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La cerimonia e la Lectio magistrale al Bo Marco Paolini è dottore honoris causa

Tutto è come deve essere, anche se il personaggio non è proprio nel ruolo. Ci sono gli studenti con mantello e cappello, i professori con toga e tocco, Magnifico Rettore, pro rettori, sindaco, personalità varie e l’Aula Magna del Bo coi suoi otto secoli di storia. In mezzo Marco Paolini che non è questa volta protagonista di una messa in scena, ma di una Laurea, la sua, assegnata honoris causa dall’Università di Padova. Come ama spesso ricordare, Paolini all’Università di Padova si era iscritto, ad Agraria, ma poi il teatro lo ha rapito; lo stesso teatro che oggi gli consente, dopo trent’anni di tasse arretrate – scherza lui- di diventare finalmente dottore, anche se in Scienze dello Spettacolo e produzione multimediale.

Cerimonia solenne, ma leggera cui assistono molti professori e qualche studente, la famiglia del laureando, amici vecchi e nuovi a partire da Gianantonio Stella. Il Rettore ricorda che Padova le lauree non le regala, che Paolini è erede di personaggi come Zanzotto, Meneghello, Rigoni Stern, quasi a mettere le mani avanti, rispetto a chi potrebbe contestare la laurea a un uomo di teatro in piena attività. E ricorda la grande capacità di divulgatore, l’impegno civile, la capacità di raccontare il passato e il presente, il Veneto e il suo territorio.

Ed è da qui che parte anche Paolini per la sua Lectio magistrale, che comincia leggendo il quaderno delle regioni degli anni Sessanta, in cui il Veneto era descritto come dedito a pesca e agricoltura. Poi i ricordi, un po’ come nei suoi spettacoli, un po’ ridendo e un po’ no. I temi ci sono tutti: il treno, la democrazia cristiana, il passato scolastico, quasi un nuovo album, anche se in miniatura. Ma il suo racconto, per quanto comico, è anche un modo per ripercorrere la propria carriera, da quando contestava Dario Fo perché faceva vecchio teatro politico, a quando ha scoperto la capacità di narrare col corpo. Perché lui – confessa – ha fatto teatro prima di saperlo fare.

Ma c’è qualcosa in più, una parte che parla di oggi e di domani. Perché Paolini è anche un imprenditore culturale, che realizza film, teatro, documentari e si accorge che questo mondo sta cambiando. I soldi pubblici sono finiti per la cultura, sono finite le regole, bisogna sopravvivere nel caos. Un lungo capitolo riguarda le tecnologie: capitolo comico, quando paragona la Apple ai misteri gaudiosi della fede; capitolo serio quando rivendica la tradizione, la capacità di astenersi qualche volta dalla modernità. Quando rivendica il legame profondo con Brecht, con Galileo, quando ricorda il suo Vajont, per dire quanto inattuale era parlare allora di una tragedia avvenuta tanti anni prima. Eppure questa inattualità è per Paolini il segno vero di ciò che rimane, è la lezione di Galileo, il non piegarsi a quel che tutti fanno, a quel che tutti pensano, a una modernità obbligatoria. Vajont ritorna più volte: perché – lo dice chiaramente Paolini- lui stesso non ha mai scritto un altro testo così. Una tragedia popolare, come le raccontava Verdi con le sue opere – dice. Si finisce coi goliardi, con il Gaudeamus igitur e la recita della Vispa Teresa. Un po’ di imbarazzo per un vecchio militante come Paolini, ma ormai sa scherzarci su.

Nicolò Menniti-Ippolito

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L’istinto del palcoscenico e il coraggio del rigore

Marco Paolini ha detto ieri, durante la sua Lectio magistrale, di aver fatto teatro «prima di saperlo fare». Di averlo nel sangue, insomma; di aver dato ascolto a un istinto prima di aver conosciuto la regola. Chi lo segue da sempre, da quando ancora non aveva la celebrità oltre che il talento, sa che è vero: Marco Paolini “è” il teatro, per come lo fa, lo conosce, e molto anche per come lo sa trasmettere, in un modo che è insieme elevato e semplice, l’equilibrio più difficile da raggiungere per chi – in una forma o in un’altra – comunica.

È un personaggio di apparenti contraddizioni: il più mediatico, perché quando un suo spettacolo passa in tv si bloccano gli spot e si formano i gruppi di ascolto e l’audience schizza alle stelle, ma anche il più ritroso perché mai lo si è visto in un salotto televisivo, a parlare del suo mestiere o, seguendo l’onda della fama, a sentenziare su questo o quello.

La scelta della discrezione gli appartiene fino a renderlo ruvido; questo, e di questi tempi, fa di lui un personaggio assolutamente anomalo. Ogni suo nuovo spettacolo è un evento, anche se ieri lui ha detto che il punto massimo della scrittura e della rappresentazione l’ha raggiunto con “Vajont”, che mille volte si può vedere e rivedere e ogni volta riserva nuove scoperte, emozioni e commozioni. Ma se poi si ripensa agli Album e alla Macchina del Capo, se si torna a Ustica (al suo allucinante, indimenticabile finale) o a Marco Polo, si ha in realtà il quadro di un attore-autore completo, che quando è sul palco crea empatia con il pubblico pur restando in un altro mondo, e che ti chiede di seguirlo senza mai scendere fino a te. Alza la posta, chiede di pensare. Ci costringe ad alzarci e ad andare. E il pubblico lo segue: per arrivare oltre le banalità dell’oggi, dove vale la pena di stare. (a.san)

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LE PAROLE DEL RETTORE

“Un riconoscimento raro e prezioso, come è lui”

Zaccaria ricorda il legame dell’attore con il territorio e l’originalità della sua produzione

PADOVA «È a tutti noto che l’Università di Padova, in coerenza all’equilibrio cui cerca sempre di attenersi nella sua azione, è tradizionalmente molto parsimoniosa nell’attribuzione di questo prestigioso riconoscimento a personalità illustri della vita scientifica o sociale. È in questa luce che va visto il significato della giornata di oggi ed il conferimento della laurea in Scienze dello Spettacolo e della produzione multimediale a Marco Paolini. Un riconoscimento raro e prezioso per un personaggio raro e prezioso». Si è aperto con queste parole l’intervento del Rettore Giuseppe Zaccaria alla cerimonia della laurea di Marco Paolini. Ha parlato poi del legame dell’attore e autore con il territorio: «Mi preme soprattutto ribadire come questo legame strutturale e fondante di Paolini con la cultura del nostro territorio, ripeta, per apertura universalistica e altezza di risonanze, la lezione di tre grandi scrittori veneti (Mario Rigoni Stern, Luigi Meneghello, Andrea Zanzotto) cui lo stesso Paolini ha dedicato, con Carlo Mazzacurati, degli splendidi “Ritratti”, che furono presentati proprio in quest’Aula Magna, e come con tali scrittori condivida un recupero ed una rivisitazione critica delle radici del territorio che egli intende tenere lontani da tentazioni localistiche e da quelle che proprio Zanzotto bollò come “false difese”». «Il nostro riconoscimento a Marco Paolini» ha aggiunto «vuole esprimere l’alto apprezzamento a un percorso individuale complesso e originale, nel quale le forme del mestiere si compenetrano: attore, regista, creatore di testi, anche produttore. Ed è anche un omaggio a una “idea di teatro” articolata, mobile, inventiva. Un’idea che ama gli incroci e che mantiene una salutare dose di sfida in un periodo come il nostro nel quale le ombre lunghe del disimpegno o del conformismo si fanno pericolosamente consistenti. Sono incroci di teatralità e altri linguaggi, di realtà e finzione, di storia e presente, di italiano e dialetto, di “parole mate” e forme dell’invettiva civile, di album dei ricordi e ritratti di comportamenti diffusi, di commedia e dramma. E la sfida è nelle proposte fatte, nella dimostrazione che memoria e attualità si possono accompagnare all’invenzione scenica, che a teatro si può portare qualsiasi testo, che ci sono carte vincenti nei confronti di una offerta televisiva votata alla piattezza e al piano inclinato della banalità». Il Rettore ha infine ricordatato che proprio a Galilei, cui è dedicata l’Aula Magna, Paolini ha dedicato uno dei suo lavori di ricerca e di spettacolo.

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