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L’ex a.d. della Venezia-Padova punta l’indice contro Carlon reo di averlo tirato in ballo solo per «collaborare con il pm»

VENEZIA – Lino Brentan utilizzato come capro espiatorio dell’ex dirigente della Provincia Claudio Carlon – indagato per tangenti – che l’avrebbe accusato «nell’ansia di collaborare con il pm nella fondata speranza di ottenere un trattamento favorevole in vista del patteggiamento». È questa una delle linee difensive nel ricorso in appello presentato dagli avvocati Giovanni Molin e Stefano Mirate per impugnare la condanna a 4 anni di reclusione e 5 di sospensione dai pubblici uffici, inflitta in primo grado dalla giudice Roberta Marchiori all’ ex amministratore delegato di Autostrade Venezia e Padova, già assessore ai Lavori pubblici in Provincia, per 185 mila euro di tangenti, ricevute dagli imprenditori Luigi Rizzo, Rino Spolaor e Remo Pavan in cambio di assegnazioni pilotate di lavori. Opere pubbliche che – secondo l’accusa mossa dal pm Ancillotto – erano state “spacchettate” per ridurne l’importo e non dover così andare a gara d’appalto. Brentan «ha sistematicamente svenduto le proprie funzioni di amministratore delegato della società», scriveva la giudice Marchiori nella sua sentenza, «favorendo una ristretta cerchia di imprenditori locali e ciò in cambio di cospicue somme di denaro da cui ha tratto fonte di indebito arricchimento. I fatti contestati sono particolarmente gravi perché posti in essere in violazione dei doveri di imparzialità, fedeltà, correttezza a cui deve essere ispirata l’azione pubblica». Ora la difesa replica sostenendo che Brentan viene chiamato in causa da altri indagati per compiacere la Procura: «È Carlon che chiede , è Carlon che riceve, salvo poi coinvolgere Brentan ottenendo significatici vantaggi al momento dell’applicazione della pena». Anche l’imprenditore Luigi Rizzo, osserva la difesa, «dichiara un anno dopo Carlon. Sa già che Brentan è nell’occhio del ciclone giudiziario» e «il suo intento è trasformare l’accusa di corruzione attribuitagli in concussione, ottenendo l’impunità». Così per Pavan e Spolaor, che affermano di aver pagato Brentan: «Coinvolti nel nuovo processo della Società autostrade, fanno proprio l’insegnamento dell’antico sodale e maestro Carlon, ricordandosi improvvisamente di aver corrisposto danari all’amministratore delegato così da uscire immediatamente dall’occhio indagatore della Procura». «L’errore originario è aver voluto trasporre meccanicamente il “sistema Provincia”, pacificamente e oggettivamente basato sull’illecito frazionamento degli appalti, alle Società Autostrade» – ritiene la difesa – dove era «prassi da sempre seguita in società Autostrade, con centinaia di affidamenti diretti a soggetti che in relazione a specifici incarichi fornivano migliori garanzie di qualità», ricordando che «tutti gli affidamenti effettuati dall’amministratore delegato erano oggetto di ratifica in sede di Cda, presente il collegio sindacale». In conclusione, la difesa contesta la gravità della pena comminata, con un ragionamento particolare: di fronte ai grandi corruttori che determinano allarme sociale, «l’imputato sarebbe un “pesce piccolo”. Se corruzione c’è stata, trovava la genesi in un rapporto di amicizia-favoritismo che non ha portato documento concreto ad alcuno. Non alla società amministrata che con la gestione Brentan è passata dal profondo rosso a un attivo di 120 milioni, non agli imprenditori ben felici di essere privilegiati e disponibili ad averlo compare di bisbocce, non alla pubblica amministrazione considerato che solo pochi esperti potevano considerare la società autostrade emanazione della pubblica amministrazione».

Roberta De Rossi

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