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Vianello: «Un polo unico per Venezia, Padova e Treviso Da soli siamo troppo piccoli per competere in Europa»

Michele Vianello, direttore di Vega, il parco scientifico tecnologico di Venezia, lancia la “sfida metropolitana”: «Fondere i parchi scientifici di Venezia, Padova e Treviso per costituire un’unica società che dia vita a un grande “incubatore” di saperi e di innovazione che possa dialogare con il resto del mondo».

L’idea è suggestiva e se ci fosse la volontà politica potrebbe diventare anche facilmente realizzabile.

Del resto la Città Metropolitana non è un’invenzione legislativa, esiste già nei fatti. E non è altro che quella Grande Città che viviamo quotidianamente, che va bel al di là dei confini municipali comprendendo le province di Venezia, Padova e Treviso, come da ultimo certificato anche dal rapporto Ocse del 2010. Una Grande Città di oltre 2,5 milioni di abitanti dai confini liquidi, formata da flussi di merci e persone, ma soprattutto da reti di funzioni e conoscenze che vanno però organizzate per fare massa critica, altrimenti diventa tutto inutile. Anzitutto andrebbero eliminati i doppioni. Si fa un gran parlare di fusione di società di servizi: dai trasporti, allo smaltimento dei rifiuti, passando per l’energia.

Si potrebbe partire dai parchi scientifici tecnologici?

«Certamente. La Città Metropolitana non è più concepita come somma di territori bensì come somma di saperi. Come il luogo dove si fa sinergia e innovazione. Dentro alla Città Metropolitana convivono aree in declino come Porto Marghera, ma anche luoghi d’avanguardia come H-Farm; ci sono le piccole imprese in crisi, ma anche il Vega».

La crisi però non sembra risparmiare nemmeno il Vega.

«Ci troviamo davanti a un bivio. I parchi scientifici hanno accumulato molte competenze, ma sono tutti troppo piccoli, non abbiamo massa critica. Se vogliamo continuare a crescere e diventare una grande opportunità di sviluppo c’è un’unica soluzione: mettersi assieme in una sola società in modo da poter realizzare un grande incubatore in grado di diventare competitivo su progetti europei».

Ma come potrebbe prendere forma la proposta?

«Se c’è la volta politica è un’operazione che si può fare nel giro di sei mesi. Serve la volontà d’investire su un incubatore. La strada da seguire potrebbe essere quella della costituzione di un fondo composto da Camere di commercio, Fondazioni bancarie e Regione. Un fondo per finanziare il momento di d’incubazione delle idee. Vale a dire la fase di trasformazione dal progetto in impresa. L’incubatore favorisce lo sviluppo dell’idea e fa una prima selezione delle startup».

Dopodiché?

«A quel punto, le imprese selezionate andrebbero dirottate su soggetti come H-Farm o M31, incubatori che investono capitali privati, con i quali bisognerebbe stringere un rapporto di collaborazione».

Insomma, serve un salto di qualità ai parchi scientifici?

«È chiaro che per Vega è giunto il momento di ridiscutere la sua identità. Negli anni Novanta, quando è nato il Parco, Vega ha avuto un ruolo decisivo per la riqualificazione di un’area industriale dismessa. Un’operazione conclusa. Ma i Parchi scientifici non sono società immobiliari. Stiamo pagando ancora le conseguenze di quindici anni di attività immobiliare. La realtà è che oggi il Vega è il più importante incubatore del Veneto dove ci sono una ventina di sturtup, che vivono senza contributi pubblici. Abbiamo fatto crescere grandi competenze, da soli però siamo troppo piccoli per continuare a sviluppare innovazione».

Lo stesso problema c’è a Padova e Treviso?

«Treviso Tecnologie e il Galileo a Padova sono incubatori con grandi competenze. Treviso può contare sul sostegno della Camera di commercio e il Galileo su quello dell’università. Ma anche loro da soli sono piccoli per crescere. Allora possiamo unirci, e costruire un’unica società: un grande parco scientifico della Città Metropolitana».

Con sede a Marghera?

«Nell’epoca della rete, non è un problema di sede. Per me si può fare ovunque, purché si faccia. Insieme potremmo contare su un nucleo di una trentina di professionisti in campo dell’innovazione ai quali, i settori strategici come il turismo, i trasporti oppure le piccole imprese, potrebbero rivolgersi per innovare la produzione. In questo modo potremmo davvero diventare competitivi in Europa. Credo che non ci siano alternative all’orizzonte. Del resto anche in campo nazionale i parchi scientifici stanno seguendo sempre più logiche di sinergia e collaborazione».

Sono già stati compiuti passi concreti in questa direzione?

«Proprio la settimana scorsa i 6/7 parchi scientifici più grandi d’Italia, tra cui Venezia, hanno costituito una società unica di servizi per aggredire il mercato assieme».

Ma in una logica di accorpamenti che puntano a fare massa critica nel Nordest, perché non coinvolgere anche i parchi di Trieste, Udine e Pordenone?

«Iniziamo dalla Città Metropolitana, ma senza chiudere la porta a nessuno. È chiaro che più allarghiamo il campo, più l’operazione diventa complicata, ma non c’è dubbio che la strada dell’integrazione è quella che dobbiamo battere».

Nicola Pellicani

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