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Gazzettino – Caso Mantovani

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

2

mar

2013

COLOMBELLI  «Baita dice di avere pagato tutta la Finanza di Padova e Mestre» Ma un maresciallo non dà tregua

Una “gola profonda” , ex socia del broker, ha svelato i rapporti tra le società. I manager intercettati: «Vanessa è incontrollabile, l’hai letto il verbale…»

L’ORDINANZA – Nelle intercettazioni anche il riferimento all’ex governatore Galan

I SOSPETTI – Il “tesoretto nero” in due banche di San Marino

PADOVA – Milioni di euro da Padova finivano nelle banche di San Marino passando per la Bmc Broker. Soldi mossi secondo l’accusa da Piergiorgio Baita, amministratore delegato del gruppo Mantovani, e smistati da William Colombelli, presidente delle Bmc. La Bmc Broker avrebbe utilizzato diverse banche a San Marino per custodire e ritirare il “tesoretto nero”. In particolare sono emersi i nomi della Smib (San Marino International Bank) e della Bcs (banca commerciale sammarinese). La Smib nell’ottobre dell’anno scorso è stata acquisita dalla Banca di San Marino. L’istituto aveva manifestato interesse per un’acquisizione all’85%, pretendendo però dall’operazione le massime garanzie di trasparenza e credibilità. I versamenti sospetti della Bmc Broker su conti correnti Smib risalgono al periodo dal 2005 al 2010. C’è poi la Bcs, istituto in amministrazione straordinaria dall’ottobre 2010, dopo che due membri del cda avevano rilevato gravi irregolarità e inviato un esposto alla vigilanza di Banca Centrale.

Gli arrestati conoscevano le carte degli investigatori.

Spunta l’ipotesi di una talpa

La gola profonda è Vanessa Renzi, ex impiegata ed ex socia della Bmc Broker srl, la ditta di San Marino al centro delle indagini. «La Vanessa è incontrollabile… l’hai letto anche tu il verbale.» – si dicono Piergiorgio Baita e William Colombelli al telefono. Commenta il p.m. Stefano Ancilotto nell’ordinanza che ha portato in carcere il re degli appalti del Veneto, Piergiorgio Baita: «Il fatto che i due abbiano letto il verbale appare anomalo, trattandosi di un verbale redatto in sole due copie, una depositata in Procura e l’altra trasmessa dalla Guardia di finanza». Anche in un altro passaggio dell’ordinanza si accenna a contatti tra Finanzieri e Baita. È sempre Colombelli che parla: «Scattolin non risulterebbe assolutamente pagato, a differenza di quello che dice Baita di aver pagato tutta la Guardia di finanza di Padova e Mestre.» Chi è questo Scattolin? Il maresciallo delle Fiamme gialle che interroga Vanessa Renzi. «…il solito maresciallo che alla fine dell’interrogatorio, dopo che lei ha detto che non aveva nulla da dichiarare, l’ha persino fatta piangere, minacciandola della vita di sua figlia». Ed è proprio Vanessa Renzi, secondo il pm, a far venir giù il castello di carte messo in piedi per far sparire i soldi. Con la ditta di Colombelli, Vanessa Renzi ha lavorato per 15 anni, fino al marzo 2011, svolgendo le funzioni di segretaria. Dai primi anni 2000 Vanessa Renzi divenne anche socia della BMC Broker con una quota pari al 20 per cento cedutale da Colombelli a titolo gratuito. Perche è importante la testimonianza di Vanessa Renzi? Perchè in una occasione viene incaricata di andare a Rovigo, presso la sede di Hydrostudio Consulting Engineers srl, dove il geom. Marco Usan le avrebbe consegnato della documentazione da portare presso gli uffici della Bmc Broker. Alla Renzi il geometra della Hydrostudio consegna una paccata di documenti racchiusi in raccoglitori di colore rosso. Documenti e raccoglitori che la Finanza troverà nella sede della Mantovani. Ma la Hydrostudio è una società controllata dal Gruppo Mantovani e dunque il gioco è che la Mantovani fornisce a se stessa, attraverso la BMC, documenti che lei stessa ha prodotto. E’ una partita di giro di carte che Mantovani paga profumatamente a Bmc, che non ha nemmeno l’accortezza di cambiare i contenitori. Rossi erano i faldoni che vengono consegnati alla Renzi e rossi sono i faldoni che le Fiamme gialle trovano alla Mantovani. Se non fosse nero su bianco nelle carte della Procura e se non ci fosse la testimonianza di Vanessa Renzi verrebbe da dire che questo è un film di Totò. Il che è difficile da credere dal momento che stiamo parlando di Piergiorgio Baita di cui tutto si può dire, ma non che sia uno stupido. Al contrario, stiamo parlando di un genio degli appalti, di un uomo che nel giro di 15 anni è riuscito a mettere in piedi un impero che spazia dal settore immobiliare alle infrastrutture. L’unica cosa che si può pensare è che abbia lavorato, suo malgrado, con degli incapaci. Gente che non si è nemmeno preoccupata di salvare le apparenze. La BMC Broker di San Marino – che arriva a fatturare 3-4 milioni di euro all’anno – è tutta in un appartamento di 75 metri quadri e una segretaria, ma si occupa di consulenze che vanno dalle analisi sul mercato immobiliare alle intermediazioni per mezzi navali. Solo che nessuna di queste consulenze è supportata da pezze d’appoggio e quando la Guardia di finanza inizia l’inchiesta, Piergiorgio Baita chiede a Colombelli: «Di che consulenti ti avvali?» Di Nessuno – è la disarmante risposta di Colombelli. «Faccio tutto da solo.» E si vede. Prendiamo un solo esempio. Nel 2005 la Mantovani dà alla BMC un incarico per “attività di mediazione per la ricerca di fornitore specializzato in palancole”. L’incarico vale 500 mila 673 euro. Ebbene, la ricerca di BMC sul mercato accerta che esistono solo tre ditte che producono palancole di livello tale da poter pretendere di essere prese in considerazione da Mantovani. Una di queste è la ThyssenKrupp. Ma la Mantovani è da due anni prima, cioè dal 2003, che compra palancole dalla ThyssenKrupp e ad un prezzo inferiore. Insomma, era tutta una finta.
Ma resta la domanda fondamentale: perchè Baita pagava Colombelli e Claudia Minutillo, l’ex segretaria di Galan? E perchè si è imbarcato con gente all’apparenza tanto sprovveduta? E non a caso quando Baita si rende conto che Colombelli è un incapace e decide di chiudere il rapporto, ecco che in una intercettazione Colombelli si fa forte di un nome, quello di tal Giancarlo (l’intercettazione è: “So soltanto che loro (Mantovani) hanno portato via quei soldi e io quei soldi glieli porto a casa lo stesso, quindi il fatto del bilancio lo azzero nello stesso modo. Se vogliono farlo perché è arrivata la cosa la…da…Giancarlo”) che non è impossibile ricondurre all’ex governatore del Veneto. Ecco perché, vista l’enorme quantità di quattrini – 10 milioni di euro in 6 anni, ma sarebbero 20 i milioni se una parte delle fatture emesse – e dei reati – non fossero andati in prescrizione – e viste le forze in campo, tutti pensano che l’inchiesta da qui a poco prenderà un’altra strada, diversa dall’evasione fiscale.

 

IL CARCERE – L’ingegnere in una cella per sei a Belluno

BELLUNO – Nessun trattamento di favore. Anzi. Al super manager Piergiorgio Baita, 64 anni, di Mogliano Veneto, presidente del consiglio di amministrazione della Mantovani spa e vice presidente della controllata Adria Infrastrutture, sarebbe stata riservata una cella da sei nel carcere di Baldenich. Detenuto tra i detenuti. Il penitenziario di massima sicurezza è noto per aver ospitato personaggi del calibro di Raffaele Cutolo, ritenuto il capo della nuova Camorra organizzata, e Giovanni Brusca, detto lo “scannacristiani” per la ferocia con cui agiva. Baita, conosciutissimo nel mondo politico, tanto da essere stato definito dall’ex governatore veneto, Giancarlo Galan, «il più intelligente tra gli imprenditori del ramo costruzioni… un tipo brillante, uno che sa costruire i fuochi d’artificio», è suo malgrado ospite del penitenziario assieme ad altri cinque detenuti, tra i quali non ci sarebbe alcun extracomunitario. Almeno queste sono le indiscrezioni filtrate dalle sbarre. Il patron del gruppo Mantovani sarebbe tutto sommato tranquillo. Niente scene isteriche o crisi di panico, ma solo compostezza, anche di fronte alla nuova sventura dopo quella di vent’anni fa quando venne arrestato per la prima volta nell’ambito di tangentopoli. Dal mondo politico provinciale, che ben conosce il manager, nessun commento. Il tema scotta troppo. L’interrogatorio di garanzia è previsto per lunedì.

 

A GENOVA – Il manager di San Marino non risponde al giudice

ALTRI INDAGATI – Per Baita e Buson l’ appuntamento lunedì in carcere

INTERROGATORI – Ieri davanti al gip l’ex segretaria di Galan e William Colombelli

LA DOGESSA «Non sapevo nulla di quelle fatture, erano altri che se ne occupavano»

«Ho solo eseguito gli ordini»Claudia Minutillo: «La parte amministrativa era gestita dalla Mantovani»

È apparsa provata dopo la prima notte passata nel carcere femminile della Giudecca per comparire di fronte al Gip per l’interrogatorio di garanzia. Claudia Minutillo, amministratore delegato di Adria Infrastrutture Spa ed ex assistente di Giancarlo Galan (all’epoca presidente della Regione) tra il 2000 e il 2005 ha risposto per un’ora alle domande del giudice, ma solo per sminuire la sua posizione in relazione alle fatture per un milione e 800mila euro circa che la Procura di Venezia indica come pagamenti fittizi alla società di consulenza sanmarinese Bmc Broker allo scopo di costituire fondi neri. Il sostituto procuratore Stefano Ancilotto (presente all’udienza) accusa lei e altre tre persone di associazione per delinquere finalizzata all’evasione delle imposte mediante l’utilizzo di fatture false. Per trovare gli indizi del reato associativo (che comporta una pena da tre a sette anni senza considerare gli altri reati) la Guardia di Finanza ha lavorato per molti mesi. Di qui la richiesta di custodia cautelare in carcere per la Minutillo, per il presidente del gruppo Mantovani Piergiorgio Baita, del presidente della Bmc Broker William Colombelli e del direttore finanziario della Mantovani Nicolò Buson.
«Ha cercato di spiegare la sua posizione – commenta all’uscita l’avvocato padovano Carlo Augenti, legale della Minutillo – spiegando che la parte amministrativa era gestita anche per Adria Infrastrutture direttamente dalla Mantovani. Cioè, per le fatture, si utilizzavano gli uffici della Mantovani».
La Minutillo ha poi detto al giudice di essere stata molte volte a San Marino perché conosceva bene Colombelli e, anzi, aveva avuto una relazione con lui per un certo periodo di tempo tanto da passare come moglie per chi li vedeva insieme. «Non sapevo niente di quelle fatture – avrebbe detto al magistrato – facevo solo quello che mi veniva detto».
Il legale ha detto di contare sull’udienza di riesame per riuscire a spiegare la situazione della sua assistita, ma non ha mancato di sottolineare quello che secondo lui appare come un eccesso.
«Si tratta di una persona incensurata – ha concluso – accusata di fatture false emesse nell’arco di cinque anni. Ho seguito molti casi analoghi a questo e per importi molto superiori. Mai, però, mi è capitato di vedere in carcere i miei clienti».
Si è invece avvalso della facoltà di non rispondere Colombelli. L’avvocato veneziano Renzo Fogliata (che è stato tra le altre cose difensore dei “Serenissimi”, che fece assolvere dalle gravissime accuse loro rivolte) ha viaggiato di notte per arrivare in tempo a Genova per l’interrogatorio. «Sarebbe stato comunque inutile – commenta Fogliata – rispondere ad un magistrato che non conosce l’inchiesta e che non ha emesso l’ordinanza. Tuttavia, ritengo che sarà necessario scambiare qualche parola con il pubblico ministero».
Saranno interrogati invece lunedì Baita e Buson. «Sono certa che riusciremo a spiegare la nostra posizione – dice l’avvocato Fulvia Fois del foro di Padova, la quale lascia intendere che dal carcere di Treviso, dove è detenuto, potrebbe avvalersi per ora della facoltà di non rispondere – poiché è chiaro che Buson era un dipendente, che non poteva decidere sulle strategie ma che poteva solo eseguire ciò che gli veniva detto di fare. Sono fiduciosa sul fatto che possa uscire presto dal carcere». Quasi certo anche il silenzio dell’indagato più noto, Piergiorgio Baita, da giovedì nel carcere di Belluno. «È sereno come sempre – è la sensazione dell’avvocato Pietro Longo, che è fiducioso sulla caduta delle accuse – d’altronde è un uomo molto solido».

 

Un giro di 22 milioni di euro in gran parte riferito al cartello Baita-Minutillo. Ma non solo

Nel mirino altre fatture: dal Porto a Veneto Strade, dal Passante al Consorzio Venezia Nuova

IL SISTEMA – Si aumentano le spese per ridurre utili e tasse

Per evadere le tasse è il metodo più semplice. Utile, costi e ricavi. Aumento fittiziamente i costi, diminuisco gli utili. Mi invento delle uscite che contabilizzo e saldo con regolare bonifico bancario alla società “cartiera” che si presta all’operazione e che trattiene per sé una percentuale, e mi restituisce il rimanente, in contanti prelevato a stretto giro di posta. Nel sistema Baita le operazioni venivano eseguite su estero, perché la Bmc ha sede nella Repubblica di San Marino. Fino a qualche anno fa considerata una piccola Svizzera sul fronte del segreto bancario. Ma che di recente ha avviato una cooperazione amministrativa internazionale che facilita in maniera fondamentale le attività rogatoriali. Come sottolineato dagli inquirenti veneziani.

 

La politica: «Bisogna fare chiarezza»

Zorzato: «Vanno aperti tutti i cassetti». Ruzzante: «Serve subito una commissione d’inchiesta»

VENEZIA – Chiarezza su ciò che è accaduto, a costo di varare una commissione d’inchiesta. I politici non prendono sotto gamba l’inchiesta che riguarda la Mantovani e lambisce la Regione Veneto. «Credo che occorra trasparenza, trasparenza e ancora trasparenza». A dirlo il vice presidente della Giunta regionale del Veneto Marino Zorzato. «Non possiamo permetterci di avere nemmeno il dubbio che siano finite tangenti in Regione, vanno aperti tutti i cassetti e messe sul tavolo tutte le carte. Perché la gente esige chiarezza».
Piero Ruzzante, consigliere regionale Pd, si spingi più avanti. «Dall’appalto “calore” in sanità alla compravendita del Palazzo di Grandi Stazioni a Venezia, dall’arresto di un tecnico del genio civile per le opere pubbliche dell’alluvione fino all’inchiesta sull’appalto per i pagamenti del bollo auto, che ha portato all’arresto del dirigente del Bilancio della Giunta, dottor Fadelli: la serie di arresti conferma il fatto che attorno al governo di centrodestra della Regione Veneto ruota un sistema di potere dai contorni foschi». Ruzzante attacca «la conduzione politica di Galan e della Lega. Come Pd cogliamo che si apra una commissione di inchiesta».
Simonetta Rubinato, parlamentare del Pd, sostiene: «Serve una reazione corale contro corruzione e illegalità che minano il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni e sono tra le cause della scarsa competitività del nostro sistema economico, viziando la libera concorrenza e sottraendo ingenti risorse alla collettività. Bisogna fare chiarezza e pulizia a tutti i livelli».
È intervenuto anche Andrea Tomat, ex presidente di Confindustria Veneto. «Il sistema, anche quello fiscale, comporta delle complessità di interpretazione: serve semplificare anche nei confronti di chi deve ottemperare e di chi deve giudicare». Ad oggi, secondo l’imprenditore, è necessario «fare chiarezza» e «lasciare lavorare le autorità inquirenti» anche per «non rallentare le opere». Per Tomat sul fronte di vaste operazione di lavori pubblici «ci possono esser delle aree grigie, si tratta di fatti che fanno scandalo quando sono cosi ampi; ma accade che ci possono esser degli aspetti palesemente fraudolenti e altri che sono più difficili da chiarire».

 

LE INDAGINI – I finanzieri dell’operazione “Chalet” stanno seguendo le tracce lasciate dai soldi

GLI SVILUPPI – Sono sotto osservazione società nelle stesse cordate della galassia Mantovani

La cassaforte della cricca è custodita oltre frontiera

È caccia alla cassaforte e più che ai contanti che conteneva a quelli che non ci sono. A cosa sono serviti? Di sicuro il forziere è collocato oltreconfine. Ne sono convinti i finanzieri che stanno indagando sui fondi neri milionari dell’operazione “Chalet” coordinata dal sostituto procuratore di Venezia, Stefano Ancilotto, che ha portato a quattro gli arresti. Il più eccellente quello di Piergiorgio Baita, veneziano di 64 anni con casa a Mogliano, patron del Gruppo Mantovani di Padova, che appare il deus ex machina della maxi evasione. In cella anche Claudia Minutillo, mestrina di 49 anni, fino al 2005 assistente personale dell’allora Governatore del Veneto Giancarlo Galan, e poi manager di successo con incarichi di vertice in diverse aziende della galassia della holding patavina come Adria Infrastrutture di cui è ad. Manette anche William Ambrogio Colombelli, il sammarinese di 49 anni in grado con la sua Bmc Broker srl di fornire consulenze di qualsiasi tipo con una semplice fotocopiatrice e una segretaria e a Nicolò Buson, padovano di 56 anni, responsabile finanziario della Mantovani.
Fatture per studi scientifici e ricerche di mercato inesistenti allo scopo di gabbare l’erario e per creare fondi neri cui attingere alla bisogna. Il metodo più semplice e banale, per di più attuato in una maniera tanto dilettantesca che stride con l’alta professionalità di una holding in grado di fare la parte del leone negli appalti pubblici di mezza Italia, da ultimo la piastra espositiva di Expo 2015 a Milano. E poi c’è un altro aspetto che rimane da chiarire nel conto totale delle “note” di pagamento emesse da Bmc: circa 22 milioni, di cui quasi metà saldate da società del cartello Baita-Minutillo a mo’ di partita di giro, rigorosamente extracontabilità, tolta la percentuale di Colombelli.
Come si colloca la somma piuttosto ingente contestata a imprese che non sono costole della Mantovani, bensì hanno ragioni sociali ben distinte, in qualche caso sono presenti nella stessa cordata aggiudicataria di una grande commessa oppure si ritrovano nello stesso consorzio? Se si può capire che una consociata la voce del padrone non la discute e quindi se Baita ordina si esegue, perché Veneto Strade (compartecipata di Regione e Provincia di Venezia), Passante Di Mestre, Autorità portuale di Venezia e Veneto Acque si sono rivolte in più occasioni dal 2005 al 2010 e per importi differenti alla “cartiera” costruita ad hoc all’ombra del Titano? Una semplice contaminazione del “sistema Baita-Minutillo” per abbassare l’imponibile tassabile o che cosa? Una cricca come farebbero intendere le Fiamme gialle?
Ma questi soldi versati a Colombelli dove finivano? Venivano restituiti a qualche referente delle società solventi per avere a disposizione liquidi non tracciabili, andavano a qualche titolo a Baita o servivano per altri scopi? Due milioni e centomila euro Veneto Strade, 413.200 Consorzio Venezia Nuova che sta costruendo il Mose, 182mila Passante di Mestre, 141mila Autorità Portuale di Venezia, 30mila Veneto Acque. Ora gli investigatori dovranno capire se a fronte di queste uscite ci siano stati dei servizi resi, anche se la testimonianza dell’unica dipendente di Colombelli non lascerebbe spazio a dubbi visto che conferma con sicurezza che tutte le fatture emesse da Bmc si basavano sul nulla. Per il momento non ci sarebbero indagati. Intanto spuntano altre fatture false emesse da ditte diverse dalla Bmc (che avrebbero sede a Monselice e Piove di Sacco) parrebbe sempre su “istigazione” di Baita. Monica Andolfatto

 

CASO MANTOVANI  – La Finanza sulle tracce della cassaforte all’estero. C’era una “cricca” delle fatture false

LA CASSAFORTE – I finanzieri che indagano sul giro di fatture false fra la Mantovani e una società di San Marino sono convinti di essere vicini alla “cassaforte”, probabilmente all’estero, dove sarebbero finiti i contanti versati a Piergiorgio Baita in cambio delle fatturazioni. Nel corso delle indagini sarebbero emerse centinaia, addirittura migliaia di fatture che sarebbero servite a creare fondi neri.

I DESTINATARI – La chiave dell’inchiesta riguarda però la fine che avrebbe fatto il fiume di denaro contante. Il sospetto è che possa essere stato utilizzato per pagare tangenti. Finora sono state eseguite 45 perquisizioni a carico di aziende, amministratori e abitazioni di questi fra le province di Venezia, Padova e Bologna.

GLI INTERROGATORI – Claudia Minutillo parla per un’ora e scarica tutto sull’azienda. Lunedì sarà sentito il presidente della Mantovani

Baita, caccia ai fondi neri

FATTURE FALSE & FONDI NERI

PERQUISIZIONI – Ispezioni a Mestre anche nella sede di Veneto Acque

LE FATTURE FALSE – Sarebbero migliaia con una fitta rete di società»

LA CORTE DEI CONTI  «L’obiettivo è il corretto uso delle risorse pubbliche»

ARRESTO “ECCELLENTE” – I finanzieri portano via Piergiorgio Baita dalla sua casa di Mogliano, dopo diverse ore di perquisizione all’interno dell’abitazione del manager

IL COMMITTENTE DEL MOSE – Per l’ente statale passano i soldi dell’opera. D’Alessio: «Mai avuto rapporti con la Mantovani»

 

Zorzato: «Serve trasparenza assoluta»

«Credo che occorra trasparenza, trasparenza e ancora trasparenza». A dirlo il vice presidente della Giunta regionale del Veneto Marino Zorzato (già presidente di Veneto strade dal 2001 al 2004), a margine dell’inaugurazione dell’anno accademico dell’università di Padova, riferendosi all’indagine della Guardia di finanza che ha portato all’arresto di 4 persone tra cui il presidente del consiglio di amministrazione del colosso delle costruzioni veneto Mantovani, Piergiorgio Baita.
«Non possiamo permetterci di avere nemmeno il dubbio che siano finite tangenti in Regione – ha aggiunto Zorzato – vanno aperti tutti i cassetti e messe sul tavolo tutte le carte. Perché la gente esige chiarezza».

MOSE – Le prime due paratoie sono arrivate giovedì a Marghera via mare da Monfalcone dove sono state realizzate

Baita, caccia al forziere

I fondi neri sono all’estero – La Finanza vuole capire a chi sono andati i milioni sottratti al Fisco italiano.

Nisi: «Di solito somme così ingenti vanno verso la pubblica amministrazione»

IL “SISTEMA” – C’era una “cricca” per aggirare l’erario con finte documentazioni

Porta all’estero. La strada dei soldi sottratti all’erario dal “sistema Baita” conduce oltreconfine. E cioè alla cassaforte dove venivano depositati i contanti che “transitavano” per San Marino, giusto il tempo per venire ritirati in contanti e riportati in Italia per poi “sparire”. I finanzieri del colonnello Renzo Nisi fanno capire di aver già individuato la collocazione del forziere o per lo meno di esserci molto vicino. Ma a interessare di più non sarebbe il denaro ancora in deposito, bensì quello che non c’è più. Dove è stato speso? Per pagare cosa o chi? Sono i quesiti cui i militari vogliono dare una risposta certa al più presto confidando anche nelle eventuali ammissioni dei quattro arrestati. Oppure di qualche imprenditore magari coinvolto suo malgrado nella girandola di fatture false emesse dalla Bmc di San Marino. Perché come è stato spiegato e ripetuto dagli investigatori fondi neri di tali dimensioni – decine di milioni di euro – non è credibile possano servire a comprarsi qualche cappriccio. «Spesso e volentieri ha ribadito lo stesso Nisi – vengono veicolati verso la pubblica amministrazione». Ma l’approfondimento di questo filone appartiene all’eventuale fase due dell’operazione “Chalet”. Intanto spuntano altre fatture false, centinaia, migliaia. Il che fa presupporre il coinvolgimento di società altre, rispetto a quelle individuate finora dagli 007 della Finanza veneziana ed elencate nell’ordinanza firmata dal gip Alberto Scaramuzza. Sarebbero state rastrellate fra ufficio e abitazioni di William Ambrogio Colombelli nel corso di perquisizioni concluse la scorsa notte. D’altronde il 49enne di Bergamo ma residente all’ombra del Titano, presidente della Bmc, è l’uomo chiave dell’inchiesta, così come la sua segretaria è una dei testimoni fondamentali nel confermare il meccanismo della “cartiera”.
Le perquisizioni eseguite finora sono 45 quasi tutte a carico di sedi di imprese, uffici e abitazioni di legali rappresentanti: soprattutto nel padovano e nel veneziano, molte nel bolognese. A Mestre i miliatari delle Fiamme Gialle hanno visitato fra gli altri Veneto Acque e l’ad Pieralessandro Mazzoni, Veneto Strade, Passante di Mestre e l’ad Giorgio Desideri.

 

L’AMMINISTRATORE – «Abbiamo collaborato e non abbiamo indagati»

OPERE PUBBLICHE Secondo il Consorzio Venezia Nuova nessun rallentamento

«Avanti tutta, senza alcun intoppo»

Ca’ Farsetti sui progetti al Lido: «Noi trattiamo con Est Capital»

La parola decisiva arriva da Giovanni Mazzacurati, presidente del Consorzio Venezia Nuova. «La Mantovani Spa – dice – è una delle nostre più valide consorziate ed è una delle imprese che stanno procedendo nella realizzazione del Mose, nel rispetto del cronoprogramma definito con il Magistrato alle Acque di Venezia. Nessun rallentamento è previsto, poiché quanto accaduto in questi giorni non interferisce per nulla con il piano dei lavori in atto». Insomma il Consorzio prosegue per la propria strada anche in previsione dei prossimi appuntamenti legati alla realizzazione del Mose. «I cantieri del Mose – aggiunge Mazzacurati – sono in fase di avanzatissimo sviluppo e sono attualmente in corso fasi importanti e decisive: l’arrivo delle paratoie a Marghera e l’assemblaggio dei maschi; il varo e l’installazione di quattro paratoie nel canale di Treporti e la loro messa in funzione ai primi di giugno; il varo a Malamocco e l’installazione nel canale di San Nicolò dei cassoni di alloggiamento a partire dalla fine di ottobre. E allo stesso tempo anche Antonio Stifanelli, presidente di Pmv, la società che sta costruendo il tram, chiarisce: «Non ci sono contraccolpi per i nostri interventi – sottolinea – la società mandataria del progetto tram è la Gemmo. La Mantovani è solo una delle tante».
Nessuna ripercussione sul Lido secondo il vicedirettore del Comune di Venezia Luigi Bassetto: «Il contratto per la compravendita dell’ospedale al mare lo facciamo con Est Capital. Quali siano poi i rapporti interni al fondo non interessa al Comune». «Sull’accordo l’ultima parola spetta alla Giunta che ha il potere di deliberare – – prosegue – lo schema sul quale stiamo lavorando è noto. Ha senso fare l’accordo se si percepisce consenso e se si capisce che stiamo lavorando nell’interesse collettivo. Si tratta di un’ipotesi qualificata perché, secondo me, permette di perseguire gli obiettivi del protocollo». Lunedì a Ca’ Farsetti ci sarà una riunione tra i partiti di maggioranza proprio per fare il punto sulla vicenda. E proprio in merito alla bufera che si è abbattuta su Mantovani Est Capital ha precisato con una nota che «in qualità di gestore del fondo immobiliare Real Venice 2 la società Mantovani è uno dei quotisti del fondo, ma non ne detiene in alcun modo la quota di maggioranza.» Ieri, intanto nessuna delle due parti ha depositato memorie in Tribunale. Segnale della volontà reciproca di abbandonare il contenzioso. Gli avvocati Alfredo Biagini per il fondo e Giulio Gidoni per il Comune hanno comunicato, informalmente, al giudice Manuela Bano che è pronta un’ipotesi di accordo.

(ha collaboratoLorenzo Mayer)

 

 

I PAGAMENTI – Porto e Veneto Strade «Sono fatture regolari»

Intanto il manager Silvano Vernizzi finisce nel mirino dei 5 Stelle

«Valuta l’impatto delle opere in cui ha anche un ruolo operativo»

Tra i pagamenti alla società di consulenza sanmarinese Bmc Broker Srl, il cui presidente William Colombelli è stato arrestato ed è detenuto nel carcere di Genova, figurano per importi molto differenti anche Veneto Strade e l’Autorità portuale di Venezia. Quando giovedì sono scattate le manette, la guardia di finanza ha inviato molti militari anche nella sede di Veneto Strade ad acquisire materiale e documentazione. L’amministratore delegato Silvano Vernizzi, che tra le altre cose ha realizzato come commissario il passante di Mestre, è tranquillo perché i finanzieri avrebbero già avuto tutte le risposte sui due milioni e 100mila euro di pagamenti alla Bmc Broker contestati dal sostituto procuratore Stefano Ancilotto.
«Abbiamo avuto una perquisizione nella nostra sede – commenta – e abbiamo fornito alla guardia di finanza tutto ciò che ci è stato chiesto. Siamo sereni sulla correttezza delle operazioni e questo è confermato dal fatto che attualmente non c’è nessuno di Veneto Strade inserito nel registro degli indagati».
Bmc Broker è una società di consulenza aziendale e di marketing fondata nel 1995 che, come si evince dalla sua presentazione, “opera in affiancamento o in sostituzione al top management” per dare “più sostegno alle aziende che intendono inserirsi nel mercato mondiale”. La società di cui Colombelli è presidente risulta occuparsi anche di marketing, eventi e comunicazione.
Per la Procura, però, la società sarebbe stata soprattutto una produttrice di fatture false, finalizzate all’accumulazione di fondi neri.
Un importo, di molto inferiore, risulta agli inquirenti essere stato pagato dall’Autorità portuale: 141mila euro.
«Non so nulla di questo pagamento – è il commento del presidente Paolo Costa – perché riguarda un periodo precedente al mio arrivo. Comunque abbiamo fatto una verifica e si tratta di fatture per servizi effettivamente resi. Tutte le procedure interne, insomma, risultano essere state formalmente rispettate. Questa – conclude – è l’unica cosa che sono in grado di dire».
Intanto, il Movimento 5 Stelle si lancia all’attacco di Vernizzi, contestando un presunto conflitto di interessi in merito al suo ruolo di responsabile regionale di molti uffici tra cui quello dell’Ambiente (quindi degli organismi deputati ad eseguire le valutazioni di impatto ambientale) e il ruolo operativo di direttore di veneto Strade, commissario di diverse opere pubbliche e segretario regionale alle Infrastrutture.
Con una mozione urgente per la quale è chiesta la discussione al prossimo Consiglio comunale, il consigliere di 5 Stelle Gian Luigi Placella chiede all’assemblea di approvare il documento con cui si chiede al sindaco di “esprimere in modo netto nei confronti della Regione una critica in origine alla sopra descritta situazione di conflitto di interessi”, di “far svolgere un preciso controllo su tutti gli atti posti in essere dalla citata Segreteria regionale verso il Comune di Venezia” e “invitare la regione a risolvere questa situazione provvedendo a revocare o annullare gli incarichi affidati con la deliberazione di Giujnta del 22 dicembre 2010 in materia di valutazione di incidenza ambientale”.

 

DOPO IL CASO DELLE MAZZETTE DEL 2010 – La linea della Provincia   «Ferrei controlli interni»

L’orgoglio della Zaccariotto: «Scelta necessaria per la trasparenza»

Il direttore Panassidi: «Oggi questo è un ente pulito e trasparente»

La sberla di due anni fa e lo scandalo delle mazzette scoppiato come una bomba ha spinto la Provincia di Venezia ad un profondo rinnovamento nell’attivare i controlli di regolarità, sulla performance organizzativa, sugli standard di qualità dei servizi, e sul grado di realizzazione dei programmi di governo. E oggi la presidente Francesca Zaccariotto afferma a testa alta che la Provincia fece la scelta più giusta, anche a favore dei cittadini. Concetti la presidente leghista ha ribadito al seminario dal titolo «Il sistema dei controlli negli enti locali e società partecipate. Il ruolo della Corte dei conti». Un sistema, quello dei controlli interni ed esterni degli enti locali, che è stato ridisegnato dal decreto legge n. 174 del 2012 (Disposizioni urgenti in materia di finanza e funzionamento degli enti territoriali). «Quest’amministrazione già dal 2010 ha progettato e attivato un sistema efficace di controlli interni, sulla base del precedente quadro normativo – ha detto Zaccariotto – E oggi siamo orgogliosi di aver operato in questa direzione, in piena autonomia e non per imposizione della legge. Abbiamo progettato un sistema integrato e moderno che riguarda tutte le aree strategiche dell’ente – programmazione di infrastrutture e viabilità di area vasta, edilizia scolastica, ambiente, sicurezza. Questa scelta, lo ribadisco, è stata fatta per nostra volontà di farlo, e non perché si doveva fare». Giuseppe Panassidi, direttore generale della Provincia di Venezia ha aggiunto. «Perché il sistema funzioni vanno previsti alcuni requisiti fondamentali. Deve essere semplice, declinato in modo chiaro e proporzionato all’organizzazione; deve inoltre essere monitorato costantemente per correggere errori e assicurare un continuo miglioramento dell’organizzazione pubblica. E la Provincia oggi è un ente pulito e trasparente». Tommaso Miele, presidente dell’associazione nazionale dei magistrati della Corte dei Conti ha affrontato il problema spinoso del controllo sulle società partecipate. «Oggi l’obiettivo principale e condiviso deve essere quello della prevenzione della corruzione e del corretto uso delle risorse pubbliche la natura pubblicistica delle società partecipate soprattutto quelle a maggior peso del socio pubblico, dove a prevalere deve essere l’interesse della collettività».

Raffaele Rosa

 

L’EX TECNICO   «Troppi dubbi sulle cerniere. Ci furono anche dimissioni»

MARIA GIOVANNA PIVA   «Non commento.  Ho già avuto problemi dopo Report»

Magistrato, paure e accuse

«Preferisco non commentare più questa vicenda, già dopo l’intervista a Report off di Rai3 del maggio scorso ho avuto dei guai». L’ingegner Maria Giovanna Piva declina cortesemente ma fermamente l’invito a parlare della vicenda dell’arresto di Piergiorgio Baita, presidente della Mantovani, società all’interno del Consorzio Venezia Nuova. Piva è stata Magistrato alle Acque di Venezia per sette anni fino al 2008, quando il Ministero le ha comunicato il trasferimento anticipato a Bologna. Aveva chiesto degli approfondimenti sul tipo di cerniere da utilizzare nel Mose, perchè il progetto approvato definitivamente prevedeva un prototipo realizzato con il meccanismo della fusione, già sperimentato positivamente, mentre il Consorzio Venezia Nuova decise di utilizzare quelle in lamiere saldate, tra l’altro più costose. Piva chiese la consulenza di un professore esperto in metallurgia, Gian Mario Paolucci, che paventò lo spettro del grippaggio.
Ma nonostante ciò, con il nuovo Magistrato alle Acque Patrizio Cuccioletta, si diede il via libera alla tecnologia della saldatura, considerata la più avanzata sul mercato.
L’attuale Magistrato alle Acque, Ciriaco D’Alessio, si dice rattristato della vicenda. «Noi non abbiamo rapporti diretti con la Mantovani – aggiunge – Il nostro interlocutore è il Consorzio Venezia Nuova, quindi è al Consorzio (che è un’associazione di una cinquantina di imprese che in qualità di braccio operativo dello stato ricevono l’affidamento diretto dei lavori) che paghiamo le fatture». Stop.
Chi invece non si trattiene è il professor Lorenzo Fellin, già ordinario di Sistemi elettronici e direttore del Dipartimento di ingegneria elettrica dell’Università di Padova, in qualità di ex membro del comitato tecnico di magistratura, l’organo che approva gli interventi del Magistrato alle Acque.
Fellin si dimise dall’incarico proprio perchè la storia delle cerniere non lo convinceva (come pure aveva fatto pochi mesi prima il collega Mannino) e non se la sentiva di avvallare scelte sul quale il Magistrato alle Acque Cuccioletta «pretendeva l’unanimità».
«L’arresto di Baita non mi sorprende – dice Fellin – anzi, mi stupisce non vedere altri personaggi coinvolti nella vicenda, che forse è solo all’inizio. Perchè la storia delle cerniere è stata emblematica nel dimostrare l’assenza di controllo del Magistrato alle Acque, organo dello Stato, sul Consorzio. Fu il Consorzio a decidere, a fronte di un progetto approvato e di una sperimentazione che dava torto, di cambiare la tecnologia delle cerniere come la più avanzata sul mercato. È vero che l’affidamento diretto al Consorzio è previsto dalla normativa, ma ragioni di opportunità e di trasparenza, anche per la quantità dei fondi impiegati e l’importanza dell’opera, avrebbero suggerito una gara d’appalto internazionale per valutare la miglior tecnologia disponibile. Ci sono stati anche ricorsi alla Corte europea di ditte concorrenti, che avrebbero confrontato volentieri la propria esperienza nel settore. In realtà quella della saldatura era l’unica disponibile per la Fip, che si occupa di saldature».
La Fip è del gruppo Mantovani. Nella trasmissione di Report era stato evidenziato che le cerniere saldate costeranno il 38 per cento in più. «Mannino fu costretto a dimettersi – conclude Fellin – perchè aveva sollevato dubbi sulla quantità di calcestruzzo che veniva utilizzata in certi blocchi che venivano affondati, per i quali mancavano delle misurazioni e non si era in grado di valutare i costi».

 

IL DOCUMENTO – In mano alla Procura le prove del passaggio di denaro con il Titano

Quelle fotocopie costate 750mila euro

Così la ditta di San Marino fatturò a Mantovani uno studio che era già stato pagato

Ecco come guadagnare 750 mila euro semplicemente con un pacco di fotocopie. Basta prendere gli studi fatti da altri, cambiare la data e fotocopiarli su carta intestata. Non ci credete? Secondo la Procura di Venezia è successo esattamente questo per l’area di via Torino. La Mantovani ha pagato alla BMC di William Colombelli esattamente «250 mila euro per l’analisi del trend del mercato immobiliare e dei percorsi che indichino l’ottimizzazione della nuova localizzazione del Mercato ortofrutticolo; 250 mila euro per l’elaborazione dei dati finalizzati al piano di investimento immobiliare; 250 mila euro per il piano economico finanziario di gestione dei servizi di residenza universitaria». Totale 750 mila euro. L’incarico che la Mantovani dà alla BMC di Colombelli è del 2008 – la prima fattura è del luglio 2008 – ma le relazioni che la BMC invia a Mantovani sono del 2007 e del 2006. Come è possibile? Semplicemente la BMC – secondo l’ipotesi accusatoria – ha fatto un copia e incolla, cambiando le date e mettendo il tutto su carta intestata della BMC. Significa in buona sostanza che la Venice Campus, che possedeva il terreno del Mercato ortofrutticolo di via Torino prima di venderlo alla Mantovani per 45 milioni di euro, aveva fatto eseguire da ditte specializzate quegli studi di cui in seguito è stata incaricata BMC. La ditta di San Marino non ha fatto altro che prendere quegli studi già pagati dalla Venice Campus e ripresentarli alla Mantovani, che li ha ri-pagati. E per quelle fotocopie ha incassato 750 mila euro in due tranches da 375 mila euro. Del resto ci sono le carte ad incastrare i furbetti. In una lettera del 20 luglio la BMC fa riferimento ad un documento del 7 agosto e in un’altra lettera del settembre 2008, si richiama ad un documento del marzo 2009. Curioso, no? Ma tutte le operazioni portate alla luce da questa inchiesta mostrano una approssimazione e un pressapochismo troppo smaccati. Perchè quando ci si limita a fotocopiare e a cambiare le date, può capitare che sfugga qualche elemento importante. Vuol dire che, se si mette come data il 2008 su uno studio del 2006, bisognerebbe avere l’accortezza di cancellare tutti i “2006” dallo studio che viene fotocopiato. E invece la Finanza scopre che BMC si è limitata a cambiare la data del documento ed ha lasciato tutto com’era, così che una analisi della Partner investitori e Partner immobiliari relativo al trend immobiliare di Mestre riporta in numerosi passaggi che il quadro di riferimento è il 2006. Anche le tabelle sono del 2006, ma non la data d’intestazione, che è 2008.

 

 

BEPPE CACCIA  «I soldi del governo al Consorzio finiscono per pagare i dipendenti»

L’affondo è di quelli tosti. E tocca al consigliere di “In Comune”, Beppe Caccia tornare a lanciare la sfida. Nella “tempesta” seguita all’arresto dell’imprenditore Piergiorgio Baita e di Claudia Minutillo, Caccia rilancia la battaglia sui fondi assegnati al Consorzio Venezia Nuova.
«Nell’ottobre 2012 – sottolinea il consigliere comunale – avevo pubblicamente chiesto all’ingegner Baita di fare chiarezza e illustrare pubblicamente e con trasparenza i conti del Consorzio Venezia Nuova. In quell’occasione non aveva risposto. Ma mi chiedo: in tempi di austerity come verranno spesi i 1.250 milioni di euro stanziati per il Mose dal governo Monti nell’ultimo scorcio di legislatura? Innanzitutto una quota dei 12 per cento andrà a pagare non i lavori o la loro progettazione, ma l’attività di management del Consorzio: ciò significa che l’attività dell’ente verrà finanziata nei prossimi quattro anni con 250 milioni di euro; oltre sessanta all’anno. Chiunque abbia una qualche competenza in materia sa che si tratta di cifre assurde e del tutto spropositate».
Caccia affonda il coltello nella piaga: «Mettendo l’occhio – aggiunge – nei bilanci passati si vede poi che questa cifra aumenta considerevolmente attraverso attività affidate dal Consorzio ad altri soggetti e rimborsate con cifre molto superiori a quanto effettivamente speso. Si può pensare che i 250 milioni lieviteranno almeno fino a 300. Come verranno spesi i 950 milioni che avanzano? L’inchiesta attuale sta dimostrando che parte delle risorse pubbliche sono finite per costituire dei fondi neri attraverso il meccanismo delle false fatturazioni. Adesso vogliamo la verità. Vogliamo sapere a che cosa sono serviti questi fondi neri».

 

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