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Stefano Micelli, docente di Economia: «La gente ci chiede di far ripartire la locomotiva Nordest»

«Il modello di sviluppo veneto è stato un modello che ci sembrava robusto e che ci ha dato grandi soddisfazioni. Ma i dati del sondaggio ci dicono che oggi la gente non ha più fiducia in quel modello di crescita. Emerge con chiarezza una preoccupazione diffusa: “Fate qualcosa. Diteci che la locomotiva in cui abbiamo avuto fiducia può riprendere la sua corsa”. Dalla lettura dei numeri questa esigenza si percepisce con forza ed è necessario dare prontamente una risposta». L’analisi è di Stefano Micelli, docente di Economia all’Università di Ca’ Foscari di Venezia.
Chi è chiamato a dare risposte alle preoccupazioni del Nordest?
«La politica, innanzitutto. I risultati del sondaggio ci dicono che occorre rimettere mano ad alcune leve di competitività strutturali. Questo perché il modello Veneto non garantisce più una cosa fondamentale per tutti: il lavoro. Fino a prima della crisi la gente era convinta che non potesse essere messo in discussione e difatti le priorità nel 2008 erano altre: il costo della vita e l’aumento dei prezzi erano il primo pensiero, seguiti dalla criminalità e dall’immigrazione».
La crisi ha cambiato molto le cose?
«Dopo tanto tempo i veneti hanno paura della disoccupazione. C’è un trend in aumento dall’inizio della crisi, ma il dato si consolida dal 2011. Vorrei porre l’attenzione sul fatto che a vivere questo in maniera più drammatica non siano tanto i giovani, ma le persone con qualche anno in più, quelle che temono di essere messe da parte. Il picco riguarda la fascia d’età che va dai 34 ai 44 anni e quella tra i 55 e i 64. Persone che si presume siano già all’interno del mondo lavorativo, ma che vedono la propria posizione diventare sempre più fragile. Noi concentriamo molto l’attenzione sui giovani – ed è giusto, perché c’è fondata preoccupazione per il breve e medio termine – ma dobbiamo soffermarci anche su questi dati».
Paradossalmente i giovani sembrano avere altri pensieri
«Trovo curioso il fatto che i giovani tra i 15 e 24 anni si dicano preoccupati dalle tasse quando sono i meno toccati dall’aggravio fiscale. A 17-18 anni fanno la maturità, hanno altro a cui pensare. Evidentemente è un riflesso della grande visibilità che viene data dai media al dibattito sull’argomento. Con l’età – e con la crescita del reddito – la preoccupazione dell’imposizione fiscale tende a scendere: già sotto il 10 per cento tra i 35 e 44 anni. Una fascia d’età, quest’ultima assieme a quella tra 25 e 34 anni, in cui il primo pensiero è il costo della vita».
Tra le preoccupazioni c’è stato un balzo in avanti delle tasse dalla fine 2011. Effetto governo tecnico?
«Con il governo Monti si è passati dagli annunci di aggravi fiscali ad una politica serrata che vede da un lato gli aumenti dell’Iva e delle aliquote e dall’altro la lotta all’evasione, con il grande risalto dato ad operazioni come quelle di Cortina e Venezia. La sensazione è che le misure della lotta all’evasione siano concrete e sensibili dopo anni in cui i governi si limitavano solo ai proclami».
La preoccupazione per il caro-vita lascia il posto al timore della disoccupazione
«La preoccupazione che lega i due è inversamente proporzionale: prima della crisi ci si chiedeva se si poteva mantenere il proprio stile di vita, adesso il primo pensiero va al posto di lavoro e alla possibilità di mantenerlo.
Ci sono priorità sottovalutate?
«Alcuni elementi che abbiamo considerato a lungo come fondamentali per la qualità della vita (ambiente, traffico) sono in basso alla scala. Oggi ci sono problemi economici più stringenti. La questione è emersa con il caso Ilva: da un lato il lavoro, dall’altro la qualità dell’ambiente e la qualità della vita. A lungo i politici hanno detto che non dovevano essere due aspetti in contrapposizione, adesso invece siamo di fronte proprio a quello che si voleva evitare».

 

L’INDAGINE

LA DOMANDA DELLA SETTIMANA –  Quali ritiene che siano i problemi più gravi che oggi occorre affrontare nella sua regione per migliorare l’attuale livello di vita

Nordest, la prima emergenza diventa la disoccupazione

Per il 44% è la criticità più grave, molto staccate le tasse (12,2%) e la sanità (11,8%)

ll lavoro allarma il 50 per cento dei nordestini che hanno da 35 a 64 anni

Fino al 2008 le priorità erano costo della vita, criminalità e immigrazione. poco interesse per l’ambiente

Disoccupazione: sembra essere questa la prima emergenza per i cittadini di Veneto, Friuli-Venezia Giulia e della provincia di Trento. L’Osservatorio sul Nord Est, curato da Demos per Il Gazzettino, si occupa oggi dell’agenda delle priorità che la popolazione individua per migliorare il livello di vita nella propria regione. Sopra ogni altra questione, svetta quella lavorativa: è il 44% degli intervistati ad individuarla come problema più urgente. Seguono, a grande distanza, tasse, qualità dei servizi sociali e costo della vita (tutte intorno al 12%). Immigrazione e criminalità comune raccolgono entrambe circa il 6% delle indicazioni, mentre chiudono il deterioramento ambientale e la viabilità (rispettivamente: 5 e 3%).
Secondo gli ultimi dati resi noti dall’Istat, in Italia, nel secondo trimestre di quest’anno, il tasso di disoccupazione si è stabilizzato poco sotto all’11%. In Veneto, Friuli-Venezia Giulia e nella provincia di Trento si registrano dei tassi più contenuti (compresi tra il 6 e il 7%), ma ciò non impedisce ai nordestini di porre proprio su questo la maggiore attenzione.
Secondo gli intervistati da Demos, infatti, il primo problema da affrontare è la disoccupazione (44%). Rispetto allo scorso anno, la crescita è di quasi 7 punti percentuali, ma è dal 2009 che la tematica lavorativa occupa stabilmente il primo posto dell’agenda. A grande distanza seguono le altre problematiche: tasse, qualità dei servizi socio-sanitari e costo della vita raccolgono circa il 12% delle indicazioni ciascuna. Tra queste, nell’ultimo anno le tasse segnano una netta crescita (+5 punti percentuali), mentre appare stabile la qualità dei servizi socio-sanitari; in calo (-4 punti percentuali) il costo della vita. Immigrazione e criminalità comune raccolgono oggi il 6% delle indicazioni, e anche in questo caso assistiamo a una contrazione della quota di intervistati che le segnalano (rispettivamente: -5 e -3 punti percentuali). Chiudono il deterioramento ambientale (5%) e la viabilità (3%), entrambi stabili rispetto al 2011.
Osserviamo ora le prime quattro problematiche, che insieme raccolgono quasi l’80% delle questioni da affrontare con maggiore rapidità, e vediamo quale profilo sia possibile individuare per ognuna. La disoccupazione è, in ogni settore considerato, il problema più urgente da risolvere. Tuttavia, le maggiori tensioni sul lavoro sono rintracciabili tra le persone di età centrale (35-64 anni), mentre, guardando alle professioni, vediamo come siano in misura maggiore liberi professionisti, disoccupati e casalinghe a mostrare le preoccupazioni più estese. Politicamente, sono soprattutto gli elettori di Pd, Idv, Udc e Mov. 5 Stelle ad indicare la disoccupazione come emergenza.
Le tasse, invece, sembrano essere una questione che preoccupa soprattutto i giovani under-34. Guardando alla categoria socio-professionale, poi, in relazione a questo tema emerge una preoccupazione più ampia tra operai, imprenditori e disoccupati. Dal punto di vista politico, invece, troviamo una presenza superiore alla media di elettori della Lega Nord. La qualità dei servizi socio-sanitari, poi, è indicata in misura maggiore da anziani e pensionati, oltre che dai liberi professionisti, mentre politicamente sono gli elettori dell’Idv ad avvertirla maggiormente. Il caro-vita, infine, appare maggiormente problematico per le persone di età compresa tra i 25 e i 44 anni, impiegati e liberi professionisti. Dal punto di vista politico, la preoccupazione per l’aumento dei prezzi è presente soprattutto tra i simpatizzanti di Pd, Pdl e Udc.

L’Osservatorio sul Nord Est è curato da Demos & Pi per Il Gazzettino. Il sondaggio è stato condotto nei giorni 6-8 settembre 2012 e le interviste sono state realizzate con tecnica CATI da Demetra. Il campione, di 1008 persone (rifiuti/sostituzioni: 5243), è statisticamente rappresentativo della popolazione, con 15 anni e più, in possesso di telefono fisso, residente in Veneto, in Friuli-Venezia Giulia e nella Provincia di Trento, per area geografica, sesso e fasce d’età (margine massimo di errore 3,08%). I dati fino al 2007 fanno riferimento solamente al Veneto e al Friuli-Venezia Giulia. Natascia Porcellato, con la collaborazione di Fabio Turato, ha curato la parte metodologica, organizzativa e l’analisi dei dati. Beatrice Bartoli ha svolto la supervisione dell’indagine CATI. Lorenzo Bernardi ha fornito consulenza sugli aspetti metodologici. L’Osservatorio sul Nord Est è diretto da Ilvo Diamanti. Documento completo su www.agcom.it.

 

LA SCHEDA

E in Veneto i senza lavoro  sono gia’ arrivati al 6 per cento

Nessuna ripresa in vista, il Pil del Veneto nel 2012 si ridurrà dell’1,5% e gli effetti della crisi sull’occupazione proseguiranno per tutto l’anno con una perdita di unità lavoro stimata dell’1,2%.
Un quadro tutt’altro che incoraggiante quello tracciato dalla relazione su “La situazione economica del Veneto nel 2011″, rapporto curato dal Centro Studi di Unioncamere del Veneto giunto alla sua 46. edizione. Secondo le stime più recenti, nel 2012 il Veneto registrerà una flessione del Pil pari al -1,5%. La contrazione sarà determinata da un forte calo degli investimenti delle imprese (-3,8%) e da una decisa contrazione dei consumi delle famiglie (-2,4%), sulla quale pesa la previsione di un ulteriore aumento dei prezzi al consumo. A tenere sarà la componente estera: export +4,4%, mentre le importazioni dovrebbero contrarsi dell’1,7%. Gli effetti della crisi sull’occupazione proseguiranno per tutto il 2012 con un calo dell’1,2% delle unità lavoro e il tasso di disoccupazione risalirà al 6%.
Il Veneto ha chiuso il 2011 con una modesta crescita del Pil del +0,6%, decisamente inferiore al tasso di sviluppo del 2010 (+3%).

 

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