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PADOVA – Chiamateli «artigiani della terra», e trattateli da imprenditori. Anche nel mondo dell’agricoltura e dell’agroindustria chi in questi anni riesce ad innovare e a diversificare la propria attività, sia produttiva che commerciale, ha una marcia in più per uscire a testa alta dal tunnel della crisi. Lo dice un dato: per il 50% delle imprese del settore agricolo agroindustriale investire in innovazione di processo produttivo risulta un beneficio a livello di efficienza e competitività. È questo uno dei principali indicatori emersi dalla duplice ricerca «Innovazioni primarie: nuovi modelli imprenditoriali e strategie d’impresa in agricoltura e nell’agroindustria», realizzata dalla Fondazione Nord Est assieme a Starlab, Università di Padova e e Centro di ricerca Giorgio Lago su un campione rappresentativo delle imprese nordestine. Presentata ieri all’Emeroteca di Ca’ Borin dell’ateneo padovano dal direttore scientifico della fondazione, Daniele Marini, da Silvia Oliva, segretario alla Ricerca della Nord Est stessa e da Paolo Angelini dell’Università di Padova, l’indagine ha messo in chiaro come il mondo agricolo e agroindustriale si stia evolvendo rapidamente verso nuovi modelli imprenditoriali, oltre che produttivi. «Alcuni risultati positivi» introduce Daniele Marini «sono già oggi visibili, ma non mancano criticità sul piano della dimensione delle imprese, l’accesso al credito, l’internazionalizzazione e il lavoro per filiere». Le due ricerche (una sullo stato di salute dell’agroindustria a Nordest, con occhio ai bilanci 2012; l’altra sui giovani imprenditori in agricoltura) testimoniano come la capacità di innovare rappresenti un fattore distintivo delle aziende di successo, assumendo direzioni inedite orientate al futuro, ma comunque in grado di dialogare con la tradizione. «Il settore agroindustriale è anticiclico» spiega Silvia Oliva «in quanto i consumi alimentari non sono diminuiti dall’inizio della crisi a oggi e questo permette al comparto di affrontare la recessione in modo meno critico rispetto ad altre sfere produttive. Sul piano delle aziende attive a Nordest, ci sono solo 116 imprese in meno fra il 2009 e il 2012 e questo dimostra come l’agroindustria riesca a fronteggiare meglio la crisi. A livello di fatturato, poi, va segnalato che fra le realtà con più di 10 addetti le quote di imprese in crescita sono maggiori rispetto a quello che denunciano un calo dei fatturati, mentre ben tre quarti delle imprese del campione affermano di essere riuscite a creare un utile in bilancio». Forte è anche la propensione all’internazionalizzazione: la metà delle imprese aperte verso l’export dichiara di aver chiuso il 2012 con il fatturato in crescita. E le criticità? «Fra i principali problemi» risponde Silvia Oliva«rimangono la dimensione d’impresa e la frammentazione sui mercati. Insomma non basta essere presenti all’estero, bisogna anche dare un’identità al processo di internazionalizzazione. L’altra ricerca, invece, fotografa come i giovani che entrano in agricoltura lo fanno con convinzione: «Abbiamo intervistato 241 conduttori tra i 18 e 39 anni, iscritti alla Coldiretti» dice Angelini «e il 67,5% di questi si auto definisce imprenditore, e solo il 32% agricoltore». È un cambio epocale.

Massimo Nardin

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LE CIFRE TRA I FILARI

81,3 LA PERCENTUALE DI IMPRESE AGROINDUSTRIALI GUIDATE DA GIOVANI SONO FRUTTO DI PASSAGGIO FAMILIARE

30 LA PERCENTUALE DELLE IMPRESE CHE MANTIENE INVESTIMENTI IN INNOVAZIONE DURANTE LA CRISI 28 IMPRESE SU CENTO PUNTANO SU NUOVI PERCORSI INNOVATIVI

13 SU CENTO LE IMPRESE CHE BLOCCANO GLI INVESTIMENTI A CAUSA DELLE DIFFICOLTÀ LEGATE AL MERCATO O AL PROBLEMATICO ACCESSO AL CREDITO

75 LA PERCENTUALE DI IMPRESE AGROINDUSTRIALI DEL NORDEST CHE HA CHIUSO IL BILANCIO 2012 IN UTILE

116 A TUTTO IL 2012 LE IMPRESE IN MENO NEL SETTORE AGROINDUSTRIALE DEL NORDEST RISPETTO AL 2009

67 GLI IMPRENDITORI AGRICOLI CHE SI AUTODEFINISCONO TALI, CONTRO

I 33 CHE RESTANO «AGRICOLTORI»

 

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