo Arturo Escobar, Marcelo Barros teologo. Venerdì 21. Mattina: Lavoro con Mario Agostinelli sull’energia felice, Maurizio Pallante del Movimento Decrescita Felice. Sera, Scenari con Luca Mercalli . Sabato 22. Mattina, Democrazia con Marco Deriu Ass. Decrescita e lo storico Marco Revelli. Sera, tema Soggetti con l’economista Alberto Castagnola e il lavoratore Fiat Antonio Di Luca. Attività parallele: Altro futuro (cibo e artigianato). Aia in Laguna (autoproduzione). Immaginazione e Spiritualità (conferenza alle 21 in Basilica dei Frari con Marcelo Barros, Alex Zanotelli e Serge Latouche). Libri e Riviste (Scoleta dei Calegheri: non stop di presentazioni). Rassegna cinematografica (Giorgione, Teatro dei Frari e Casa del Cinema). Activity Workshop (Yoga, Biketour: Iuav. Teatro: San Leonardo ed Ex Chiesa Santa Marta. Costruzione turbina a vento a Forte Marghera. Design partecipato Magazzini del Sale a cura di Sale Docks).

 

L’OPINIONE

L’ABBONDANZA SIA FRUGALE

«Sarei tentato di dire che decrescita è il termine peggiore per descrivere il progetto di democrazia ecologica e di società di abbondanza frugale, ma dopo tutti gli altri»: così Serge Latouche, il più noto teorico di quella decrescita di cui si è aperta ieri a Venezia la terza conferenza mondiale (dopo Barcellona 2008 e Parigi 2004). Latouche è consapevole degli equivoci che circondano la provocatoria parola, ma lo è altrettanto del suo contenuto profondo. «Un ciclo di materia sostenuto da un flusso di energia»: questa è, biologicamente, la vita. La decrescita punta a difenderla, riducendo il consumo dissipativo di materia e di energia prodotto dall’attuale sistema economico e produttivo (e dall’ideologia che lo celebra). C’è stato un tempo, durato in effetti solo un paio di secoli, in cui grazie soprattutto al ricorso ai combustibili fossili, si è sviluppato un sistema sedicente capace di soddisfare illimitatamente bisogni sempre nuovi (un’illusione, e un disastro, che ha accomunato capitalismo e socialismo reale). Oggi materia ed energia si stanno deteriorando e impoverendo. La crisi attuale, al di là delle contingenze, è anche il riflesso economico e finanziario di questa crisi più radicale. La decrescita, scientificamente prima ancora che politicamente e culturalmente, mira a proporre antidoti a questa consunzione. A volte si pensa che sia un sinonimo di “sviluppo sostenibile”, ma non è così. A parte che con tale definizione si sono a volte pudicamente coperti veri e propri insulti all’ambiente, lo “sviluppo sostenibile” comprende spesso idee e politiche che cercano di proseguire la stagione storica dell’industrialismo e del consumismo limitandone i danni ma nella sostanza continuando come prima. Milioni di auto elettriche sono meglio di milioni di auto a benzina, ma la vera alternativa è una mobilità pubblica a basso impatto che non costringa alla motorizzazione privata. Enormi campi fotovoltaici (ma non su suoli agricoli) sono meglio di una centrale a carbone (o nucleare), ma la vera alternativa sono i piccoli impianti fotovoltaici diffusi e autogestiti in una rete democratica. Le barriere fonoassorbenti o un certo tipo di asfalto rendono più “sopportabile” un’autostrada, ma non più “sostenibile”. La decrescita va in direzione opposta. Critica l’illusione sviluppista e le sue ingiustizie anche economiche e sociali, e propone una linea di resistenza e di alternativa. Semmai, al crescente movimento che, in tutto il mondo, si impegna su questi temi, si potrebbe prospettare di assumere con più nettezza una sfida ulteriore. Oltre, cioè, a far “descrescere” l’attuale modello e a difendere e potenziare la “resilienza” degli ecosistemi (cioè la loro capacità di ricostituirsi malgrado i colpi ricevuti) si dovrebbe ora puntare a rigenerare la terra, localmente e globalmente, a bonificarla e a restituirla a se stessa e a usi ecologicamente appropriati e stili di vita più improntati a quell’abbondanza frugale tipica di una vita ricca di bisogni non fasulli, non creati né soddisfatti dal mercato. Venezia, città dove in origine perfino la terra è stato necessario materialmente creare, e dove questa terra, come l’acqua e l’aria, è adesso necessario bonificare e rigenerare, città da sempre sul limite del mare e del tempo, governata dagli astri e dagli elementi non meno che dall’ingegno (o dalla stoltezza) del genere umano, è oggi forse il luogo più adatto a ospitare questa epocale riflessione.

GIANFRANCO BETTIN

 

 

Libri e cd in condivisione a Padova c’e’ gia’ il baratto

Come per l’auto, è l’idea di «book sharing» lanciata da un edicolante padovano Tutto gratis, su un banchetto i clienti lasciano un volume e ne scelgono un altro

PADOVA – Leggere un libro e poi lasciarlo ammuffire su uno scaffale? No.Si può rimetterlo in circolo, farlo leggere ad altri. Si chiama book sharing (condivisione del libro), l’ha messa in pratica Andrea Lanata, edicolante di Padova. Oltre ad essere un’espressione intelligente di decrescita è anche una prova di civiltà culturale. Quando lo scorso dicembre ha cominciato col suo piccolo servizio di book sharing, il signor Andrea Lanata, un ex assicuratore genovese dal 1994 residente nella città del Santo, che tre anni fa ha deciso di cambiar vita e aprire un’edicola, non aveva più che un piccolo banchetto fuori dalla suo negozio in via Facciolati 104E, con un centinaio di libri. Ora, appena dieci mesi dopo, sul suo banchetto stracolmo si contano seicento pezzi fra libri, videocassette, cd, riviste e dvd. Di tutto: da libri storici a manuali, da romanzi a carte geografiche, c’è anche la sezione per bambini. Ogni mattina un capannello di avventori si forma davanti al banchetto del signor Lanata, depositano un libro e ne prendono un altro, la gente si scambia commenti sui libri esposti, legge e fa le sue recensioni. Il tutto senza spendere un centesimo. In via Facciolati a Padova, in realtà, accade quanto è già ampiamente diffuso in molti paesi. Il book sharing è gusto della cultura e del baratto: non si prende mai un libro senza averlo sostituito con uno che si è portato da casa, l’importante è che resti sempre qualcosa da leggere e scambiare. Vien da chiedersi per quale ragione in Italia questa pratica non abbia ancora preso piede. Non è certo per egoismo o inciviltà, perché «tutti seguono le regole e rispettano l’iniziativa» spiega il signor Lanata «anzi, molti vengono a portare libri, dvd e cassette che altrimenti butterebbero, senza prendere nulla in cambio. Il banchetto è a disposizione degli interessati ventiquattr’ore al giorno: di notte lo copro semplicemente con un telo per paura della pioggia e fino ad oggi nessuno ha danneggiato o rubato nulla… Quando facevo l’assicuratore lavoravo molto all’estero, e in paesi come Germania, Francia e Regno Unito lo facevano tutti, lasciando addirittura i libri, incustoditi, sulle panchine dei parchi e per le strade: mi sembrava interessante portare questa iniziativa anche nel mio Paese». Quella del signor Lanata per i libri è una passione che viene da lontano: «Mio nonno era un libraio molto conosciuto a Genova, e oltre alla collezione di famiglia (possiedo circa 8000 libri, fra cui alcuni incunaboli del ‘500) mi ha trasmesso la sua passione. Il fulcro del book sharing è proprio questo: l’importanza, il valore di un oggetto come il libro, di cui tutti meritano di fruire liberamente. Questo è il motivo del successo della mia iniziativa, che oltre ad essere un buon espediente anticrisi e a dare visibilità alla mia edicola, diventa anche punto di incontro: c’è chi mi ha chiesto di mettere un paio di tavoli e qualche sedia per potersi fermare a chiacchierare più a lungo. È un buon inizio, mi piacerebbe anche aprire una piccola libreria indipendente, un giorno».

Riccardo Cecconi

 

 

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