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RIVIERA DEL BRENTA – Dossier-denuncia dei terzisti delle calzature di lusso contro lavoro nero e concorrenza sleale

«Abbiamo indicato alla Finanza nomi, targhe e luoghi: non è cambiato nulla»

«I calzaturifici approfittano delle prestazioni sotto-costo»

A volte ci si deve improvvisare investigatori privati per cercare di salvare lavoro e libera iniziativa economica.

«Si faccia un giretto il venerdì pomeriggio sul retro di importanti calzaturifici della Riviera del Brenta. E vedrà i cinesi che fanno la fila. Arrivano con Bmw, Cayenne, Audi, tutte macchine di grossa cilindrata. Sono lì per prendere gli ordini dalle aziende che producono il top delle calzature che rendono famoso il made in Italy nel mondo».

Tutto sottobanco, ovviamente.

«Poi lavorano anche di notte durante il week end per completare le ordinazioni. Noi abbiamo visto e denunciato tutto alla Finanza e alla magistratura».

Una decina di giorni fa, come segretario regionale di FederModa della Cna, Matteo Ribon ha promosso con l’Associazione Tomaifici Terzisti Veneti la manifestazione degli artigiani veneziani e padovani che a Stra sono scesi in piazza per denunciare la tolleranza che sembra proteggere il lavoro “in nero”, senza controlli nè tasse, senza regole nè norme di sicurezza, dei cinesi. Che nel cuore del distretto veneto della calzatura (più di un miliardo e mezzo di fatturato annuo) hanno trovato l’habitat propizio per riprodurre ciò che hanno fatto a Prato, dove ora controllano l’intero sistema produttivo.

«Questo non è il frutto delle regole di mercato, ma di una concorrenza sleale che si appoggia su connivenze e interessi dei calzaturifici – attacca Ribon – e anche sull’inerzia di chi dovrebbe investigare, reprimendo un fenomeno fuorilegge».

Parole che pesano, ma che trovano un fondamento negli effetti deludenti delle denunce che Attv e Cna hanno presentato nell’arco di un anno e mezzo.
Dietro la protesta di qualche giorno fa ci sono un paio di documenti molto circostanziati che furono spediti al Comando Provinciale della Finanza di Venezia e alla Procura della Repubblica. Contenevano i risultati di un lavoro di intelligence senza precedenti. Con nomi di imprese cinesi che avrebbero pianificato il “lavoro in nero” e delle ditte italiane che se ne avvalgono a fini di lucro (abbattimento dei costi, aumento degli utili). Addirittura con i numeri delle targhe di chi si reca a prendere le ordinazioni.
Il risultato?

«Non è accaduto pressochè nulla. I cinesi imperversano e noi siamo qui a rischiare la chiusura»

è la risposta che viene dall’Attv. Non hanno lasciato nulla di intentato i terzisti italiani, interessando molto civilmente le strutture investigative e politiche (anche il governatore Luca Zaia). Il dossier che hanno presentato è impressionante. Le Grandi Firme si rivolgono ai calzaturifici, che interessano a valle i terzisti per la realizzazione dei prototipi e per la produzione vera e propria.

«Ma non più agli italiani, visto che dal 2000 hanno chiuso 150 tomaifici locali, bensì ai cinesi che hanno creato nello stesso periodo 300 nuovi laboratori. E lo fanno in violazione della legge e in spregio alle regole della concorrenza». Una denuncia pesante. «Molti lavoratori cinesi non sono in regola. Operano con orari e modalità inconcepibili, senza pagamento di straordinari, festivi, notturni, ferie e permessi. Lavorano in pigiama perchè se arriva un controllo si mettono a letto. I locali sono insalubri, non vi è rispetto per le norme di sicurezza».

A questa prima parte si accompagnava la denuncia di omissioni fiscali, nel caso della produzione in “nero”. Ma anche di sovrafatturazioni illecite: ai cinesi viene pagato un corrispettivo stracciato di 10 euro all’ora, mentre gli italiani sotto i 15 euro non campano. Ebbene, secondo i terzisti italiani, molti cinesi fatturano 15 euro all’ora, ricevono i pagamenti, ma poi restituiscono la differenza di 5 euro all’ora in contanti. Altre irregolarità riguarderebbero i documenti di consegna, vista la quantità prodotta fuori dai controlli.

«Un tomaificio con cinque dipendenti – è scritto nella denuncia – ha un fatturato di due-tre volte superiore ai nostri, a parità di forza lavoro ufficiale. È impossibile. Basterebbe incrociare i dati per provarlo».

Il dossier si conclude con nomi e cifre. I calzaturifici che si rivolgono ai cinesi sarebbero almeno 11 in provincia di Padova e 33 in quella di Venezia. I tomaifici cinesi censiti e da controllare sarebbero almeno un’ottantina, da Vigonza a Piove di Sacco, da Stienta a Fossò, da Vigonovo a Camponogara, in almeno 24 Comuni diversi. Le targhe dei piccoli imprenditori cinesi che vanno dal calzaturieri a prendere il lavoro? Ne sono state fotografate e trascritte 37.

 

 
IL GENERALE RAVAIOLI

«Gli esposti devono sempre essere verificati. Abbiamo scoperto evasioni per due milioni»

«Abbiamo raggiunto risultati importanti nelle indagini sui laboratori cinesi. Abbiamo denunciato la sottrazione di ricavi e costi non deducibili per 2 milioni di euro. E un’evasione Iva per 200 mila euro». Il generale Marcello Ravaioli, comandante provinciale della Finanza di Venezia replica così alle insinuazioni di un’azione repressiva troppo blanda. «Di più non posso dire, per ragioni di riservatezza. In ogni caso le denunce o gli esposti richiedono riscontri oggettivi, qualcosa di più di semplici nomi. Anche perchè, da quanto abbiamo accertato, qualcuno dei soggetti cinesi indicati è già andato via. In quel mondo c’è un’estrema volatilità».
Ad accendere un faro sul fenomeno è stato Domenico Cuttaia, prefetto di Venezia. Ha proposto «la stesura di un protocollo, per definire modalità operative congiunte per il contrasto delle situazioni irregolari, sia sotto l’aspetto fiscale e contributivo che per l’impiego di manodopera clandestina».

 

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