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Nuova Venezia – Arresti eccellenti, l’inchiesta

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

2

mar

2013

La Minutillo nega «Sono stata usata»

Interrogata l’ex segretaria di Galan: «Gestiva tutto la Mantovani»

William Colombelli preferisce tacere. Lunedì tocca a Baita e Buson

«Andavo spesso a San Marino perché avevo una relazione con Colombelli

Poi l’ho lasciato, lui mi ha anche molestata rinchiudendomi nella mia casa di Mestre»

VENEZIA «Io non so nulla, a gestire la parte amministrativa, anche di Adria Infrastrutture, era la Mantovani e quando mi sono accorta che William Colombelli, con cui avevo una relazione, mi usava io l’ho lasciato ma lui mi ha molestata, è entrato in casa mia a Mestre, mi ha anche sequestrata». Questa la versione di Claudia Minutillo, l’ex segretaria di Giancarlo Galan trasformatasi in manager, che ieri mattina è stata interrogata dal giudice veneziano Alberto Scaramuzza alla presenza del suo difensore, l’avvocato padovano Carlo Augenti, e del pubblico ministero Stefano Ancilotto. È arrivata negli uffici del Tribunale di piazzale Roma accompagnata da tre agenti della Polizia penitenziaria, aveva le manette ai polsi come qualsiasi altro detenuto e un paio di grandi occhialoni neri, che le coprivano metà del volto. È uscita ed è entrata con la testa bassa per non farsi vedere, era tutta vestita di nero. Sempre ieri mattina, anche Colombelli è stato interrogato dal giudice di Genova, dove è detenuto visto che i finanzieri dei Nuclei di Polizia tributaria di Venezia e Padova lo hanno arrestato a Santa Margherita Ligure dove ultimamente risiedeva. Il presidente della Bmc Broker srl di San Marino, difeso dall’avvocato Alberto Fogliata, però, si è avvalso della facoltà di non rispondere e presumibilmente potrebbe chiedere di essere sentito dal pubblico ministero veneziano che conduce le indagini dopo che il suo legale ha potuto esaminare la documentazione d’accusa – si tratta di circa venti faldoni – già messa a sua disposizione. Mentre Piergiorgio Baita, difeso dall’avvocato Piero Longo, e Nicolò Buson, difeso dall’avvocato Fulvia Fois, rispettivamente presidente della Mantovani spa e ragioniere della stessa azienda, il primo rinchiuso nel carcere di Belluno e il secondo in quello di Treviso, saranno sentiti dai giudici delle due città per rogatoria lunedì mattina. Ieri, a dispetto di chi sosteneva che anche Minutillo avrebbe taciuto, l’ex segretaria prestata all’imprenditoria ha invece risposto alle domande, cercando di sminuire il suo ruolo in questa brutta vicenda. Stando all’ordinanza di custodia cautelare, lei è finita in manette in qualità di amministratore delegato di Adria Infrastutture, società che ha utilizzato ben un milione e 800 mila euro di fatture fasulle rilasciate dalla ditta di Colombelli, ed è anche sospettata di essere socia occulta della sanmarinese Bmc Broker. Inoltre, sarebbe stata «tramite spesso tra Baita e Colombelli e partecipa alle operazioni di restituzione del denaro illecitamente accumulato a San Marino». Minutillo ha innanzitutto negato di essere socia occulta di Colombelli nella sua srl, quindi ha spiegato di essere laureata in lettere e di non avere dimestichezza con conti e fatture, così era l’apparato amministrativo di Mantovani ad occuparsi dei bilanci e delle fatture di Adria Infrastrutture, ma non ha accusato direttamente Baita. Alla contestazione del fatto che più volte si sarebbe recata a San Marino, incontrandosi con Colombelli, avrebbe risposto sostenendo di aver avuto per anni una relazione con il cittadino sanmarinese. Avrebbe anche specificato che, dopo essersi accorta, che lui la frequentava e la usava per i suoi rapporti con Baita e la Mantovani, l’avrebbe lasciato. Colombelli, invece, avrebbe continuato a tormentarla, a telefonarle, a presentarsi a casa sua e, in un’occasione, sarebbe anche entrato contro la sua volontà, rinchiudendola in casa, tanto che lei avrebbe anche telefonato al 113, senza però presentare alcuna denuncia. Per gli investigatori, invece, i suoi frequenti viaggi a San Marino erano giustificati dal fatto che riportava nel Veneto, a Baita, i soldi che la Mantovani pagava con bonifici per le fatture false emesse dalla Bmc Broker. Dei dieci milioni di euro, circa il 20 per cento sarebbe stato trattenuto da Colombelli per la sua «commissione», mentre il resto avrebbe costituito un cospicuo fondo nero a disposizione di Baita sul quale gli investigatori delle «fiamme gialle» stanno indagando. Dopo la verifica fiscale e le perquisizioni, il 15 luglio 2012, Baita aveva mosso le sue pedine per ostacolare le indagini o comunque essere informato sulle intenzioni degli inquirenti. Così, un poliziotto di Bologna è stato perquisito nei giorni scorsi per presunti tentativi, andati a vuoto, di avere notizie «di prima mano» dagli investigatori, che subito avevano riferito al magistrato, sulle indagini in corso. Nelle maglie degli accertamenti è così caduto anche un poliziotto, finito nei guai per abuso di accesso al sistema informatico. Il sospetto degli investigatori è che l’agente, già assessore alla sicurezza del Comune di Bologna all’epoca della Giunta Guazzaloca tra il 1999 e il 2000, possa aver fornito indicazioni sulle indagini.

Giorgio Cecchetti

 

«Il sistema Baita funzionava così»

Decisiva la testimonianza della segretaria di Bmc Broker

E Vernizzi ai finanzieri chiede: «Devo seguirvi, vero?»

VENEZIA – Uno dei maggiori fruitori del “sistema Baita”, cioè nell’utilizzo di fatture false i cui importi venivano messi a bilancio è stata Veneto Strade. Quando i finanzieri, coordinati dal pm Stefano Ancillotto hanno verificato i conti correnti della Bmc Broker, si sono trovati davanti a numerosi bonifici compiuti da Veneto Strade, che superano i 2 milioni di euro. Soldi pagati per delle fatture prodotte dalla cartiera gestita da William Colombelli. Cioè carte false. Quando giovedì mattina i finanzieri si sono presentati nella sede di via Baseggio di Veneto Strade l’ad Silvano Vernizzi li ha acccolti dicendo: «Io vi devo seguire vero?». Frase emblematica di una certa preoccupazione. Come del resto hanno tanti altri ad di società finite nella lista, scoperta dalla Guardia di Finanza. Lascia perplessi che una società pubblica come Veneto Strade utilizzi delle fatture false. Stando alla Guardia di Finanza infatti quei bonifici alla società di Colombelli infatti sono giustificati con documenti falsi. Per capire che nella sede della Bmc si facevano solo fatture false, basta leggere quanto dichiarato da Vanessa Renzi, una delle segretarie di William Colombelli alla Guardia di Finanza. Viene sentita nel maggio e nel giugno dello scorso anno. Spiega che erano lei e le sue colleghe a compilare le fatture di presunti consulenti della Bmc Broker e che poi servivano a giustificare i bonifici delle società venete. Riferendosi ai consulenti della Broker dice: «Voglio precisare che io non li ho mai visti, non ho mai parlato al telefono con loro, non ho mai inviato una mail o un fax a loro, non ho mai fatto loro un bonifico bancario. In sostanza questi presunti consulenti della Bmc non sono, a mio avviso, mai entrati in contatto con la società e tenuto conto che eravamo sempre noi a emettere le fatture, su ordine di Colombelli, devo ritenere e concludere che probabilmente non sapessero nemmeno di essere stati indicati quali consulenti della Bmc. Ricordo che in totale i nomi dei consulenti utilizzati nell’arco degli anni sono una decina». A riguardo delle fatture alla Mantovani la segretaria spiega: «…si trattava di fatture emesse per operazioni inesistenti…I rapporti tra Bmc e Mantovani li teneva direttamente Piergiorgio Baita che firmava i relativi contratti senza mai recarsi negli uffici della Bmc». È sempre la Renzi a spiegare come era strutturata la Bmc e come questa azienda non poteva certo fornire consulenze e di come lei non aveva mai visto un tecnico negli uffici nonostante i tanti anni durante i quali ha lavorato per Colombelli. «La Bmc era di fatto costituita da noi tre colleghe che svolgiavamo compiti impiegatizzi; Colombelli veniva al massimo un paio di giorni la settimana. L’ufficio è un appartamento di circa 70 metri quadri, ci sono due scrivanie, due pc, un telefono, due stampanti ed un fax oltre all’ufficio di Colombelli, uno spazio dove si tiene la contabilità». È la stessa segretaria che spiega come Colombelli arrivava con dei contratti già firmati, lei compilava le fatture con gli importi già indicati sul contratto. Quindi, nel caso di Mantovani era il ragioniere Buson a indicare quando veniva fatto il bonifico relativo alla fattura. Successivamente lei, su indicazione di Colombelli, si recava a prelevare i soldi versati. Ne prelevava l’80 per cento e quindi li versava su conti correnti intestati a Colombelli. Quota che corrisponde a quanto. Poi, rientrava nei “fondi neri delle società”.

Carlo Mion

 

A libro paga 2 ex agenti dei servizi

Erano stati ingaggiati per sapere di più sull’inchiesta.

Un poliziotto fra gli indagati

VENEZIA – Nei guai per adesso c’è finito il vice questore aggiunto Giovanni Preziosa di Bologna. Ma altri quasi sicuramente si aggiungeranno nella lista degli indagati nell’inchiesta che ha portato in carcere Piergiorgio Baita. Infatti la “cricca delle fatture false”, una volta che si è resa conto che la Guardia di Finanza stava facendo le cose sul serio, già dal 2011, ha cercato di ottenere informazioni sulle indagini utilizzando i sistemi più vari. Ha messo nel libro paga vere fonti e forse anche qualche milantatore che ha spillato soldi ma non ha fornito nessun aiuto prezioso. Di sicuro appare inquietante il fatto che nel libro paga della “cricca” ci siano alcuni ex agenti dei servizi segreti. Si tratta di ufficiali che prestavano servizio, in passato, nel “centro” dei servizi di Padova. Questi sono stati impiegati soprattutto dal maggio dello scorso anno, quando è stato certo che i finanzieri, coordinati dal pm Stefano Ancillotto, avevano scovato i file con le registrazioni fatte da William Colombelli quando incontrava Baita e Claudia Minutillo. Erano stati incaricati di avvicinare finanzieri e ufficiali delle stesse Fiamme Gialle. Non è chiaro se ci sono stati i contatti. Di certo Baita e soci sono stati arrestati. In più di un’occasione gli inquirenti si sono resi conto della capacità della “cricca” di agganciare personaggi in ogni ambiente e da qui la difficoltà di mantenere segreto quanto scoperto durante gli accertamenti. La “cricca” ha avuto la certezza che la gran parte di quanto avevano combinato negli anni tra il 2005 e il 2010, quando i finanzieri hanno fatto gli accertamenti nelle banche di San Marino dove finivano i soldi spediti dai “clienti” veneti alla BMC Broker. Cioè dalle ditte che utilizzavano il “sistema Mantovani” per creare fondi neri. Fondi che per il colonnello Renzo Nisi, comandante del Nucleo Provinciale di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Venezia: «La mia esperienza di investigatore mi fa dire che i fondi neri servono solitamente alle società per pagare tangenti a politici o funzionari pubblici». Intanto nei guai è finito il vice questore aggiunto della Polizia Giovanni Preziosa, già assessore nella giunta di Bologna guidata da Guazzaloca. Il poliziotto su richiesta della “cricca” ha compiuto degli accertamenti presso il terminale del ministero dell’Interno per verificare se erano aperte delle indagini nei confronti di Baita e soci. Giovanni Preziosa ai finanzieri ha detto: «Io faccio anche piccoli lavori di consulenza per la sicurezza di privati». Il poliziotto era già stato al centro di polemiche per i suoi metodi bruschi durante i controlli di polizia.

Carlo Mion

 

Fiamme Gialle ancora al lavoro

DUE ANNI DI INDAGINI

Gli uomini del Gico della Guardia di Finanza del colonnello Renzo Nisi, stanno lavorano sul sistema Baita da due anni e giovedì hanno concluso la prima fase arrestando PIergiorgio Baita, presidente Gruppo Mantovani, l’ex segretaria di Giancarlo Galan, Claudia Minutillo, William Colombelli, titolare della società che produceva le fatture false e Nicolò Buson responsabile commerciale della Mantovani Spa. La indagini non sono terminate. Infatti ora c’è da lavorare sul materiale sequestrato durante le perquisizioni e valutare la posizione di vari ad che hanno firmato i bilanci delle società che negli anni hanno utilizzato le fatture false.

 

Sotto choc i costruttori del Mose «Estranei, il cantiere va avanti»

Al consorzio Venezia Nuova sconcerto dopo l’ordine di custodia cautelare per il manager Mantovani Mazzacurati: «Nessun denaro sommerso». Fatture Bmc Broker: il caso della festa al Porto con Lunardi

VENEZIA «Denaro sommerso intorno alle grandi opere? Francamente non so. Intorno alla nostra non gira nulla». Giovanni Mazzacurati, 80 anni, è il presidente-fondatore del Consorzio Venezia Nuova, padre del progetto Mose. L’arresto di Piergiorgio Baita, presidente della Mantovani – socio di maggioranza del pool di imprese che dal 1984 ha in concessione unica la salvaguardia di Venezia e della sua laguna – è stato un fulmine a ciel sereno anche per lui. «La notizia mi ha molto sorpreso e amareggiato», dice il giorno dopo l’arresto, «l’impresa Mantovani è una delle nostre imprese più valide, e l’ingegner Baita che fa parte del Consiglio direttivo ha sempre dato un contributo importante alle attività del Consorzio». Mazzacurati padre nobile, Baita braccio operativo che negli ultimi tempi aveva aumentato anche la sua presenza pubblica. Adesso, con il suo arresto per una serie di fatture false scoperte dalla Finanza, riseplode la polemica intorno al «monopolio» e alle grandi opere in cui la Mantovani è stata protagonista negli ultimi 25 anni. Mose, Passante, scavi dei canali portuali, marginamenti, litorali, strade e sottopassi, depuratori, ospedali. Adesso i progetti non ancora avviati del porto off shore e della sublagunare, l’Expo di Milano. Una ragnatela di affari che ne fa la prima impresa del Veneto, tra le prime venti in Italia. Legami abbastanza stretti con la Regione di Galan e Chisso. Non a caso Baita era stato, due anni fa, tra gli 11 imprenditori «selezionati» che avevano accolto l’allora premier Berlusconi all’aeroporto di Tessera, insieme a Ghedini e Marchi. Un uomo brillante, un imprenditore di successo. Da quasi vent’anni alla testa dell’impresa padovana subentrata a Impregilo come azionista di maggioranza del Consorzio Venezia Nuova. In molti adesso chiedono commissioni d’inchiesta e fari accesi sulla contabilità miliardaria degli ultimi anni gestita dal concessionario unico dello Stato. Il Consorzio è coinvolto in questa vicenda? «Non c’è alcun rapporto tra i lavori del Mose e quanto accaduto in questi giorni», scandisce Mazzacurati. Due le fatture irregolari contestate dalla Finanza alla Mantovani ed emesse a carico di Consorzio Venezia Nuova e Tethis, la società di ricerca acquistata tre anni fa dal Consorzio. «Sono 413 mila euro per il Consorzio e 85 mila per la Tethis», ricorda l’ingegner Mazzacurati, «la prima per uno studio affidato alla Bmc pe sullo sviluppo dell’Arsenale, la seconda per un convegno organizzato dalla Tethis nel 2006». «Ma il progetto Mose», garantisce l’ingegnere, «non si ferma. Va avanti come da programma approvato a concordato con il Magistrato alle Acque». Proprio il giorno dell’arresto di Baita sono arrivate a Marghera, trainate da un rimorchiatore, le prime due paratoie costruite nei cantieri navali di Monfalcone. «I lavori del Mose», conclude Mazzacurati, «finiranno nel 2016; ai primi di giugno saranno messe in funzione le prime quattro paratoie nel canale di Treporti, i cassoni costruiti a Santa Maria del Mare saranno messi sul fondale alla fine di ottobre». Una sola, come conferma il presidente Paolo Costa, la fattura contestata all’Autorità portuale. Riguarda la festa per la conclusione dello scavo dei canali a Fusina. 141 mila euro sborsati dal Porto (allora presidente era Giancarlo Zacchello) per i servizi forniti dalla Bmc Broker. Montaggio del tendone e pranzo per 600 inviati illustri in piena campagna elettorale, i ministri Lunardi e Matteoli, Galan e la giunta regionale. Il Comune aveva disertato, per la polemica innescata da Cacciari contro il governo Berlusconi sul taglio dei fondi della Legge Speciale e il mancato ascolto sulle alternative al Mose. Polemiche a non finire, interrogazioni, come riporta la Nuova di quei giorni. Ma non era successo nulla. Sette anni dopo, gli arresti.

Alberto Vitucci

 

Zorzato: la Regione deve aprire tutti i suoi cassetti

«Credo che occorra trasparenza, trasparenza e ancora trasparenza». A dirlo il vice presidente della Giunta regionale del Veneto Marino Zorzato, ieri a margine dell’inaugurazione dell’anno accademico dell’università di Padova, riferendosi all’indagine della Guardia di finanza di Padova e Mestre. Le Fiamme gialle hanno perquisito anche la sede di Veneto Strade, controllata dalla Regione e fondata e presieduta da Marino Zorzato dal 2001 al 2004. «Non possiamo permetterci di avere nemmeno il dubbio che siano finite tangenti in Regione – ha aggiunto Zorzato – vanno aperti tutti i cassetti e messe sul tavolo tutte le carte. Perchè la gente esige chiarezza».

 

Vernizzi (Veneto Strade): sorpresi dalla visita della Finanza ma sereni

«Siamo sereni, non ci risultano persone della nostra azienda indagate. Quindi attendiamo». Silvano Vernizzi, amministratore delegato di Veneto Strade, la società che è il braccio operativo della Regione per la viabilità, e che ha la sua sede a Mestre, in via Baseggio, commenta con poche parole l’indagine della Finanza che ha portato alla luce un giro di fatture false che chiama in casa pure l’azienda controllata dalla Regione. «Sono venuti giovedì ad acquisire atti. Non ho altro da dire», spiega Vernizzi. Ma siete rimasti sorpresi dell’arrivo dei finanzieri, gli chiediamo. «Ovviamente la visita ha stupito tutti ma ripeto, noi siamo sereni e non ho altro da aggiungere», taglia corto Vernizzi. Continua a non rilasciare dichiarazioni, invece, l’assessore regionale alle Infrastrutture Renato Chisso che in questi anni ha lavorato in stretto contatto con la società amministrata da Vernizzi, che è stato, tra l’altro, per anni anche il commissario straordinario per il Passante e ne ha seguito, passo passo, la realizzazione. Nell’elenco delle fatture false emesse dalla società BMC Broken, finita nella bufera dell’indagine della magistratura che ha portato in carcere, tra gli altri Piergiorgio Baita, a capo del gruppo Mantovani, compare Veneto Strade con un importo di 2,1 milioni di euro. Nell’elenco figura pure la società Passante di Mestre ( che ha realizzato la nuova autostrada) per 182 mila euro. Altre nove società sono indicate per importi inferiori al milione di euro. Per quelle con importi superiori vengono indicate la Mantovani Spa e Adria Infrastrutture Spa. Veneto Strade vede alla presidenza del consiglio di amministrazione Roberto Turri, il direttore generale è Roberto Franco. La spa controllata da Regione e sette province venete, ha chiuso il 2011 con un bilancio in attivo di poco più di 32mila euro, un patrimonio netto di 6.699.722 euro, un patrimonio attivo di 663.932.777 e 284 dipendenti. Il 62,93 per cento delle risorse è andato alle opere viarie. (m.ch.)

 

I primi dubbi con l’arresto di Brentan

L’inchiesta del pm Ancillotto. L’ex ad della Venezia-Padova guida tuttora la Nogara Mare Spa

VENEZIA – I primi a interessarsi di Piergiorgio Baita e di Claudia Minutillo sono stati i finanzieri del Nucleo di Polizia tributaria di Venezia, che da qualche giorno avevano arrestato – nel febbraio dello scorso anno – l’amministratore delegato della società Autostrada Venezia-Padova Lino Brentan, poi condannato a 4 anni di reclusione. Altro elemento che fonda come assai accentuata e pienamente attuale l’esigenza cautelare riguarda il fatto che tuttora Lino Brentan rivesta la carica di amministratore delegato della società Nogara Mare spa. Basti pensare, al riguardo, questo eloquente passo dal verbale d’interrogatorio dell’1 marzo 2011 reso da Giuseppe Barison: «Preciso che Brentan, all’incontro dell’hotel, mi aveva parlato di lavori relativi alla Nogara-Mare e che avrebbe fatto di tutto per farci prendere qualcosa, magari in subappalto dalla Mantovani, che probabilmente avrebbe preso il grosso dell’appalto». Barison è uno degli imprenditori che ha pagato Brentan e che lo ha confessato e questo passo è riportato dall’ordinanza del Tribunale del riesame di Venezia che spiega perché l’ex amministratore delegato deve restare ai domiciliari. Così i finanzieri si interessano anche della Mantovani e di Adria Infrastrutture e partono le intercettazioni sui cellulari di Baita e di Minutillo. Cinque mesi dopo i finanzieri del Nucleo di Polizia tributaria di Padova entrano negli uffici amministrativi della Mantovani per una verifica fiscale, un controllo di routine. Con gli accertamenti fiscali spuntano le prime e grosse irregolarità e vengono alla luce i rapporti tra l’asso pigliatutto nel settore delle costruzioni in Veneto e quella piccola e sconosciuta società di San Marino. Ma di San Marino parlano anche Baita e Minutillo, anzi, la manager va spesso nella Repubblica del Titano e, guarda caso, si incontra con il presidente di quella piccola società, la «Bmc Broker». Il pubblico ministero Stefano Ancilotto chiede che vengano messi sotto controllo anche i cellulari di William Colombelli, che sono ben cinque, e il quadro si completa. Gli investigatori veneziani e padovani, tutti della Guardia di finanza, a quel punto si coordinano e ognuno prosegue per la sua strada, ma ora in pieno accordo e coordinamento fino all’ottobre 2012, quando alla fine del mese il pm lagunare chiede le ordinanze di custodia.

Giorgio Cecchetti

 

ESPOSIZIONE UNIVERSALE DEL 2015

Il sindaco di Milano Pisapia: «Nessuna ombra sull’Expo»

L’arresto da parte della Procura di Venezia di Piergiorgio Baita, presidente e ad del Gruppo Mantovani – vincitore del bando per la cosiddetta piastra del sito dell’Esposizione universale del 2015 a Milano – non getta «nessuna ombra su Expo». Ad assicurarlo e ribadirlo è stato ieri il sindaco Giuliano Pisapia, a margine dell’inaugurazione dell’anno giudiziario del Tar. «Il procedimento giudiziario sul presidente della Mantovani – ha spiegato Pisapia – riguarda fatti del tutto diversi» e non coinvolge quindi l’evento del 2015. L’accusa, per Baita, è di associazione per delinquere finalizzata all’evasione delle imposte mediante emissione e utilizzo di fatture false. «È giusto che indaghi la magistratura – ha aggiunto il sindaco di Milano – ma quello che è certo è che non hanno nessuna rilevanza nè diretta nè indiretta su Expo». Ciò non toglie che «per quello che è successo, credo sia opportuno, e per questo ho fatto un invito pubblico, che il presidente della Mantovani di dimetta o cambi la governance della società. Questo per la tranquillità di tutti, della società e dei cittadini», ha concluso. Il sindaco di Milano aveva chiesto un passo indietro a Baita già nell’immediataezza della notizia che la procura di Venezia aveva chiesto e ottenuto dal gip l’arresto del presidente di Mantovani e di altre tre persone. Una posizione, quindi, ribadita e rafforzata dalla dichiarazione resa ieri.

 

PADOVA e selvazzano

Mantovani e Fip Industriale gli operai temono l’incertezza

PADOVA I sindacati hanno chiesto un incontro con l’azienda per capire meglio quanto sta succedendo e quali possibili effetti può avere sul lavoro l’arresto del presidente della Mantovani Spa Piergiorgio Baita. Fra i dipendenti della ditta, che ha la sua sede nella Zip, in via Belgio, la tensione e la preoccupazione sono palpabili. Tanto più che, nonostante la crisi che ha investito il settore dell’edilizia e delle costruzioni, per loro non si è ancora mai profilato un solo giorno di cassa integrazione. Anche se al momento la Guardia di finanza esclude il coinvolgimento della famiglia Chiarotto, proprietaria della Mantovani, nella frode fiscale da dieci milioni di euro, è difficile credere che non ci saranno contraccolpi. «Speriamo sia fatta chiarezza» l’auspicio di Omero Cazzaro e Marco Benati, di Feneal-Uil e Filea-Cgil, «l’azienda ha sempre tenuto rapporti corretti con i sindacati e la legalità è un principio che abbiamo sempre condiviso. Se dovessero saltare degli appalti a rischiare il lavoro sarebbero tantissime persone. Dopo l’incontro con la proprietà faremo un’assemblea con i dipendenti». Una certa apprensione per quanto sta accadendo c’è anche alla Fip Industriale di Selvazzano, altra azienda dei Chiarotto: «Chiederemo un incontro per capire la situazione» annuncia Silvio De Toni dell’Rsu, «per ora non abbiamo motivo di temere contraccolpi sulla nostra attività». La Mantovani è una delle aziende che hanno partecipato alla gara per il nuovo centro congressi che dovrà sorgere al posto del palazzo delle Nazioni in fiera a Padova con un progetto del valore di circa 30 milioni di euro commissionato all’architetto tedesco Mark Volkin. Elena Livieri

 

L’Ance: «Chi sbaglia paghi le regole valgono per tutti»

Il presidente dei costruttori veneti Luigi Schiavo: «Baita manager bravissimo» «La magistratura faccia il suo lavoro, ma lo faccia in fretta e con precisione»

VENEZIA – Un paio di premesse, dovute. Ma poi barra a dritta su «trasparenza» e «legalità». Luigi Schiavo, presidente dei costruttori del Veneto, ammette di essere rimasto sorpreso dagli arresti di Piergiorgio Baita e Claudia Minutillo. Si tratta del cuore dell’industria veneta delle costruzioni, forse la principale associata dell’Ance. Le premesse: «Non conosco l’inchiesta e bisogna fare attenzione a non demonizzare. Agli indagati comunque va l’augurio di uscire al più presto dalla vicenda». Ma poi Schiavo non fa sconti: «La corruzione va estirpata, pulizia e trasparenza sono nell’interesse delle imprese. Perché chi viola le regole danneggia tutto il sistema, altera il sistema della concorrenza». Secondo il presidente dei costruttori veneti, «la magistratura deve andare avanti serena, in piena e assoluta autonomia». Soprattutto, insiste Schiavo, lo deve fare «con urgenza: perché i tempi non sono di secondaria importanza per la vita di un’impresa. E prima si fa chiarezza e meglio è per tutti». Schiavo è preoccupato soprattutto per la capillare rete di fornitori e imprese che vive attorno alla Mantovani: «ci sono migliaia di persone che vivono intorno a quell’impresa: anche per rispetto del loro lavoro le indagini siano rapide e precise». Il sistema veneto, insomma, non sopporta in questo periodo l’incertezza sul destino di un’impresa così importante. E aggiunge: «Se qualcuno ha sbagliato è giusto che paghi, che assuma le proprie responsabilità». E poi un ragionamento più generale: «Purtroppo negli ultimi vent’anni le cose non sono cambiate: non c’è stata la volontà politica di cambiare. Qualcosa poteva fare la legge anticorruzione tentata dal governo Monti, ma non se ne è fatto molto. La corruzione altera le regole del mercato, il sistema delle imprese non può tollerarla». Secondo Luigi Schiavo, la Mantovani è una risorsa per il Veneto e va tutelata: «Baita, per come lo conosco, è un signor imprenditore. È stato lungimirante ad intuire per primo le potenzialità del project financing, davvero bravo. Ma le regole vanno rispettate». Insomma, l’Ance per ora non prenderà alcun provvedimento nei confronti della Mantovani ma segue con grande attenzione l’indagine della magistratura. La preoccupazione più grande riguarda proprio le imprese dell’indotto che lavorano per il Mose e per le grandi infrastrutture gestite dalla Mantovani in mezza Italia. «Negli ultimi mesi pareva di avvertire un segnale di abbrivio per i grandi investimenti –aggiunge Schiavo –non vorrei che con questa inchiesta si fermasse tutto, sarebbe un grave danno per il sistema economico del Veneto». L’inchiesta della magistratura veneziana colpisce il cuore del sistema delle imprese. Il metodo di creare delle provviste in uno stato «facile» dal punto di vista fiscale è noto sin dalla notte dei tempi: ma se un tempo poteva servire per gestire i cosiddetti «fuori busta» ad imprese e dipendenti, nel tempo si è perfezionato fino a diventare in taluni casi uno strumento per «agevolare» gli affari più ghiotti.

Daniele Ferrazza

 

«Nell’occhio del ciclone la gestione Galan»

Ruzzante (Pd) chiede una commissione d’indagine. Bottacin (Verso Nord): «Verrà un terremoto»

VENEZIA – Prima la vicenda dell’appalto calore in sanità, poi la compravendita del Palazzo di Grandi Stazioni a Venezia; l’arresto di un tecnico del genio civile per le opere pubbliche dell’alluvione e l’inchiesta sull’appalto per i pagamenti del bollo auto. «La serie di arresti di questi giorni conferma il fatto che attorno al governo di centrodestra della Regione Veneto ruota un sistema di potere dai contorni foschi». Il consigliere regionale del Pd, Piero Ruzzante, chiede l’istituzione di una commissione regionale d’inchiesta: «Sono ormai troppe – ribadisce – le vicende giudiziarie che si stanno sommando negli ultimi mesi. Impossibile non scorgere dunque un quadro preoccupante di ciò che è stato il Veneto sotto la conduzione politica di Galan e della Lega. Come Pd – conclude Ruzzante – vogliamo che in sede istituzionale si apra dunque una commissione di inchiesta che in maniera approfondita analizzi e ricostruisca uno scenario che la magistratura sta svelando poco a poco, ma che richiede anche una seria riflessione da parte di chi in questo momento rappresenta l’istituzione regionale». Una dichiarazione di analogo tenore viene dal gruppo consiliare di Verso Nord, per bocca del capogruppo Diego Bottacin: «Nell’occhio del ciclone c’è un intero sistema di potere che, con la regia di Galan, ha governato il Veneto per molti anni. Vista anche l’origine della inchiesta non è difficile pensare a nuovi terremoti in vista. Perché se l’inchiesta è centrata sull’ipotesi di reato di evasione fiscale, non è difficile intuire che direzione prendessero quei flussi di denaro». Anche Simonetta Rubinato, deputato del Pd, chiede chiarezza: «Corruzione e illegalità minano il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni. L’indagine – rivela la deputata trevigiana – pare comprovare l’esistenza di un vero e proprio sistema di fondi neri legati agli appalti. Al momento si tratta soltanto di accuse, ma se esse fossero confermate getterebbero altro discredito sull’ambiente economico, politico ed istituzionale. È necessario da subito mettere in atto una reazione contro la corruzione e l’illegalità, forte e corale, da parte sia di ogni forza politica che della classe imprenditoriale, ponendo fine ad ogni collateralismo di potere e rilanciando un sistema economico dove la libera concorrenza e il merito vengano finalmente premiati». (d.f.)

 

Porto, nel mirino la fattura della torta

Il presidente Paolo Costa: «Un solo episodio, che risale al 2006 con la vecchia gestione. Spesi allora 141 mila euro »

VENEZIA – Una sola fattura «incriminata», del marzo 2006. Festa elettorale per lo scavo dei rii a Fusina: 600 invitati, 141 mila euro a carico dell’Autorità portuale allora presieduta da Giancarlo Zacchello. Servizi resi dall’ormai famosa Bmc, la Business Merchant Consulting di San Marino. «Il Porto non c’entra, nel senso che abbiamo verificato tutte le fatture», dice il presidente Paolo Costa, «la Finanza è venuta e si è portata via solo quella, del 2006». Una sola? Eppure il Porto ha da anni stretti rapporti con la Mantovani spa, gigante dell’edilizia, socio di maggioranza del Consorzio Venezia Nuova finita nella bufera per l’arresto del suo presidente Piergiorgio Baita, accusato di false fatturazioni. Al porto la Mantovani lavora da anni, ottenendo incarichi e appalti, ma anche molti affidamenti diretti per i lavori di scavo, sistemazione delle banchine, bonifiche, adesso il porto off shore. Di recente ha vinto la gara per la sistemazione dell’ex area Alumix. E continua il famoso scavo, avviato nel 2005, per portare i fondali dei canali portali a 12 piedi. Un project financing molto particolare. «Si chiama anche project di disponibilità», spiega Costa, «vuol dire che l’impresa anticipa il lavoro anche se i pagamenti arrivano molto tempo dopo». Quanto al caso specifico, Costa non vuole commentare. Con la Mantovani ha avuto rapporti fin da quando era ministro dei Lavori pubblici, e poi sindaco e parlamentare europeo presidente della commissione Trasporti. «È forse l’impresa più importante di questa città», dice Costa, «e poi non si deve fare il solito errore di scambiare l’opera con le vicende che coinvolgono le imprese che la fanno. Se l’opera è importante, come il Mose, si deve completare indipendentemente da questi fatti». Una rete di fondi neri e di denaro non controllato dietro le grandi opere? «Per quello che mi riguarda proprio no», taglia corto Costa, «sulla vicenda non ho elementi per dare un giudizio». Il legame tra la società di San Marino e la Mantovani si consolida in quei giorni di fine febbraio del 2006. Siamo in piena campagna elettorale, e per organizzare la «grande festa del Porto» Autorità portuale e Regione fanno le cose in grande stile. Seicento invitati, un tendone montato in tempo di record e una “consulenza” per l’organizzazione dell’evento. Alla parata elettorale partecipa il ministro delle Infrastrutture di Berlusconi Pietro Lunardi, il ministro dell’Ammbiente Altero Matteoli. E poi il presidente Giancarlo Galan e il suo assessore Renato Chisso, il commissario straordinario per lo scavo dei fanghi Roberto Casarin. Si festeggia il completamento dello scavo del primo tratto di canale. Il sindaco Cacciari diserta per protesta, dopo che il governo ha tagliato i fondi della Legge Speciale e non lo ha ascoltato sulle proposte alternative al Mose. Il rinfresco offerto dal Porto viene curato dal ristorante «Celeste» di Venegazzù. Ed ecco la fattura, oggi finita nel mirino degli inquirenti.

Alberto Vitucci

 

Caccia e zitelli «Mose, lavori più cari senza gli appalti»

«Far luce sui fondi neri. E sul fiume di danaro passato in questi anni per il Consorzio Venezia Nuova e la Mantovani, impresa che detiene la maggioranza delle quote del pool». Il consigliere comunale Beppe Caccia («Lista in Comune») ribadisce la sua richiesta di una commissione di inchiesta. «Una valanga di milioni di euro, soldi pubblici che dovrebbero servire a costruire il Mose», scrive Caccia, ma che in realtà se ne vanno anche in altre attività». Caccia ricorda ad esempio che gli ultimi 1250 milioni di euro arrivati al Consorzio non vanno tutti in lavori per le dighe. «Il 12 per cento è ad esempio la quota che va non per i lavori e la progettazione ma per gli oneri del concessionario. Sono 250 milioni di euro, non pochi in tempi di austerity». Dei restanti 950 milioni se ne potrebbero risparmiare almeno il 30 per cento, quasi 300 milioni, se ci fossero le gare d’appalto e non la procedura di assegnazione diretta da parte del Consorzio alle sue imprese». Un sistema, quello del monopolio, più volte contestato dagli ambientalisti e segnalato dalla Corte dei Conti. «In molti, e tra questi il sindaco di Venezia non capiscono che Mantovani non è impresa qualunque, ma il socio di maggioranza del concessionario unico dello Stato per il Mose», dice Andreina Zitelli, docente Iuav e componente della commissione Via che nel 1998 bocciava il progetto Mose, «Faccia come Pisapia a Milano».(a.v.)

 

Accordo fatto con il comune

Est Capital: «Va avanti l’operazione Ospedale»

VENEZIA «Le operazoni di Real Venice II stanno proseguendo secondo la normale operatività. Mantovani è uno dei quotisti del fondo, ma non ne detiene in alcun modo la quota di maggioranza». Est Capital precisa che gli arresti di Mantovani e altri decisi dalla magistratura non mettono a rischio le operazioni in corso. A cominciare dall’acquisto dell’ex Ospedale al mare e alla nuova avventura della realizzazione del nuovo Auditorium. Ieri Comune e Est Capital hanno depositato al giudice civile Liliana Guzzo le ultime memorie di parte. Comunicando anche del sopravvenuto accordo. E’ probabile dunque che nelle prossime ore il magistrato autorizzi a liberare la somma di 31 milioni di euro già depositata alla Carive per l’acquisto dell’ex ospedale. Che gli investitori volevano ritirare per le «inadempienze» di Ca’ Farsetti sulla bonifica e sui tempi delle autorizzazioni. E che il Comune aveva bloccato con ricorso d’urgenza al Tribunale. Sei mesi di tira e molla, poi l’accordo trovato dal sindaco Orsoni con il presidente di Est Capital Gianfranco Mossetto. Il Comune ha già incassato 27 milioni di euro – la cifra che secondo Ca’ Farsetti copre la spesa sostenuta per acquistarlo dall’Asl ma ha fatto guadagnare al Comune la proprietà dell’area verde della Favorita, compresa nel primo contratto e adesso esclusa – altri 31 saranno sbloccati adesso. Tre milioni sono stati riconosciuti a Est Capital per le spese (ne aveva chiesti nove). L’impegno adesso è quello che sarà proprio Est Capital e non più Sacaim a garantire la costruzione del nuovo auditorium, secondo il progetto di riqualificazione già approvato dal Comune. Un’ipotesi che non piace ai comitati dell’isola, che dopo l’arresto di Baita hanno rilanciato la richiesta di fermare l’operazione e ridiscutere tutto. Invece il Comune è sul punto di firmare l’accordo per la trasformazione dell’ex Ospedale al mare in un centro turistico di lusso. (a.v.)

 

Da Marghera l’appello: «Ora fermate Alles»

Rifiuti e affari, l’assemblea permanente chiede a Zaia di non autorizzare l’ampliamento dell’impianto

MARGHERA – Tra i progetti che la Mantovani porta avanti nel Comune di Venezia c’è anche quello del potenziamento dell’impianto Alles . La società, di proprietà del gruppo Mantovani ha presentato agli enti locali un progetto di revamping per l’impianto che tratta rifiuti tossico nocivi provenienti dalla laguna e che vuole trattare anche altri tipi di scorie. Un progetto già bocciato nel novembre dello scorso anno dal consiglio comunale veneziano secondo cui «il progetto di potenziamento dell’impianto di Alles spa contrasta con le vigenti norme del Piano regolatore generale del Comune di Venezia, contrasta inoltre con gli obiettivi di risanamento e riqualificazione industriale definiti dal Pat e si inserisce in un più ampio disegno finalizzato allo sviluppo nel sito industriale di Porto Marghera dell’intera filiera produttiva per lo stoccaggio, il trattamento e lo smaltimento di rifiuti civili e industriali, speciali, pericolosi e tossico-nocivi, provenienti da tutto il territorio del Veneto e non solo». Ieri l’assemblea permanente contro il rischio chimico a Marghera, dopo il diffondersi della notizia dell’arresto di Baita, ha, con un comunicato, ha chiesto di «imporre la bocciatura» alla richiesta della Alles Spa. Scrive il comitato di Marghera: «Non ci sembra una casualità che in questi anni due progetti di trattamento e smaltimento dei rifiuti industriali presentati a Porto Marghera dalla ditta Ste di Stefano Gavioli e Alles di Piergiorgio Baita vedano i loro presidenti in prigione o per traffico di rifiuti o per tangenti. Il grande business dei rifiuti attira forti interessi illegali che possono mettere in discussione anche la salute della popolazione nel momento che progetti pericolosi come quello di Alles vengano gestiti da persone senza scrupolo e con l’unica finalità di lucrare senza tenere conto delle ricadute sulla vita dei cittadini». Il comitato ricorda anche le stime dell’agenzia Arpav, secondo cui «il potenziamento di Alles produrrebbe il 30% in più di polveri sottili e inquinamento acustico e che i medici e pediatri di questo territorio si sono già pronunciati negativamente, ritenendo che questo revamping aggraverebbe ulteriormente una situazione già molto pesante per patologie legate all’esposizione a questi inquinanti». Da qui l’invito alla Regione Veneto di Luca Zaia di decidere per «l’immediata bocciatura al revamping di Alles».(m.ch.)

 

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