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Nuova Venezia – Mantovani, trovata un’altra “cartiera”

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

22

mar

2013

Fatture per due milioni di euro di lavori svolti da una società che non aveva né dipendenti, né tecnici, né professionisti

VENEZIA – Una cartiera tira l’altra, nell’inchiesta “Chalet” che ha portato in carcere a fine febbraio, per frode fiscale, l’ex presidente di Mantovani Spa Piergiorgio Baita e l’ex direttore generale del gruppo, Nicolò Buson, per il quale proprio oggi l’avvocato Fois chiederà al Tribunale del Riesame la scarcerazione, con la misura degli arresti domiciliari che gli stessi giudici hanno già negato a Baita. Dopo la madre di tutte le fabbriche di false fatture intestate alla Mantovani in capo a William Ambrogio Colombelli e alla sua Bmc Broker con sede a San Marino (per circa 10 milioni di spese fasulle); dopo la rete di cartiere minori (per altri due milioni di euro) che il ragioniere padovano Mirco Voltazza ha detto di aver messo a disposizione di Baita che gliene aveva fatto richiesta dopo che Bmc era finita nel mirino della Guardia di Finanza; ora, spulciando tra le migliaia di false fatture sequestrate nell’inchiesta, i finanzieri del Gico di Mestre hanno individuato un’altra cartiera, questa volta facente capo ad un sedicente “professionista” del centro Italia. Accertate spese fasulle per un altro paio di milioni di euro, emesse da una società senza sede, senza impiegati, senza che il suo titolare risulti iscritto ad alcun albo professionale o impegnato in qualche attività. Anche in questo caso, però, fioccavano consulenze per conto della Mantovani, gigante dell’imprenditoria edile e delle grandi costruzioni che ha già annunciato di volersi costituire parte lesa contro i suoi ex amministratori. Un (temporaneo) colpo a favore la difesa di Baita l’ha comunque segnato, ottenendo dallo stesso Riesame il dissequestro dei due conti correnti (uno con 500 mila euro) e quattro ville ed appartamenti intestati a Baita e alla moglie. Il giudice per le indagini preliminari Scaramuzza aveva autorizzato il sequestro di beni a copertura del valore complessivo delle false fatture contestate. Il Tribunale del Riesame, presieduto da Angelo Risi, ha ricordato come la Cassazione abbia chiarito che il sequestro preventivo debba riguardare beni per un valore pari al solo “profitto del reato”, pari all’imposta sui redditi evasa. In questo caso, chiarisce il Tribunale, l’aliquota Ires (variabile tra il 27,5 e il 33%), più la sanzione prevista sull’imposta evasa, pari al 100%. Un ammontare pari a circa 6 milioni, dunque, sui quasi 9 precedentemente bloccati. Inoltre, sul provvedimento va indicato il valore dei beni immobiliari sequestrati. In ogni caso, chiarisce il Riesame, essendo l’annullamento del sequestro «basato su profili formali e non sulla insussistenza del fumus delicti, non ne impedisce la reiterazione». E, infatti, gip e Procura sono al lavoro per reiterare il provvedimento. Il Riesame ha respinto l’eccezione presentata dagli avvocati Longo e Rubini, tesa al trasferimento dell’inchiesta a Padova, in quanto – è la tesi della difesa, «il sistema delle false fatturazioni avrebbe trovato la propria concreta attuazione presso gli uffici della sede operativa della Mantovani, a Padova», unico centro operativo dell’associazione contestata a Baita, Buson, Colombelli e Claudia Minutillo (che con Colombelli ha lasciato il carcere dopo aver collaborato all’inchiesta). In realtà, osserva il giudice Risi, «non potendo individuare con chiarezza il luogo dove l’associazione ha operato» vale il domicilio legale dell’azienda – quindi Venezia – tanto più che a Padova si è svolta «un’attività posta in essere dopo la nascita delle indagini, avente come scopo di inquinare il quadro probatorio e far apparire come effettivamente realizzati gli incarichi, progettuali o di consulenza, che invece erano stati in precedenza svolti da altri».

Roberta De Rossi

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