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REPLICA A BAITA

La replica è pepata. E prende spunto dall’intervista rilasciata l’altro giorno al Gazzettino dall’imprenditore veneziano Piergiorgio Baita, presidente della Mantovani spa, a capo della cordata per il Mose che ribadiva la necessità di un “progetto condiviso” per la futura gestione del sistema della paratoie mobili.
Così, presa carta e penna, il consigliere comunale di “In Comune”, Beppe Caccia, ha deciso di replicare alle dichiarazioni di Baita.

«Sarebbe opportuno – attacca Caccia – che faccia chiarezza e illustri pubblicamente con grande trasparenza, visto che si tratta di risorse pubbliche, i conti del Consorzio Venezia Nuova. Da quanto è partito il progetto nel 1984 va detto che solo una parte del denaro va a finanziare le opere mentre una gran parte va a sostenere qualcos’altro. Voglio proprio vedere come verranno spesi, in tempi di austerità, i 1.250 milioni di euro stanziati per il Mose da quello stesso Governo che ne nega 50 già deliberati per la Legge speciale. Ma quello che si deve sapere è che il 12 per cento va a pagare non i lavori o le progettazioni, ma serve per l’attività di management del Consorzio Venezia Nuova: ciò significa che questa attività verrà finanziata nei prossimi quattro anni con 250 milioni di euro, oltre 60 all’anno. Si tratta di cifre assurde e del tutto spropositate. Se si dà un’occhiata alle attività affidate all’esterno dal Consorzio, si vede che si può arrivare anche a 300 milioni».

Caccia lancia l’affondo:

«E allora come verranno spesi i 950 milioni rimasti? – si domanda il consigliere comunale – Attraverso l’affidamento alle imprese del Consorzio e senza gara d’appalto. Dunque dei 1.250 milioni circa il 50 per cento, cioè 600 milioni non vanno a pagare le opere, ma vanno ad un ristretto numero di persone che realizzano superprofitti impressionanti. Quando l’opera sarà finita della cifra spesa, solo poco più della metà sarà stata effettivamente spesa per le opere di salvaguardia. Tutto ciò non fa che produrre distorsioni dell’etica e del mercato. Lo “scippo” dell’Arsenale è solo l’estremo esempio. Questa è la vera posta in gioco intorno al futuro dell’area di Castello».

P.N.D.

 

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