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Corriere del Veneto – L’uomo che non perde un appalto

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

1

mar

2013

Mose, Passante, Expo, ospedali: Baita ha inventato i project financing

Quando andò all’aeroporto e chiese a Berlusconi di ricandidare Galan

VENEZIA — Ci sono delle coincidenze, nell’intreccio delle vicende umane e politiche, che lasciano stupefatti. La Prima Repubblica si chiuse con l’ingegner Piergiorgio Baita in prigione, arrestato nel 1992 (e poi assolto con tante scuse, tre anni dopo, grazie alla difesa della moglie avvocato e al fatto che rifiutò il patteggiamento proposto dal pm) con l’accusa di essere coinvolto nella Tangentopoli veneta in qualità di direttore del consorzio «Venezia Disinquinamento ». Vent’anni dopo, la Seconda Repubblica agonizza sotto le spallate dei «grillini» e per l’ingegner Baita, ora presidente di Mantovani Spa, si aprono di nuovo le porte del carcere, stavolta con l’accusa di frode fiscale. In mezzo, ci sono due decenni di una carriera imprenditoriale che ha dello straordinario. Baita e la Mantovani, semplicemente, hanno costruito (o si candidano a costruire) mezzo Veneto.

Una specie di asso pigliatutto. Baita è arrivato a collezionare una settantina di cariche nei vari consigli di amministrazione della galassia di società in cui ha interessi. Mantovani, solo per citare i principali, ha abbinato il suo nome ai lavori per il Mose di Venezia, per l’ospedale nuovo e il Passante di Mestre, le bonifiche di Marghera, le autostrade, i lavori portuali. È entrata nel business dell’Expo di Milano, aggiudicandosi l’appalto per la costruzione della «piastra» espositiva. Ha una partecipazione nella cordata di imprese che vogliono realizzare Veneto City a Dolo. È azionista di maggioranza del Consorzio Venezia Nuova, ha fatto parte del Consorzio Pedemontana (promotore dell’omonima Superstrada a pagamento, poi assegnata dai giudici ai concorrenti spagnoli della Sis) e della Nuova Romea, è socio di riferimento dell’ex concessionaria autostradale Venezia-Padova, rimasta in vita dopo la scadenza della concessione in quanto promotrice di altre nuove strade a pagamento, il Grande raccordo anulare (Gra) di Padova e la Nogara-Mare, che proprio di recente ha incassato il via libera della Regione Veneto.

L’autentica specialità della casa è il project financing, ovvero la progettazione e realizzazione di opere pubbliche con il concorso finanziario di capitali privati, remunerati dagli utili che quelle opere genereranno una volta completate (per esempio, i pedaggi autostradali o il compenso per i servizi non sanitari di un ospedale). Raccontano che agli inizi, in Regione, del misterioso ed esotico sistema della finanza di progetto sapessero poco o nulla e che a spiegarglielo sia stato proprio Piergiorgio Baita, capace come nessun altro di mettere a punto il meccanismo, trasformandolo in una miniera a getto continuo di nuovi progetti. Tutti gli ultimi grandi appalti assegnati in Veneto, con l’eccezione del Passante e del Mose, sono figli di un project financing. Baita teorizzava: «Non ci sono più appalti da prendere ma soltanto progetti da proporre, investendo soldi propri». A pochi in Veneto è sfuggito il fatto che l’ascesa imprenditoriale del binomio Baita- Mantovani sia coincisa temporalmente con la presidenza di Giancarlo Galan in Regione. A proposito del suo rapporto con l’ex governatore berlusconiano del Veneto, di cui è stato spesso dipinto come una specie di compagno di merende, Baita ha parlato così: «Galan non mi ha fatto neanche un favore materiale di quelli che raccontano – si legge nel libro I padroni del Veneto di Renzo Mazzaro – ma ha avuto un grandissimo merito: consentire che il Veneto si desse un sistema per le opere pubbliche. E ha capito prima dei suoi colleghi presidenti che la finanza di progetto era l’alternativa all’indebitamento dello Stato».

Qualche apprensione, però, Baita deve averla provata quando, nell’autunno del 2009, diventa di dominio pubblico la decisione degli allora capi politici del centrodestra, Silvio Berlusconi e Umberto Bossi, che si sono accordati per candidare un leghista, Luca Zaia, alla presidenza della Regione al posto di Galan, il quale non la prende affatto bene e combatte fino all’ultimo per rimanere a palazzo Balbi. Tra gli episodi più originali della «resistenza», si annovera la missione di un gruppo di imprenditori veneti all’aeroporto «Marco Polo» di Venezia, per presidiare lo scalo e incontrare il capo del Pdl Berlusconi, appena sbarcato da un aereo, allo scopo di manifestargli le preoccupazioni della categoria per un Veneto a trazione leghista. Nel selezionato gruppetto c’è anche Piergiorgio Baita, che si accompagna ad altri dieci: il padrone di casa Enrico Marchi, presidente di Save, l’ex numero uno della Confindustria regionale Luigi Rossi Luciani, Bepi Stefanel dell’omonima azienda di abbigliamento, l’ad di Coin Stefano Beraldo, il costruttore Luigi Cimolai, il presidente del Consorzio Venezia Nuova Giovanni Mazzacurati, l’industriale conciario Bruno Mastrotto e ancora Gianfranco Zoppas, Giuseppe Ramonda e Paolo Fassa. Tutti spaventati dall’idea che, dopo quindici anni di gestione Galan, l’ufficio nobile di palazzo Balbi possa finire in mani leghiste per superiori interessi della politica nazionale. La tesi esposta dagli undici ambasciatori veneti all’allora premier è ardita: se la Lega vuole il Veneto se lo conquisti sul campo, presentandosi da sola agli elettori. Mentre il Pdl, naturalmente, dovrebbe ricandidare Giancarlo Galan. Ognuno per sè e vinca il migliore, fosse pure il centrosinistra. La risposta di Berlusconi, braccato nella sala Vip dell’aeroporto, è una stilettata: «Queste cose andatele a dire a Bossi», e tanti saluti a lor signori. Perché tanta paura di perdere un riferimento sicuro alla presidenza della Regione? Baita se la cavò spiegando così: «Ero lì non per difendere la persona ma il sistema che la persona aveva messo in atto». Testuale.

Alessandro Zuin

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