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Siamo entrati in uno dei centinaia di laboratori nascosti in villette e sottoscala della nostra regione.

Borse e scarpe identiche (o forse sono le stesse) che si comprano a centinaia di euro, prodotti a 10.

IL REPORTAGE»LA DELOCALIZZAZIONE IN CASA NOSTRA

FIESSO D’ARTICO (VENEZIA) Marco. Vuole essere chiamato Marco e, a più riprese, assicura: «Tutto regolare, lavoro come italiani. È borsa originale». Sul tavolo al centro del laboratorio ricavato al piano terra di una villetta a Fiesso d’Artico, cuore del distretto calzaturiero della Riviera del Brenta, ci sono una quindicina di borse. Il marchio è inconfondibile: la doppia “C” incrociata è quella di Chanel. «Originali» dice con orgoglio Marco. Alle pareti altre borse appese, sopra una decina di macchine per cucire. A terra i segni del lavoro della notte precedente: striscie di pelle rifilata, filo, involucri di plastica. Sono le 10 del mattino e alle macchine non c’è nessuno che lavora. In bagno, però, ci sono una decina di paia di ciabatte. Al piano superiore qualcuno sta ancora dormendo. La risposta al perché i terzisti cinesi stiano soffocando le imprese venete del distretto arriva quando la conversazione arriva al dunque. «Per queste dieci euro» dice Marco maneggiando un prototipo di scarpa da donna che gli abbiamo chiesto di realizzare per noi finti imprenditori del calzaturiero. Si tratta di una tomaia, la parte che copre il piede, completa. In pratica una scarpa senza suola e tacco. Lo stesso lavoro un tomaificio veneto lo ha fatturato a 18 euro. Delocalizzazione in casa. Girando per i comuni della Riviera del Brenta non è difficile individuare i laboratori cinesi. Vetrine oscurate al piano terra, abitazione al primo piano con, sul terrazzo, l’immancabile parabola. Preferiscono le case singole, abitazione e bottega. Più complicato parlare con loro. C’è il lavoro nero da coprire ed eventuali clandestini. Ma non è tutto qui. Non si deve sapere che mani cinesi, in modo regolare o meno, lavorano a uno dei simboli del made in Veneto. Affidare parte delle lavorazione ai laboratori cinesi permette ai calzaturifici di tagliare i costi. Il fenomeno è diffuso, quantificarlo, però, è impossibile. Certo che, dopo essere riusciti a varcare la soglia di una casa-laboratorio, si capisce che l’innervatura nel distretto dei terzisti cinesi è estesa, profonda e va ben oltre ai numeri che parlano di 200 tomaifici con titolare o socio cinese sui 333 totali iscritti in Camera di commercio. L’industria della contraffazione è forse solo una parte. Il lavoro “vero” non manca e, va detto, anche le imprese cinesi regolari. Se poi capita un incidente di percorso, come a quei 14 tomaifici chiusi recentemente dalla Guardia di finanza, contanti alla mano si paga la multa, regolarizzando la posizione dei dipendenti in nero, e si riparte. I regolarizzati rimangono tali per un periodo e poi tornano a essere manodopera preziosa (il livello qualitativo arriva a essere eccellente), a basso costo e iper flessibile Dentro il sistema. Nel laboratorio-casa di Marco siamo riusciti a entrare dopo esserci visti chiudere in faccia diverse porte. Inutile tentare nel tardo pomeriggio: è a quell’ora che inizia l’attività e che dalle finestre oscurate filtra la luce dei neon. Alla porta, spesso, immigrati che non capiscono una parola di italiano. Altri cancelli nemmeno si spalancano e i vicini di casa veneti con il forestiero tagliano corto. La buona sorte ci viene in soccorso in uno degli ultimi tentativi: è mattina, sono da poco scoccate le 10, e dopo aver suonato il campanello di una casa singola a Fiesso si presenta davanti a noi una donna cinese in pigiama. Non afferra le nostre domande, ma quando gli mostriamo il prototipo di scarpa estrae il cellulare e chiama. Dopo pochi minuti arriva Marco, che ci fa entrare nel suo laboratorio. «Tutto regolare, lavoro come italiani. È originale» dice mostrandoci due modelli di borsa marchiati Chanel. «Mi danno tutti i pezzi e la pelle già tagliata, io metto insieme». Uno, dice, sarà nei negozi in primavera, l’altro è la cosiddetta shopping bag grande inserita nella sezione “icone” del catalogo del marchio francese. «Per questa chiedo 45 euro» spiega «servono due ore di lavoro e, in un mese, riesco a farne anche 1.500. Tutto originale, lavoro per Chanel». Perfetta, nei minimi dettagli. Sull’originalità, o meno, non c’è però un riscontro. «Non posso mostravi la fattura» resiste alla nostra insistenza Marco. Gli chiediamo, allora, di vendercene una. «Non posso, ho i pezzi contati». Torniamo alla nostra scarpa. «Io qui faccio solo borse» ci spiega Marco «ma chiamo mio cugino, ha fabbrica a Saonara». Arriva e ci invita a visitarla. Mentre stiamo per salire in macchina gli mostriamo il prototipo di scarpa. «Quanto per questa? Marco ci ha detto 10 euro». «Anche otto euro e mezzo» risponde.

Matteo Marian

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Atv: con ribassi del 50% ci stanno facendo sparire

VENEZIA. I conti sono presto fatti. Per realizzare una coppia di tomaie complete (in pratica scarpe senza suola e tacco) di una calzatura da donna di un noto marchio francese, un terzista veneto chiede 18 euro. Per la stessa coppia di tomaie un terzista cinese ci ha chiesto da 10 a 8,5 euro. «Come fanno?» si domandano all’Associazione tomaifici terzisti veneti (Atv). «Sui 18 euro fatturati, noi dobbiamo tenere conto che il costo orario di un operaio in regola è di 14,50 euro. Poi, sui 3,50 euro risultanti dalla sottrazione tra i 18 euro fatturati e il costo di un operaio dobbiamo caricare altri costi. A noi rimane, in pratica, poco o nulla. I tomaifici cinesi riescono, invece, a fare prezzi più bassi del 50%. Qualcosa non torna».

 

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