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Gazzettino – Ilva, anche Marghera rischia

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

27

nov

2012

ECONOMIA – Il terminal locale non riceverebbe più l’acciaio da inviare alle aziende

Ottanta dipendenti senza lavoro se verrà confermata la chiusura di Taranto

Se sarà confermata la decisione dell’Ilva, di chiudere l’impianto a freddo, ossia metà fabbrica di Taranto, Marghera sarà il primo sito periferico a chiudere quasi con effetto immediato, e i suoi 80 dipendenti finiranno su una strada. Mentre, infatti, altre realtà del gruppo Riva hanno hanno scorte per lavorare acciaio per alcune settimane, la sede veneziana in via dei Sali 1 è solamente un terminal portuale: riceve via nave l’acciaio da Taranto, lo scarica e lo carica su camion e treni diretti alle aziende di trasformazione. Oltre che da Taranto, l’Ilva di Marghera riceve prodotto anche da Salonicco in Grecia, dove c’è un’altra realtà Ilva. Potrebbe, dunque, rimanere un po’ di lavoro per la sede veneziana ma da quel che dicono i sindacati non sarebbe in grado di tenerla in vita.
Per questo anche i rappresentanti dei lavoratori di Porto Marghera sono estremamente preoccupati e parteciperanno alla manifestazione di protesta che si terrà giovedì a Roma per chiedere l’intervento del Governo affinché tuteli la salute della popolazione tarantina ma anche l’occupazione italiana. A Taranto, infatti, lavorano 11 mila e 500 persone, è il fulcro di tutte le attività del gruppo Riva, ma a Genova ce ne sono altre 1600, a Novi Ligure 800, a Racconigi (Cuneo) un centinaio e 80 a Marghera. A Taranto, a causa della decisione dell’azienda, ci sono 5 mila lavoratori a rischio immediato, e altri 2500 sono sparsi per l’Italia compresi gli 80 veneziani (tra portuali e una piccola parte di manutentori e impiegati).
Tra loro regna il pessimismo perché, dopo il primo intervento del Tribunale del riesame di Taranto, che il 7 agosto scorso aveva sequestrato, perché inquinanti, 6 impianti dell’area a caldo imponendone il risanamento, la nuova operazione di ieri, con l’arresto di sette persone tra vertici dell’azienda e dipendenti pubblici, ha ulteriormente aggravato la situazione. E anche l’intervento del Governo che, con un decreto legge, quest’estate aveva stanziato 336 milioni per bonifiche, interventi portuali e rilancio industriale, appare come un brodino freddo rispetto alle accuse mosse dai magistrati pugliesi che comprendono disastro ambientale aggravato, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, avvelenamento di acque e sostanze alimentari, concussione e corruzione in atti giudiziari.

 

 

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