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Nuova Venezia – “Dalla Bmc fatture false per tutti”

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

4

mar

2013

La superteste svela il grande sistema. Le dichiarazioni della segretaria della Bmc. La società di San Marino “serviva” molte società venete: così creavano fondi neri. A chi servivano? Oggi Baita e Buson saranno interrogati dal pm.

VENEZIA – Oltre ad abbattere i ricavi per pagare meno tasse, a cosa serviva il giro di fatture false con connessi fondi neri portato alla luce dalla guardia di finanza? Difficilmente Piergiorgio Baita, difeso dagli avvocati Piero Longo e Paola Rubini, nell’interrogatorio fissato per oggi risponderà alle domande del pubblico ministero veneziano Stefano Ancilotto, che ha coordinato l’indagine che ha portato all’arresto, oltre che dell’amministratore delegato 64enne della Mantovani, anche di Claudia Minutillo, 48 anni, già segretaria di Galan e amministratore delegato di Adria Infrastrutture, di Wiliam Colombelli, 49 anni, console di San Marino ora sospeso, e presidente della Bmc Broker di San Marino, sospettata di essere la società cartiera, e infine di Nicolò Buson, 56 anni, direttore amministrativo della Mantovani, tutti accusati di associazione per delinquere e frode fiscale. Anche Buson, come Baita, sarà interrogato oggi. È l’uomo su cui punta l’accusa per ottenere nuovi riscontri al meccanismo ricostruito dal Nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza di Venezia e Padova, e che vedeva la Bmc, dopo il pagamento della fattura, restituire alla società l’80% – tramite la Minutillo, che era intestataria di due conti correnti, ma poteva operare su quattro – per trattenere per sé, a titolo di provvigione, il 20%. Il Gip Alberto Scaramuzza, nell’ordinanza di custodia cautelare, sottolinea «l’esistenza di un’attività sistematica di falsificazione della documentazione necessaria a far risultare una partecipazione della Broker alle attività di progettazione in realtà da parte della Broker inesistenti». Ma l’indagine della Guardia di Finanza sta cercando di fare chiarezza anche sui versamenti fatti da altre società alla Broker di San Marino, tra le quali Veneto Strade (2,1 milioni di euro in sette anni per eventi fieristici) la società pubblica braccio operativo dell’assessorato regionale alla Mobilità guidato da Renato Chisso, che già ha salutato con favore l’apertura,domani, di una commissione d’inchiesta regionale. In un passaggio dell’ordinanza, la teste principale dell’inchiesta, Vanessa Renzi, segretaria di Colombelli, spiega: «Voglio precisare che quanto ho detto con riferimento alla Mantovani e alla Adria infrastrutture vale anche per tutte le altre società ovvero Consorzio Venezia Nuova, Thetis, Palomar, Dolomiti rocce, Veneto strade, Veneto acque, Passante di Mestre. Il mio riferimento specifico alla Mantovani deriva dal fatto che è il maggior “cliente” di Bmc. In pratica le fatture emesse nei confronti di ciascuna di queste società sono relative ad operazioni inesistenti e a fittizie consulenze in realtà mai poste in essere». La Guardia di Finanza sta anche cercando di capire anche di quali protezioni godesse Baita, che come emerge dalle intercettazioni era a conoscenza di una verifica fiscale sui conti della società e stava lavorando per depistare i finanzieri, ad esempio ritoccando documenti fiscali.

Francesco Furlan

 

I NUMERI

4 Le persone arrestate per associazione a delinquere e frode fiscale. Sono Piergiorgio Baita, 64 anni, ad della Mantovani; Claudia Minutillo, 48, già segretaria di Galan e ad di Adria infrastrutture; Wiliam Colombelli, 49, presidente della Bmc Broker; Nicolò Buson, 56, direttore amministrativo della Mantovani.

10 L’ammontare, in milioni di euro, delle 50 fatture false emesse dalla Bmc Broker sui quali sta cercando di fare chiarezza la Finanza.

20 I faldoni di carte raccolti dall’accusa per provare il sistema di false fatturazioni che vedrebbe al vertice dell’organizzazione Piergiorgio Baita.

 

Vernizzi sotto la lente dei grillini

«Troppi conflitti di interesse»

Un conflitto di interessi grande come una casa. Può la stessa persona essere commissario straordinario per la realizzazione di un’opera stradale, ma anche amministratore delegato della società che realizza l’opera e la massima autorità regionale da cui dipendono permessi e autorizzazioni paesaggistiche? Il Movimento Cinquestelle va all’attacco di Silvano Vernizzi, potente direttore regionale delle Infrastrutture e della Direzione Ambiente e territorio dell’assessorato guidato da Renato Chisso, per ora soltanto sfiorato dall’inchiesta sulle fatture false che sarebbero state emesse dalla Mantovani e da Adria Infrastrutture. Una mozione da presentare in Consiglio comunale, un’interrogazione in Regione e un esposto alla Procura e alla Corte dei Conti. Cinque fogli fitti di dati e riferimenti di legge, firmati dal consigliere comunale del Movimento dei Grillini, Gianluigi Placella, frutto del lavoro di équipe della “task force urbanistica” guidata da Davide Scano. Secondo i Cinquestelle non si tratta soltanto di una teoria. Ma il “conflitto di interessi”di Vernizzi avrebbe provocato negli ultimi anni effetti e conseguenze negative sulla città e sul suo territorio. I Cinquestelle contestano la nomina di Vernizzi (approvata dalla giunta regionale il 21 dicembre del 2010) ad Autorità competente per la Valutazione di Incidenza ambientale (Vinca) e coordinatore del Comitato tecnico per l’attuazione dell’intesa tra Regione e ministero dei Beni culturali in materia di paesaggio. Oltre che, prosegue l’esposto, “relativamente alla più estesa attribuzione delle competenze in materia tutela dell’ambiente e del paesaggio al segretario regionale per le infrastrutture. È sempre alla stessa persona, scrivono i grillini, che vengono affidate le valutazioni ambientali dei progetti spesso opera della struttura regionale che le ha progettate. Vernizzi, scrive il consigliere Placella, è stato nominato commissario per la realizzazione del Passante di Mestre e adesso della Pedemontana veneta – opere, come la gran parte di sottopassi e raccordi stradali, realizzate dalla Mantovani di Baita – ma è anche amministratore di una società per azioni “la cui operatività resta subordinata alle procedure autorizzatorie delle strutture regionali gerarchicamente subordinate al Segretario medesimo. Sempre a lui fanno capo tutte le strutture regionali per la gestione della tutela ambientale, del paesaggio e della pianificazione del territorio”. I Cinquestelle chiedono un controllo a tappeto su tutti gli atti firmati negli ultimi anni da Vernizzi. Chiedono anche al sindaco Giorgio Orsoni “di metter fine a questa situazione di conflitto di interessi che ha avuto riflessi negativi sulla gestione del territorio”.

Alberto Vitucci

 

Dal Libro “I padroni del Veneto”

Il partito degli affari per gli appalti

Miliardi di euro di lavori pubblici: in mano ai soliti noti

Dal recentissimo libro di Renzo Mazzaro “I padroni del Veneto”, edito da Laterza, per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo parte del capitolo “Dove scorrono i soldi”. di Renzo Mazzaro C’è un partito degli affari che controlla gli appalti pubblici indirizzandoli verso i soliti noti? La questione tiene banco per tutto il decennio 2000-2010. Ci sono gli affari, questo è certo. E sono tanti. Un mare di soldi pubblici scorre nel Veneto: solo dal 2006 al 2009 si stima che il mercato delle opere pubbliche regionali valga 2,5 miliardi di euro. Escludendo il Mose, finanziato dallo Stato per oltre 4 miliardi di euro. Escludendo il Passante di Mestre, finanziato a metà fra Stato e Regione, partito con un costo di 650 milioni e arrivato al saldo con 986,4 più Iva. Escluse le Ferrovie, che spendono 2 miliardi per l’Alta Velocità tra Padova e Mestre, unico tratto realizzato; per i collegamenti Verona-Padova e Venezia-Friuli, di là da venire, saranno necessari altri 10 miliardi. Escludendo strade, autostrade, porti e aeroporti: solo Veneto Strade spa, che ha ereditato patrimonio e competenze dall’Anas, ha da spendere nei tre anni un miliardo di euro. In questo mare di soldi pubblici navigano pochi operatori privati. Tutti gli altri stanno sulle rive a guardare. I vincitori delle gare sono un numero ristretto di aziende che da sole o in associazione di impresa (Ati) si assicurano le commesse con una frequenza sistematica. Gli appalti variano ma i nomi si ripetono. Contano indubbiamente le capacità, bisognerà mettere nel conto le versioni denigratorie prodotte dall’invidia per il successo altrui. Ma il fatto è sotto gli occhi di tutti: c’è un monopolio che non si spiega con assenza di concorrenza. Nasce da qui il sospetto che il vantaggio acquisito sia frutto non di merito ma di favore. Un privilegio di pochi costruito con i soldi di tutti. Chi parla per primo di un partito degli affari è Massimo Carraro che nel giugno del 2000, da parlamentare europeo dei Ds, pone la questione del finanziamento della campagna elettorale vinta dal presidente Giancarlo Galan contro Massimo Cacciari, candidato del centrosinistra. Andando alla ricerca di chi ha sborsato i soldi per la campagna elettorale di Galan, Massimo Carraro cita Enrico Marchi e Giuseppe Stefanel, imprenditori impegnati in una grossa operazione immobiliare a Padova Est, la cosiddetta lottizzazione Ikea. Chiede loro di chiarire pubblicamente «se siano stati, magari a mezzo di loro società, generosi finanziatori della campagna elettorale di Forza Italia». Si becca una querela, non dai due ma da Giancarlo Galan, benché il presidente abbia appena confidato in una cena con gli eletti di Forza Italia – sui colli Berici, ad Arcugnano, la settimana prima – di aver speso 3 miliardi di lire raccolti anche attraverso sostenitori. A corredo della denuncia, l’avvocato di Galan produce una montagna di documenti sulla base dei quali, sorpresa, il pm padovano Antonino Cappelleri non indaga Massimo Carraro bensì il sindaco di Padova Giustina Mistrello Destro e l’assessore Tommaso Riccoboni, entrambi di Forza Italia. Il contraccolpo è notevole, la procura si trova al centro di reazioni eccellenti. L’indagine prosegue ma non emergono elementi di rilevanza penale. Cappelleri passa all’ufficio di sorveglianza e il pm Matteo Stuccilli, che gli succede, finisce per archiviare. La lottizzazione non subisce rallentamenti. Nel mercato delle opere pubbliche venete si incontrano ad ogni piè sospinto lo studio di progettazione Altieri, la Mantovani Costruzioni e la Gemmo Impianti. «È un “giro stretto” che funziona a tenaglia e fa man bassa di lavori pubblici, garantendosi gli appalti perfino quando presenta offerte meno vantaggiose dei concorrenti. Questa rete è talmente fitta e potente che chi è fuori rischia di non lavorare più, perché gli appalti hanno scadenze fino a 9 anni, rinnovabili per altri 9. L’armata diventa invincibile adottando la formula del project financing, sperimentata per la prima volta con la costruzione del nuovo Ospedale all’Angelo di Mestre e della Banca degli Occhi, un affare da 254,7 milioni di euro Iva compresa, di cui 134,6 di contributo pubblico e 120,1 anticipati dai privati. Mestre è solo l’assaggio. Dal 2006 in poi il project dilaga. In una lettera al ministro Corrado Passera appena insediato, l’assessore Renato Chisso parla di «investimenti messi in campo per 11 miliardi e 800 milioni di euro di risorse private, a fronte di un intervento pubblico di 1 miliardo di euro, meno del 10 per cento del valore totale». Da notare che la documentazione per un project della dimensione di quelli che seguono ha un costo di centinaia di migliaia di euro. Presentarsi e non vincere, vuol dire subire un salasso. Presentarsi diverse volte senza mai vincere, vuol dire dissanguarsi. La galassia Galan. Questa diramazione tentacolare di cantieri, che asfaltano e cementificano per terra e per mare, è al comando di poche persone. L’ingegner Piergiorgio Baita guida la Mantovani Costruzioni, un’azienda che dà lavoro a 600 persone, 1.300 calcolando l’indotto. Baita è alla seconda vita, la prima è finita con Tangentopoli. Gemmo Impianti e lo Studio Altieri hanno una storia intrecciata. Livio Gemmo, capostipite e fondatore dell’azienda, originario di Asiago ma vissuto a Thiene con i figli Franco e Giorgio, era amico di famiglia dei Sartori. La Lia, nata a San Pietro Valdastico ma trasferitasi a Thiene, è considerata come una zia da Irene Gemmo, figlia di Franco. Lia Sartori va ad abitare a Thiene, sopra lo studio di ingegneria di Vittorio Altieri, che diventa il suo compagno. L’ingegnere, morto prematuramente nel 2003, ha un’attività avviata molto prima dell’arrivo sulla scena di Giancarlo Galan. È cresciuto con i primi presidenti della Regione, Angelo Tomelleri e Carlo Bernini, figure centrali del partito di governo, la Dc, anzi la corrente dorotea della Dc. Come accade ad un altro studio di ingegneria, la Net Engineering di Monselice, titolare Gian Battista Furlan. Tangentopoli impone una brusca frenata a Vittorio: le indagini lo lasciano indenne ma è costretto a cambiare aria per lavorare. Si trasferisce a Roma, estende l’attività anche all’estero. Darà la colpa ai giudici ma soprattutto ai giornalisti, specializzati secondo lui nel fare d’ogni erba un fascio. Finché l’elezione di Galan a presidente del Veneto e il ruolo di primo piano della Lia lo riportano nel Veneto. Nel 2005 Franco Gemmo cede lo stabilimento di Arcugnano ai figli Mauro e Irene, pur conservando la presidenza onoraria dell’azienda. Nel maggio 2006 Galan insedia Irene alla guida di Veneto Sviluppo con un annuncio dei suoi: «È arrivato il momento di fare cose brillanti, adeguate alle sfide dei nostri tempi». In realtà la sfida è al libero mercato, a causa del conflitto di interessi nel quale Irene Gemmo si trova immediatamente catapultata. Nascono screzi anche in azienda. Il programma di Irene nella Veneto Sviluppo – realizzare una multiutility regionale e unificare il sistema fieristico disperso tra le città – non è che la prosecuzione dei tentativi già falliti dal suo predecessore Paolo Sinigaglia. L’esito sarà scontato. In quel momento è già cominciata la parabola discendente di Sinigaglia, il Galan-boy più ruspante e verace. Galan ha puntato tutto sul suo amico-nemico per la pelle, Enrico Marchi, che è in piena metamorfosi professionale: Marchi passa a tutta velocità da finanziere a manager a imprenditore, anzi astro nascente degli aeroporti. Dopo la conquista della Save pensa di ripetere il colpo comprando Aeroporti di Roma. La scalata parte bene, seguendo lo stesso schema usato per la Save, ma sul traguardo Marchi si vede soffiare il pacchetto di maggioranza dai Benetton.

 

Lettera aperta del consigliere veneziano beppe caccia

Come vengono adoperati i soldi pubblici per il Mose?

VENEZIA – Beppe Caccia, consigliere comunale a Venezia per la lista “In comune” si chiede pubblicamente “come vengono spesi i miliardi di soldi dei cittadini destinati al Mo.s.e.? A che cosa sono serviti i fondi neri di Baita e Minutillo?”. Con un sospetto pressante: “A pagare tangenti? E chi le ha incassate?”. Ricorda il consigliere caccia: “Nell’ottobre scorso avevo pubblicamente chiesto all’ ingegner Piergiorgio Baita di fare chiarezza e di illustrare pubblicamente con grande trasparenza, visto che si tratta esclusivamente di risorse pubbliche, i conti del Consorzio Venezia Nuova e del suo azionista di maggioranza, la Mantovani SpA. L’ingegner Baita non aveva risposto e, dalle notizie che trapelano dall’inchiesta che ha portato al suo arresto, si inizia a capire perché il silenzio. Dal 1984 quando è partito il progetto Mo.S.E., cioè da quasi trent’anni, della marea di danaro che è andata e che va spesa per quel progetto, solo una parte va a finanziare le opere, mentre una gran parte va a finanziare qualcos’altro. Vediamo, ad esempio, come in tempi di austerity verranno spesi gli ultimi 1.250 milioni di euro stanziati per il Mo.S.E. dal Governo Monti . Innanzi tutto una quota del 12% va a pagare non i lavori o la loro progettazione, ma l’attività di management del Consorzio Venezia Nuova: ciò significa che questa attività verrà finanziata nei prossimi quattro anni con 250 milioni di euro, oltre sessanta milioni all’anno. Chiunque abbia una qualche competenza in materia sa che si tratta di cifre assurde e del tutto spropositate. Mettendo l’occhio nei bilanci passati si vede poi che questa cifra aumenta considerevolmente attraverso attività affidate dal Consorzio ad altri soggetti e rimborsate con cifre molto superiori a quanto effettivamente speso. Si può dunque pensare che i 250 milioni lieviteranno almeno fino a 300. I 950 milioni restanti verranno spesi per i lavori. Ma come? Attraverso l’affidamento diretto alle imprese del Consorzio – tra cui le indagate Mantovani SpA e le sue controllate come Palomar – e senza gara di appalto. Anche pensando che la forte etica di quelle imprese non le induca a gonfiare le voci di costo, qualora si facessero delle gare, come avviene in tutto il mondo civile, si otterrebbero dei ribassi medi sui lavori di circa il 30%. Ciò significa che se si facessero delle gare si risparmierebbero 285 milioni di euro, pur lasciando alle imprese la legittima remunerazione del proprio lavoro.Dunque, dei 1.250 milioni dati dallo Stato circa il 50%, cioè circa 600 milioni di euro non vanno a pagare le opere, ma vanno a un ristretto numero di persone che realizzano così assieme a degli impressionanti superprofitti”.

 

I progetti fantasma dal Mose alle strade

Le consulenze commissionate dalla Mantovani: dalle opere in laguna al Grande Raccordo Anulare di Padova

PADOVA – Sono dieci le grandi opere percui La Mantovani Spa di Piergiorgio Baita ha chiesto consulenze di varia natura alla Bmc Broker di San Marino. Consulenze fantasma, per cui la “cartiera” sanmarinese ha affastellato, da quando il sedicente console del “monte Titano” William Colombelli ha saputo che la guardia di finanza gli stava col fiato sul collo, una serie di operazioni di facciata al limite del grottesco. Tentativi di simulare l’effettiva esecuzione di progetti e consulenze per cui sono stati pagati dalla Mantovani dal 2005 al 2010 oltre otto milioni di euro e dalla Adria Infrastrutture altri due milioni, poco meno. Contratti di consulenza post datati rispetto alle consulenze ottenute, fatturazioni registrate di domenica, ricerca di fornitori a lavori conclusi: sono solo alcuni degli strafalcioni individuati dai finanzieri nel castello di “carta straccia” prodotto dalla Bmc. A Padova la Mantovani si interessa del Gra, il grande raccordo anulare: la finanza trova due fatture della società sanmarinese, entrambe da 150 mila euro per una “consulenza tecnica per la progettazione del piano del traffico conseguente alla modifica dello schema infrastrutturato Via Maestra-Gra di Padova”. La richiesta, coadiuvata da elaborati, documenti e planimetrie, è di fine dicembre. A inizio gennaio, in tempi incredibilmente brevi, la Bmc spedisce alla Mantovani il lavoro svolto. Gli elaborati che tornano da Sanmarino sono praticamente i medesimi partiti da Padova: la Bmc non ha svolto alcun lavoro. Di più: per lo stesso incarico spuntano altre fatture che la Mantovani ha pagato, per circa 80 mila euro, alle ditte Idroesse Infrastrutture Spa e Pro.Tec.co Scrl, di cui sono stati trovati i lavori. Sempre a Padova l’azienda della famiglia Chiarotto mette gli occhi sul sistema di complanari e tangenziali della A4 dal Garda (Vr) a Busa di Vigonza (Pd): 600 mila euro vengono pagati alla Bmc Broker per “elaborazione dati per la collaborazione nella realizzazione del progetto”. Ma anche in questo caso gli elaborati “firmati” dall’azienda sanmarinese non ci sono. Mentre ci sono quelli di altri studi, pure pagati dalla Mantovani. Tra il 2005 e il 2006 Mantovani paga alla Bmc Broker fatture per un milione 460 mila euro per “studio, progettazione e realizzazione di una campagna informativa e di comunicazione e promozione funzionale all’inserimento nel territorio dei cantieri aperti nell’ambito degli interventi per la salvaguardia di Venezia”, lavori affidati al Consorzio Venezia Nuova a Lido Treporti (poi esteso all’attività di risanamento dell’area industriale di Marghera. Negli stessi anni un altro milione viene pagato per la progettazione del terminal merci al largo della costa di Porto Levante in provincia di Rovigo. Un milione finisce a Sanmarino anche per “consulenze tecniche e di progettazione per la piattaforma logistica di Fusina (Ve). Nel 2007, ancora, 600 mila euro transitano dall’azienda di costruzioni padovana alla Bmc per un’elaborazione di dati, in realtà prodotta da altri, per il progetto di prolungamento di Pian di Vedoia a Pieve di Cadore (Bl), il tratto “A” del collegamento fra la A27 e la A23. Nel 2008 la Mantovani paga alla Bmc due fatture da 375 mila euro per il progetto di “valorizzazione del compendio immobiliare di via Torino a Mestre e il mercato ortofrutticolo”, poi 359 mila euro per la progettazione del “piano dei montaggi e installazione degli impianti di regolazione delle maree alle bocche di Treporti e Malamocco. Due anni dopo quasi 700 mila euro per la ricerca di fornitori per le “opere di sbarramento alla bocca di Treporti”. Nel 2009 la Mantovani paga alla Bmc mezzo milione di euro per lo “studio di delocalizzazione dei servizi logistici di Marghera”. Nelle intercettazioni a carico di Baita e Colombelli, disposte dopo che nel procedimento a carico della Società Autostrade Venezia Padova Spa che ha portato all’arresto dell’ad Lino Brentan, erano emersi stretti legami con le società del gruppo Mantovani, si definiscono i ruoli di quello che gli investigatori definiscono “disegno criminoso”. Ad un certo punto Baita manifesta a Colombelli la sua preoccupazione perché, dice, «quando vedono che lavori con San Marino, anche per importi bassi, fanno in controlli». Colombelli suggerisce a Baita di acquisire nel gruppo la Bmc, ma è un vicolo cieco: «Io non posso prendere come gruppo una società che produce solo carta» dice il manager padovano, «è pericoloso». E Colombelli, a riprova del ruolo della sua società, definisce la Bmc «la cartiera della Mantovani». Baita lo contesta: «Non penso che tu abbia fatto la Bmc per noi» «Avevamo anche un ramo commerciale» ribatte Colombelli, «ma è stato eliminato». In un altro colloquio i due cercano di trovare il modo di giustificare i pagamenti da Padova a San Marino: la Bmc non ha alcuna struttura di lavoro, non ha consulenti e tecnici nel suo organico. Colombelli si offre di eseguire lui, fittiziamente, i progetti. Ma Baita gli fa notare: «Un lavoro che tu, Willy Colombelli, fai direttamente, il valore di questo lavoro può essere elevato, ma non può essere qualche centinaio di migliaia di euro».

Elena Livieri

 

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