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Cinque denunciati, tra i quali tre clandestini. Comminate multe per 112 mila euro Cossu (Ispettorato): «Molti arrivano soprattutto nel weekend, anche da altre regioni»

MESTRE. Alcuni arrivavano solo per il fine settimana anche da Ancona, altri risultavano al lavoro come stagisti o affiliati con partita Iva, per non dire di quelli in nero. Gli imprenditori cinesi scoprono la flessibilità, per rispondere alle richieste dei committenti, italiani.

Vasta operazione contro il lavoro nero condotta dai carabinieri della Compagnia di Chioggia in collaborazione con la Guardia di Finanza di Mirano e Chioggia e l’ispettorato del lavoro. I dati parlano di 35 laboratori controllati, soprattutto tomaifici, dal 21 al 27 novembre, con irregolarità in materia di lavoro riscontrate in 16 laboratori di cui 14 sono stati chiusi – ma 12 hanno già riaperto, chiedendo la revoca della sospensione – perché impiegavano manodopera in nero con una percentuale superiore al 20% della forza lavoro presente. I lavoratori controllati sono stati invece 161, di cui 41 trovati a lavorare in nero – tra loro anche tre clandestini, numero ridotto rispetto ai recenti controlli. Cinque i denunciati: i tre clandestini più i due titolari dei laboratori per aver li impiegati. Nel complesso le sanzioni amministrative comminate sono di 112 mila euro, una somma calcolata per difetto, e che si conoscerà nei dettagli non appena verranno verificate tutte le irregolarità.

«Non è stato facile eseguire questi controlli» spiega il capitano Antonello Sini che guida la compagnia di Chioggia «anche perché questi sono laboratori che si trovano in zone nascoste, i vetri delle stanze sono spesso oscurati, e quasi tutti sono dotati di telecamere all’ingresso». Certo non per tenere alla larga i ladri, ma proprio per controllare che non arrivino le forze dell’ordine. E infatti, in un caso, entrati nel laboratorio, i carabinieri l’hanno trovato vuoto.

Ma è bastato loro fare la scala interna, per scoprire che tutti, operai cinesi e titolare, si erano rifugiati al piano superiore. Il controllo dei giorni scorsi ha permesso di capire meglio anche come cambiano le abitudini degli imprenditori cinesi, come spiega Franca Cossu, a capo dell’Ispettorato del Lavoro di Venezia. Con una premessa: a richiedere gli ordini sono sempre i grandi marchi della moda e del settore calzaturiero anche se, ripetono tutti, non è detto che sappiano dove vengono prodotte le scarpe, perché spesso i cinesi lavorano in sub-appalto per altri artigiani italiani.

«Hanno aumentato la loro capacità di flessibilità» spiega la Cossu «e per la prima volta assistiamo a migrazioni del fine settimane, per rispondere alle richieste di commesse». E’ il caso di alcune massaggiatrici arrivate da Ancona trovate a lavorare il cuoio: bastava guardare loro le mani per capire che quello non era il loro lavoro abituale. Come detto 14 laboratori sono chiusi, ma 12 hanno già riaperto: i titolari si sono presentati all’ufficio dell’Ispettorato del lavoro per chiedere la revoca della sospensione. Funziona così: pagano 1.500 euro di multa, regolarizzano i lavoratori in nero, pagando i contributi arretrati, e possono ripartire. E considerando che tutti i lavoratori in nero dichiarano di essere al primo giorno di lavoro, si tratta di pochi spiccioli.

«Una carenza normativa su questo punto c’è», ammette la Cossu. E intanto è al lavoro anche la Finanza, che a fronte dei 34 laboratori, come spiega il comandante di Mirano, Salvatore Casabranca, ha attivato 40 controlli fiscali, relative ad altre partite iva trovate dai lavoratori. Bisognerà inviduare i titolari di fatto, e non di diritto (spesso prestanome) delle società: coloro che trattano per le commesse e gli ordini.

Francesco Furlan

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«Ora colpite anche i loro clienti»

Appello di Ribon (Federmoda): bisogna confiscare i beni dei loro committenti

STRA. «Un grande risultato da parte delle forze dell’ordine, ma non basta. Ora bisogna fermare l’illegalità diffusa e scoprire e sanzionare i committenti di questi imprenditori cinesi. Siano essi nostrani o esteri. Chi compra o commissiona merce proveniente da un sistema di lavoro come quello dei laboratori cinesi deve esser fatto chiudere e confiscati i beni di proprietà». Matteo Ribon, segretario regionale di Cna Federmoda, commenta così l’operazione messa a segno dai carabinieri di Chioggia, Guardia di Finanza e ispettorato del lavoro di Venezia. La Cna ricorda la manifestazione dello scorso 12 novembre in cui proprio gli imprenditori avevano lanciato l’allarme. Il primo forte segnale di stop ai laboratori cinesi privi di regole. «Finalmente qualcosa si muove» dice Ribon «ma questo deve essere solo l’inizio. Il 12 novembre scorso a Stra eravamo scesi in piazza con gli imprenditori e loro lavoratori, assieme all’Associazione terzisti tomaifici veneti per denunciare la situazione di illegalità diffusa nella Riviera del Brenta. Ma i controlli ora non devono fermarsi e non devono interessare solo i laboratori cinesi, perché da dopodomani queste imprese illegali ricominceranno di nuovo a lavorare per i loro usuali committenti. È stata data una spolverata al mobile, ora bisogna aprire questo mobile e scoprire cosa c’è dentro».

Per Federmoda e l’Associazione tomaifici veneti (Atv) c’è una sola domanda da porsi: per chi facevano le scarpe queste ditte irregolari? a quali condizioni? «A nostro parere» spiega Ribon «anche i committenti devono essere perseguiti se danno commesse di lavoro a laboratori irregolari».

Infine una proposta choc per smascherare e colpire chi lavora fuori dalle regole. Federmoda e Atv propongono, oltre all’introduzione della responsabilità solidale dei committenti qualora ne venisse dimostrato in maniera incontrovertibile il legame di lavoro (ordini, fatture, bolle di accompagnamento) anche l’ interdizione o sospensione dell’attività imprenditoriale per una durata cospicua. Ma non solo: si passi alla confisca immediata dei prodotti, materie prime, attrezzature, capannoni e la distruzione del materiale prodotto illegalmente e un controllo incrociato sui consumi di energia elettrica intesi come consumo totale dei Kw e fascia oraria di utilizzo». Insomma si colpiscano i cinesi che sfruttano lavoratori in nero, ma pure quelle aziende che si servono di quelle cinesi per commercializzare prodotti che poi stanno sul mercato a prezzi bassi.

Alessandro Abbadir

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Terzisti, tutti i conti che non tornano

STRA. Aumentano gli imprenditori cinesi, ma la produzione nel calzaturiero cala. Le aziende nostrane resistono o fanno fatica a tenere il passo, ma invece quelle gestite dagli orientali si moltiplicano. Il fenomeno sta nei numeri. La produzione di scarpe nel 2001 era di 21 milioni e 372 mila paia, ma nel 2011 era di 10 milioni 874 mila paia. Sono diminuiti anche gli addetti, come sottolinea Matteo Ribon (in foto), visto che il settore della calzatura rivierasco è noto soprattutto per essere un settore che vende scarpe di lusso, ma anche per target di clientela media.

Gli addetti sono passati da 14.260 del 2001 a 10.516 del 2011. È emblematico insomma che a fronte della tenuta della produzione e del fatturato, calino aziende, occupazione e soprattutto crolli il numero delle aziende terziste italiane- mentre crescono in modo esponenziale quelle gestite da cinesi.

Produzione e fatturato del comparto si confermano nel decennio: quasi 20 milioni di paia di scarpe e 1,65 miliardi di euro nel 2011 contro 21 milioni di paia e 1,68 miliardi nel 2001, un export pari al 90 %.

Si registra una flessione del 14 % dei calzaturifici (da 167 a 143) ed un forte calo dei tomaifici (-19 %) che passano da 412 a 333. Però i tomaifici con titolare cinese passano da 30 a 200, con un + 567 %, mentre quelli italiani crollano da 380 a 130, con un calo del 65%. E stranamente l’occupazione cinese non cresce.

I conti insomma non tornano e qualcosa non quadrava dal punto di vista della regolamentazione degli addetti. Poi è arrivata l’operazione delle forze dell’ordine. (a.ab.)

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Chi sono e dove operano le attività bloccate

Questo l’elenco dei 14 laboratori colpiti da provvedimenti di sospensione dell’attività.

Un tomaificio in via IV novembre a Campagna Lupia, via IV Novembre, una pelletteria in via Pellico a Fiesso d’Artico, un laboratorio di confezioni sito in via Duse a Campagna Lupia, un tomaificio in via Celestia a Fossò, un tomaificio in via Cainello a Pianiga, un tomaificio in via Cavinello ovest a Pianiga e un altro in via delle Cave a Pianiga, una pelletteria in via Sagredo a Vigonovo, un tomaificio in via Piemonte a Vigonovo e un altro laboratorio dello stesso tipo in via Cornio a Vigonovo. Altri due tomaifici colpiti dal provvedimento di sospensione sono quelli che si trovano in via Alto Adige a Campolongo e uno in via Martinelle a Cavarzere. Infine una stireria in località Giare Inferiori a Cavarzere e un laboratorio di confezioni in località Sista Alta a Cona.

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