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Nuova Venezia – Inchiesta Mantovani

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

3

mar

2013

Domani è il giorno di Baita ma l’accusa conta su Buson

Primo faccia a faccia tra l’ad della Mantovani e il giudice che lo accusa di essere al vertice della piramide criminosa. A difenderlo c’è Piero Longo

VENEZIA – Domani tocca a lui, a colui che, secondo il pubblico ministero Stefano Ancilotto, ha ideato «una vera e propria organizzazione al fine di consentire evasione di imposte sia alla Mantovani e alla Adria Infrastrutture che ad altre società mediante l’utilizzazione delle false fatture della società cartiera sanmarinese, nonché mediante la creazione di fondi ove far confluire parte dei proventi». Il «capo» è l’ingegnere mestrino Piergiorgio Baita, che da tre giorni è rinchiuso nel carcere di Belluno, un penitenziario dov’è stato a lungo rinchiuso Raffaele Cutolo e più di un capo colonna delle Brigate rosse, una carcere duro. Ma 19 anni fa, Baita era già stato in un carcere, quello veneziano di Santa Maria Maggiore: era accusato di corruzione in qualità di direttore del Consorzio d’imprese per il disinquinamento della Laguna legato all’allora presidente della Regione Franco Cremonese e all’ex ministro Carlo Bernini. In quell’occasione decise di vuotare il sacco, ma in modo intelligente, senza confessare neppure uno dei nomi di coloro che era sospettato di aver corrotto: descrivendo semplicemente come funzionava il sistema di Tangentopoli, le percentuali alla Dc, al Psi e agli altri partiti. Non fece neppure un nome e se la cavò con il proscioglimento. Chissà domani quale strada sceglierà: difeso dagli avvocati Piero Longo e Paola Rubini, probabilmente si avvarrà della facoltà di non rispondere, almeno per il momento, almeno finché i difensori non avranno letto i 20 faldoni di carte raccolte dall’accusa. Adesso, però, a differenza del 1992, lui sta al vertice della piramide e, secondo la ricostruzione degli investigatori della Guardia di finanza, dovrebbe raccontare soprattutto delle sue attività illecite. Chissà? Potrebbe cercare un accordo con il pm Ancilotto, invece, il ragionier Nicolò Buson in modo da uscire prima possibile dal carcere trevigiano di Santa Bona, magari per tornare nella sua casa di Padova agli arresti domiciliari. Il giudice veneziano nell’ordinanza di custodia cautelare spiega che «occupava un posto di vertice nella struttura organizzativa della Mantovani e partecipava alla progettazione della falsa fatturazione». Prima pagava i professionisti e le aziende che davano consulenze o rendevano servizi per i quali emettevano alla Mantovani autentiche fatture e sempre lui emetteva i bonifici per consulenze e servizi resi da altri a favore della «Bmb Broker» di William Colombelli, il quale a sua volta spediva le fatture fasulle, trattandosi di operazioni commerciali inesistenti. Per il difensore di Buson, l’avvocato Fulvia Fois, il suo cliente era un mero esecutore, una persona ben vista e apprezzata dai i dipendenti degli uffici padovani dell’azienda. Per uscire subito dal carcere, però, qualcosa dovrà raccontare, altrimenti le esigenze cautelari non diminuiranno.

Giorgio Cecchetti

 

L’asso pigliatutto delle grandi opere

Piergiorgio Baita ha 64 anni ed è l’amministratore delegato della società Mantovani, impresa di costruzioni tra le più importanti del Nordest. Vice presidente di Adria Infrastrutture, Baita siede nel consiglio d’amministrazione di numerose aziende e ha avuto un ruolo di primo piano nelle grandi opere che hanno ridisegnato il volto del Veneto – Mose di Venezia, Passante e Ospedale di Mestre, Sistema metropolitano di superficie – nonché negli appalti legati all’Expo di Milano.

 

Da ombra di Galan a imprenditrice

Claudia Minutillo, 48 anni, già collaboratrice dell’assessore regionale Renato Chisso e poi influente assistente personale di Giancarlo Galan (era soprannominata “la dogaressa”) quando l’esponente pidiellino presiedeva la giunta veneta, è l’amministratore delegato di Adria Infrastrutture. Una carriera fulminante, la sua, che da segretaria l’ha vista diventare dapprima broker, poi manager di eventi e infine capo di un gruppo industriale finanziario specializzato in grandi opere.

 

Il broker occulto agiva a San Marino

William Colombelli, 49 anni, è il presidente della Businnes Merchant consulting Broker di San Marino, società che ha sede sul Monte Titano in un ufficio di 50 mq con un’unica dipendente, destinataria però di 10 milioni in consulenze da parte del Gruppo Mantovani. Colombelli dichiarava da anni un reddito assai modesto, pari a 12 mila euro, ma secondo gli inquirenti manteneva un tenore di vita decisamente elevato, due barche, auto di lusso, una villa sul Lago di Como e un’altra sul lago di Lecco.

 

L’uomo che firmava pagamenti e fatture

Nicolò Buson , 56 anni, direttore amministrativo della Mantovani spa, è stato uno stretto collaboratore di Baita. Secondo gli investigatori, su mandato dell’amministratore delegati, disponeva i pagamenti alle banche di San Marino e protocollava le fatture fittizie destinate ad alimentare i fondi neri del Gruppo. La Guardia di Finanza (nella foto) nel corso della perquisizione della sua abitazione ha sequestrato materiale informatico definito «cruciale» ai fini delle indagini.

 

Zaia: commissione d’inchiesta sul caso

Bond (Pdl) contrario: mi fido di pm e Finanza, no ai comizi Pd: intrecci inquietanti. Idv: il governatore riferisca in aula

VENEZIA – Martedì la Regione istituirà una commissione d’inchiesta sul caso Mantovani e i risvolti criminosi nella gestione degli appalti delle grandi opere in Veneto. L’ha annunciato il governatore Luca Zaia precisando che si tratterà di un’indagine amministrativa parallela rispetto a quella condotta dalla Procura di Venezia: «La commissione opererà in strettissima collaborazione con la magistratura inquirente, verso la quale ribadiamo la massima fiducia, il nostro obiettivo è che vi sia trasparenza fino in fondo. Costituirci parte civile nel processo? Dobbiamo capire esattamente quali siano i reati, poi faremo ogni cosa in sintonia con l’autorità giudiziaria». Una decisione, la sua, che suona come presa di distanza dall’eredità del predecessore Giancarlo Galan – chiamato in causa, politicamente, da più parti – ma che potrebbe avvelenare i rapporti con l’alleato pidiellino. «Io mi fido dei magistrati e della Guardia di Finanza, hanno dimostrato capacità e rigore, l’accertamento dei fatti compete a loro, non ad una commissione-palcoscenico utile solo a fare demagogia e confusione», sbotta il capogruppo azzurro Dario Bond «in democrazia ciascuno deve fare la sua parte, a noi spetta il compito di amministrare non quello di improvvisarci investigatori dilettanti». Ma l’ombra di Galan minaccia la tenuta del centrodestra? «No, Galan è stato l’attore di opere nevralgiche per lo sviluppo del Veneto, i nostri rapporti con la Lega si complicheranno se non riusciremo a mantenere gli impegni assunti con i cittadini». A sollecitare con forza l’avvio di una commissione d’inchiesta, all’indomani degli arresti, era stata l’opposizione, Pd in primis. «Troppe le vicende giudiziarie che si stanno sommando negli ultimi mesi, impossibile non scorgere un quadro preoccupante di ciò che è stato il Veneto sotto la conduzione politica di Galan e della Lega» afferma il consigliere Piero Ruzzante «la disponibilità di Zaia è un fatto positivo ma ora dobbiamo comprendere come sono stati impiegati soldi dei contribuenti, perché i costi degli appalti sono lievitati, perché in questa regione i tempi delle opere sono infiniti. I giudici accerteranno le responsabilità penali ma noi abbiamo il dovere di ricercare la verità sul piano amministrativo». «Li vogliamo tutti in aula, a spiegare, a chiarire, a riferire. Il presidente Zaia, l’assessore Chisso, l’ad di Veneto Strade Vernizzi ci dicano come mai era così indispensabile andare fino a San Marino per una consulenza. E come mai, visto che mancavano sempre i soldi per fare manutenzione alle strade del Veneto, se ne sono trovati, e tanti, per fare delle fiere di settore», rincara il capogruppo di Italia dei Valori Antonino Pipitone «vista la gravità della situazione i vertici della Regione devono spiegare, e subito, cosa sta succedendo. Abbiamo davanti una settimana di dibattito dedicato al Bilancio. Chiediamo ufficialmente al presidente Ruffato di cambiare l’ordine del giorno e dedicare almeno la seduta di martedì allo scandalo che, da Baita in giù, sta coinvolgendo Veneto Strade e forse altre partecipate della Regione». «Ben venga la commissione», fa eco Pietrangelo Pettenò (Sinistra) «dopo questo terremoto è indispensabile che la Regione faccia chiarezza, occorre una svolta radicale nella gestione delle partecipate, nel segno della trasparenza».

Filippo Tosatto

 

Caccia ai «protettori» della frode

Un vice questore, due 007, una talpa nell’Agenzia Entrate: i sospetti sui complici

VENEZIA – Due sembrano essere le piste investigative che ora i finanzieri dei Nuclei di Polizia tributaria della Guardia di finanza di Venezia e Padova, coordinati dal pubblico ministero lagunare Stefano Ancilotto, hanno imboccato. Quello delle coperture scattate a favore di Piergiorgio Baita non appena ha saputo che sul suo conto c’era un’indagine della Procura veneziana. A preoccuparlo non deve essere stata la verifica fiscale, nella sua vita come in quella di tutti gli imprenditori è quasi la normalità, ma sapere che c’era un pubblico ministero (lo stesso che aveva fatto scattare le manette ai polsi all’amministratore delegato della società Autostrada Venezia-Padova Lino Brentan) che lo puntava. Così, ha mosso le sue pedine per capire quali erano le carte che il magistrato aveva in mano, per capire se c’era il rischio che i suoi telefoni e quelli dei suoi collaboratori fossero intercettati (in effetti lo erano e da mesi, già dal momento dell’arresto di Brentan). C’è il vice questore di Bologna Giovanni Preziosa che non solo avrebbe cercato di avere informazioni sulle indagini contattando direttamente gli investigatori, ma avrebbe anche cercato di accedere alle informazioni del sistema informatico del Ministero degli Interni. Lo stesso avrebbero fatto due ufficiali in servizio al Centro del servizio segreto di Padova. Insomma, Baita avrebbe mobilitato le sue conoscenze, dimostrando di avere attorno una rete di protezione e un servizio di sicurezza con agganci all’interno dello Stato. Protezioni che potrebbe aver avuto anche all’interno di alcuni uffici dell’Agenzia delle Entrate, luogo fondamentale per coprirsi le spalle dagli accertamenti fiscali. A questi accertamenti sono legati quelli sui «fondi neri» creati con le fatture fasulle create grazie alla «Bmc Broker» di San Marcino. Il 20 per cento di quei 10 milioni di euro contestati nell’ordinanza di custodia cautelare (in realtà sarebbero di più, ma la prescrizione ha già cancellato alcuni milioni) sarebbero finiti nelle tasche di William Colombelli come pagamento della sua «commissione». Gli otto milioni rimanenti sarebbero tornati a Baita grazie ai viaggi in Veneto dello stesso Colombelli e ai trasferimenti compiuti da Claudia Minutillo (era intestataria di due conti correnti e delegata ad operare su altri quattro). Il sospetto è che quel denaro sia finito in conti piazzati su banche svizzere e non è escluso che nelle prossime settimane partano le richieste di rogatoria. Ma la domanda più pressante riguarda l’utilizzo di quei soldi. Le indagini precedenti, soprattutto a Milano ma non solo, hanno insegnato che i fondi neri servono soprattutto a pagare tangenti, mazzette per vincere gli appalti, ma anche per proteggersi le spalle, per creare una rete di protezione attorno all’impresa. Per ora, comunque, gli inquirenti puntano a chiudere con le condanne questa fase dell’inchiesta, venuta alla luce con le 4 ordinanze di custodia cautelare di tre giorni fa. Associazione a delinquere e frode fiscale sono i reati contestati e nell’ordinanza si legge che «a partire dal 2005 la Bmc Broker iniziava ad emettere fatture per svariati milioni di euro nei confronti della Mantovani e altre società del gruppo, indicando in modo assolutamente generico attività tecniche che in realtà venivano svolte da altre società che emettevano regolare fattura…le fatture così emesse venivano pagate tramite bonifico bancario in conti correnti ubicati in banche di San Marino ove, a distanza di pochi giorni, se non il giorno stesso Colombelli si recavano a prelevare in gran parte (oltre l’80 per cento). Le ingenti somme venivano poi riconsegnate a Baita e alla Minutillo. Risultava accertata la falsificazione della documentazione…Risultava accertata l’incongruità economica delle operazioni…Risultava accertata l’inidoneità della struttura organizzativa della Bmc Broker a svolgere qualsivoglia tipo di prestazione professionale». E, a confermare tutto questo sono alla fine arrivate le dichiarazioni della dipendente riminese di Colombelli, Vanessa Renzi, l’unica impiegata della società di San Marino. Giorgio Cecchetti

 

«Il Comune rescinda tutti i contratti»

Boraso (centrodestra) invita Orsoni a rompere gli accordi con la Mantovani, compreso quello del tram

VENEZIA «Il Comune di Venezia deve rescindere in autotutela tutti i contratti in essere con la Mantovani, da quello del tram, a quello per l’ex Ospedale al Mare – in cui la società di Baita è comunque presente – alla vendita delle quote delle autostrade Venezia-Padova e Brescia-Padova avvenute poco prima della fine anno e che inseme all’anticipo dei fondi per il campus di via Torino, sempre da parte della Mantovani, ha consentito al Comune di salvarsi dallo sforamento del Patto di Stabilità. Formalizzerò lunedì la richiesta al sindaco, ma è un’azione doverosa a tutela dell’immagine e del buon nome del Comune e della città e che va fatta nel nome della trasparenza, per accertare che non ci sia nulla che non vada, nel momento in cui la magistratura e la Finanza indagano a conto sui fondi e sulle operazioni compiute dalla Mantovani». In un clima sempre più arroventato anche a Ca’ Farsetti sulla vicenda Mantovani, è Renato Boraso, consigliere comunale del centrodestra, ad annunciare la nuova iniziativa. «La Mantovani ha comprato quelle quote di Autostrade per il Comune che nessuno voleva – insiste – e anticipato, per fare un favore, i circa 12 milioni di euro che doveva corrispondere a Ca’ Farsetti per il campus di via Torino solo l’anno successivo. Sono comportamenti che denuncio da tempo, ma che ora, alla luce di ciò che sta emergendo dall’inchiesta della Magistratura, devono obbligare il Comune a fare chiarezza, cominciando con la rescissione cautelativa dei contratti in essere con la Mantovani. Non servono invece Commissioni d’inchiesta comunali che non approderebbero a nulla, lasciamo lavorare i magistrati». «La Mantovani è stata per noi un partner importante e lo è a tutt’oggi. Non credo che questa vicenda avrà contraccolpi nei nostri confronti», ha già dichiarato prudentemente il sindaco Giorgio Orsoni. E sulla stessa linea la sua maggioranza, come testimonia il capogruppo del Pd, Claudio Borghello: «La Mantovani ha comprato le quote di Autostrade anche della Provincia dopo che per tre volte le nostre aste erano andate deserte, avendo evidentemente interesse a rastrellarle e i fondi per il campus di via Torino sono stati sì anticipati, ma sarebbero comunque dovuti arrivare. Personalmente non sono contrario a una commissione d’inchiesta comunale sui rapporti con la Mantovani, anche se ad esempio per i cantieri del Mose non è certo il Comune l’ente erogante». Non crede alla necessità di una commissione d’inchiesta comunale Michele Zuin del Pdl («avrebbe poteri limitati e per noi limitato interesse, diverso che la faccia la Regione, che ha alcune imprese a vario titolo coinvolte nell’inchiesta»). La Commissione è già stata chiesta da Beppe Caccia («Lista in Comune») e vede d’accordo anche il Gruppo Misto con Enzo Funari, ma anche Movimento Cinque Stelle e Federazione della Sinistra chiedono approfondimenti e chiarezza da parte del Comune.

Enrico Tantucci

 

verdelitorale di cavallino «Ci vuole cautela nell’usare quel nome» 

CAVALLINO. «Chiediamo cautela e senso etico al Comune nel far figurare il nome della ditta Mantovani come sponsor nei manifesti delle manifestazioni pubbliche». Gli ambientalisti di Verdelitorale all’attacco dell’amministrazione comunale di Cavallino-Treporti all’indomani dell’operazione della Guardia di Finanza. «Nel rispetto della sacrosanta presunzione d’innocenza che riguarda i vertici aziendali», commenta il presidente di Verdelitorale, Gianluigi Bergamo, «non riteniamo eticamente conveniente che il comune pubblicizzi gli innumerevoli finanziamenti ai trasporti ed alle manifestazioni pubbliche, provenienti dalla ditta Mantovani per garantirsi il benestare degli amministratori per le mastodontiche, quanto costosissime opere inutili che ha in progetto sul territorio di Cavallino-Treporti». «Mi riferisco ad opere del calibro del porto peschereccio da 27 milioni di euro in programma di realizzazione a Punta Sabbioni», continua Bergamo, «al centro ambientale marino da realizzarsi alla ex scuola Pascoli con un investimento di un milione e 500 mila euro. Realizzazioni mastodontiche sulle quali ora è lecito avanzare qualche dubbio». «La nostra associazione Verdelitorale non è nuova a proteste in tal senso», conclude, “nel 2009 premiammo la Mantovani con tutto il consorzio Venezia Nuova con il premio ad honorem Attila per l’opera di difesa a mare Mose che ha stravolto l’ecosistema lagunare». (f.ma.)

 

IL Sindaco alla Stipula.  Dopo il Sì della Giunta Martedì si va alla firma per l’ex Ospedale al Mare

VENEZIA L’inchiesta sulla Mantovani e sul suo presidente Piergiorgio Baita non ferma e, anzi, accelera l’accordo tra il Comune ed EstCapital per la vendita dell’ex Ospedale al Mare. La Mantovani possiede parte delle quote del fondo Real Venice II ed Est Capital ha ribadito che le operazioni finanziarie vanno avanti indipendentemente dalle vicende giudiziarie che hanno coinvolto Baita, il loro quotista più importante. Il nuovo accordo prevede il contestuale impegno della società guidata da Gianfranco Mossetto a farsi carico – con i 31 milioni che il Comune “restituirà” alla cordata – della realizzazione del nuovo Palazzetto dei congressi che sorgerà al posto del “buco” del vecchio Palacinema mai realizzato, con dimensioni più ridotte. Già martedì pomeriggio – o al più tardi mercoledì – il sindaco di Venezia Giorgio Orsoni e lo stesso Mossetto dovrebbero firmare il nuovo contratto. Prima Orsoni domani relazionerà sui contenuti dell’accordo alla sua maggioranza e poi martedì mattina lo ratificherà in Giunta, in tempo per la stipula. Nella convinzione, evidentemente, che non arriveranno ostacoli dalla stessa maggioranza. A insorgere è invece l’opposizione. «Trovo molto grave», commenta ad esempio Michele Zuin, consigliere comunale del Pdl, «che il sindaco comunichi solo alla sua maggioranza, approvi in Giunta e firmi un accordo di questa delicatezza sul Lido tagliando fuori il consiglio comunale. Si ripete quanto avvenuto già sul Fontego dei Tedeschi. Nel merito trovo personalmente molto rischioso che il Comune “restituisca” a EstCapital i 31 milioni con il vincolo di impiegarli per il palazzetto del Cinema. Così perde il controllo, già difficile, della situazione. E se poi Estcapital non realizza il Palazzetto dei congressi cosa accade? Facciamo un’altra causa pluriennale». Sulla stessa linea anche Enzo Funari del Gruppo Misto.

 

«Mose, anche i fondi Bei a rischio frode»

Caccia (Lista in Comune) scrive alla Banca Europea chiedendo un’inchiesta sui soldi al Consorzio

VENEZIA – Aprire un’inchiesta sui fondi della Banca Europea degli Investimenti (Bei) recentemente erogati per il Mose, per valutare se esista su di essi il sospetto di frode o corruzione, viste le vicende giudiziarie che coinvolgono il presidente della Mantovani Piergiorgio Baita, presidente della Mantovani, l’impresa più rappresentativa di quelle che all’interno del Consorzio Venezia Nuova si occupano appunto della realizzazione del sistema di dighe mobili alle bocche di porto. Lo chiede ufficialmente agli stessi vertici della Bei il consigliere comunale della Lista in Comune Beppe Caccia con una lettera che ricorda come solo pochi giorni fa, il 12 febbraio, sia stata perfezionata a Roma la pratica relativa al trasferimento di 500 milioni di Euro del finanziamento deliberato dalla Banca Europea per gli Investimenti per la realizzazione dei lavori del Mose. La seconda tranche di un’operazione complessiva approvata quattro anni fa per un livello massimo di finanziamenti concedibili pari a 1,5 miliardi di euro. La prima tranche è stata di 480 milioni. «Lo scorso 27 febbraio 2013 un’indagine della Procura della Repubblica di Venezia condotta dalla Guardia di Finanza – scrive Caccia al presidente della Bei – ha portato all’arresto, tra gli altri, del presidente del Consiglio d’amministrazione dell’impresa di costruzioni “Mantovani SpA” ing. Piergiorgio Baita, società che è il principale azionista del Consorzio Venezia Nuova. L’accusa è di “associazione a delinquere finalizzata alla frode fiscale”. In sostanza gli indagati avrebbero distratto risorse destinate alla realizzazione del sistema Mose, per costituire veri e propri “fondi neri”, attraverso false fatturazioni per attività di consulenza mai effettivamente svolte presso una società con sede nella Repubblica di San Marino, la BMC Broker. Vi è il fondato sospetto che tali fondi fossero poi destinati a finalità corruttive e la concreta possibilità che tra le risorse distratte e destinate ad attività illegali vi sia anche parte dei prestiti già deliberati ed erogati dalla Bei». Prosegue la lettera di Caccia: «Vi invio perciò segnalazione di “possible fraud or corruption”, presentandoVi formale richiesta di apertura di un’inchiesta da parte del Vostro Ispettorato Generale». (e.t.)

 

Lavori A27, fondi neri per 600 mila euro

Sotto inchiesta il progetto di prolungamento da Pian Di Vedoia a Pieve di Cadore: la Mantovani avrebbe usato false fatture

TREVISO – Seicentomila euro di fondi neri nell’ambito delle attività di consulenza e progettazione del tratto autostradale Pian di Vedoia-Pieve di Cadore. È quanto emerge dall’inchiesta della Procura veneziana sulla Mantovani spa, l’asso pigliatutto delle infrastrutture venete il cui presidente Piergiorgio Baita è finito in carcere a Belluno con l’accusa di una frode fiscale da 10 milioni di euro. La somma, contestata dagli uomini della Guardia di Finanza, fa riferimento a un giro di fatture fasulle usate dalla Mantovani nei suoi bilanci ed emesse da un’azienda di San Marino, la Bmc Broker di William Colombelli che metteva in conto servizi e lavori in realtà mai effettuati. A questo gruppo di false fatture, apparterebbero – secondo gli inquirenti – anche due documenti contabili che portano le date del 4 giugno e del 4 settembre 2007, del valore di 300 mila ciascuno. Le fatture in questione risultano emesse dalla Bmc Broker a seguito dell’affidamento alla stessa (da parte della Mantovani) di un’attività di collaborazione nella redazione del progetto relativo al prolungamento di Pian di Vedoia a Pieve di Cadore, denominato tratto A, inserito nel più vasto collegamento tra A27 e A23. Ebbene, secondo gli investigatori, la Bmc Broker non ha mai fatto i lavori indicati. Diversi gli elementi in base ai quali la Finanza arriva a tali conclusioni. Primo fra tutti il fatto che quegli stessi, identici, interventi sono stati eseguiti in parte da dipendenti della Mantovani e in parte da altre società (di Padova, Milano, Rovigo) che li hanno regolarmente fatturati. I nomi di tali aziende figurano in un elenco di operatori interpellati dalla Mantovani per la predisposizione del progetto preliminare e la Bmc Broker non vi figura. Possibile che sia stata dimenticata? Il punto è che essa non compare neppure nella documentazione che la Mantovani presenta alla Regione Veneto nell’agosto 2007. Ma non basta: gli investigatori hanno chiesto ai referenti delle società che hanno lavorato al progetto se avevano conosciuto gli uomini della Broker. La risposta? Negativa, nessuno li ha mai visti alle riunioni operative, né ha mai collaborato con loro. E ancora: la relazione inviata dalla Broker alla Mantovani è pressoché identica a quella firmata da un’altra società. Per gli inquirenti la conclusione è che tra la Broker e la Mantovani esistesse un vero e proprio accordo per la predisposizione di documenti inerenti a rapporti commerciali inesistenti. Il risultato? Da un lato il fittizio aumento dei costi permetteva alla Mantovani di abbattere le imposte (e quindi di frodare il fisco), dall’altro si potevano costituire fondi neri. Fondi la cui destinazione è ancora da accertare.

 

Cartelline uguali e protocollo sbagliato ecco cosa ha insospettito la Finanza

Gli investigatori ritengono false le due fatture emesse nel 2007 dalla Bmc Broker di San Marino e usate dalla Mantovani, anche in base alle modalità con le quali esse sono state catalogate e archiviate nell’azienda di Piergiorgio Baita. Più precisamente: sia la documentazione inviata dalla Mantovani alla Bmc, sia quella di Bmc a Mantovani, è stata rinvenuta in uguali cartelle di plastica di colore nero: per gli investigatori ci sarebbe stata pertanto un’unica mano nella predisposizione dei due fascicoli. In altre parole, per la Guardia di Finanza, la documentazione all’apparenza proveniente dalla società di San Marino era stata in realtà formata nella sede della Mantovani. Gli investigatori definiscono tale elemento «un sintomo» dell’inesistenza delle operazioni indicate in fattura. Incongruenze sono state rilevate inoltre nei numeri di protocollo: in un caso tale numero rinvia non alla Bmc, ma a un soggetto diverso e non coinvolto nel progetto. (s.t.) di Sabrina Tomè

 

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