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VENEZIA – Quei 200 mila euro che Piergiorgio Baita avrebbe consegnato alla «New Time Corporation srl» di Roma non sarebbero stati il prezzo pagato per le informazioni sulle indagini della Procura di Venezia sul conto della Mantovani, bensì il denaro per acquisire una parte della proprietà del giornale on line edito dalla società, «Il Punto». A sostenerlo il direttore editoriale Alessandro Cicero, che con il suo collaboratore Enzo Manganaro, sono stati perquisiti dalla Guardia di finanza di Venezia e negli uffici dei quali sono stati rintracciati la bozza dell’ordinanza di custodia per Baita, Colombelli, Buson e Minutillo e due schede informative sul pm Stefano Ancilotto e sul giudice Alberto Scaramuzza. «Nulla di strano», sostiene Cicero, «i magistrati sono arrivati qui per via di un contratto che ho firmato con la Mantovani. La società era interessata ad un’attività editoriale e per questo ha finanziato il nostro giornale con 200 mila euro e in futuro arriverà ad acquistare il 51 per cento del capitale». Anche i giornalisti della redazione de «Il Punto» sono intervenuti, spiegando, smentendo che il settimanale sia collegato in qualche modo ai servizi segreti. «La ricostruzione dei fatti riportata dall’articolo», scrivono i giornalisti romani, «poggia su un presupposto sbagliato che ne inficia l’attendibilità: la perquisizione presso la nostra sede è avvenuta lo scorso 20 marzo e non il 28 febbraio», giorno dell’arresto di Baita e degli altri tre indagati. Infine, precisano che «l’intero personale giornalistico, dal direttore responsabile all’ultimo collaboratore, non è stato oggetto di alcun provvedimento giudiziario». A raccontare agli inquirenti veneziani che quei 200 mila euro versati da Baita erano il prezzo delle informazioni raccolte sull’indagine era stato l’imprenditore Mirco Voltazza, che aveva aggiunto anche di aver partecipato con Buson ad alcune riunioni. Aveva sostenuto che il giornale on line romano sarebbe stato uno schermo dei servizi segreti. Per quanto riguarda Cicero e Manganaro aveva spiegato che sarebbero stati in buoni rapporti con un generale della Guardia di finanza in servizio a Roma. Poi era scattata la perquisizione e il sequestro dei documenti ritenuti interessanti. (g.c.)

 

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