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GRANDI OPERE – Uno studio dovrà dire se serve la valutazione d’impatto ambientale

Cardin, i tempi si allungano

La commissione Vas chiede nuove verifiche, per i promotori «oltre sei mesi salta tutto»

Nuovo ostacolo sulla strada del Palais Lumière, e si capirà tra un paio di mesi al massimo se si tratta di un muretto scavalcabile o di un muro insormontabile che pone fine all’avventura di Pierre Cardin a Venezia. La Commissione regionale Vas, infatti, dopo aver consultato l’universo mondo tra istituzioni ed enti locali e ministeri, ha partorito un documento di 80 pagine che si conclude affermando che serve uno screening per verificare se bisogna procedere anche con la proceduta di Via (Valutazione di impatto ambientale) oppure se non è necessaria.
Per fare questo screening ci vogliono dal mese ai due mesi, a seconda che il gruppo di Cardin abbia già preparato o meno la documentazione. Se la conclusione, poi, sarà che non serve la Via, allora si potrà procedere con la firma definitiva dell’Accordo di programma e i privati partiranno con i lavori. Se, però, l’esito di questo screening dovesse imporre la procedure di Via allora si parla di almeno 6 mesi.
«E a quel punto saremmo fuori tempo massimo, perché per noi il 2015 e l’Expo di Milano sono limiti inderogabili, e il progetto salterebbe – ha commentato Rodrigo Basilicati, amministratore delegato di Concept Creatif e sviluppatore del progetto nonché disegnatore degli arredi interni della torre da 255 metri di altezza a ridosso della testa del canale industriale Ovest a Porto Marghera -. Io, però, vogliono essere ancora ottimista, mi sembra che parte della documentazione l’abbiamo già approntata e, assieme ai progettisti, contiamo sul fatto che alla fine la Via non sarà necessaria».
Silvano Vernizzi, il presidente della Commissione Vas (Valutazione ambientale strategica), spiega che «per la tipologia dell’opera e per i problemi che sono stati sollevati abbiamo ritenuto che ci voglia un’analisi sulla necessità o meno della procedura di Via».
Claudio Borghello, capogruppo in consiglio comunale per il Pd, dice di rimando che «effettivamente dal punto di vista tecnico procedurale è ineccepibile, per un’opera di tale mole una Via è indispensabile. Dal punto di vista dei contenuti, però, mi sembra che la Regione se la stia suonando e cantando. È stata proprio la Regione a promuovere l’Accordo di programma e si è impegnata ad assicurare la massima velocità nelle pratiche. Non voglio crederci ma effettivamente viene da pensare che qualcuno abbia deciso di rinunciare o far rinunciare al progetto».
Tra l’altro c’è ancora in ballo la questione del ministero dei Beni culturali: il Comune gli ha scritto sostenendo che il vincolo di 300 o 150 metri dalla riva di ogni canale lagunare è inesistente, altrimenti mezza Mestre e mezza Marghera dovrebbero essere abbattute. Il ministero pare abbia risposto riconoscendo queste ragioni ma chiedendo comunque di vedere il progetto del Palais Lumière». È, dunque, un’altra incognita pure questa.
«Noi stiamo andando avanti perché continuiamo a crederci – continua Basilicati -. A breve presentiamo un’offerta per acquistare i terreni del Comune: non c’è una definizione chiara del prezzo e quindi dovremo fare noi offerta subito dopo Pasqua. Dal punto di vista finanziario procedono i contatti con le banche, per metà aprile avremo un ulteriore incontro importante. Certo che senza Accordo di programma definitivo gli istituto di credito non si muovono».

 

SITUAZIONE – Le questioni aperte rimangono tutte: riassetto urbanistico dell’area; riconversione di impianti
storici e infine la questione delle bonifiche.

LE RICHIESTE – Garantire infrastrutture di base e legami con lo scalo marittimo

LE AZIENDE – Nel 2011 sono state censite 690 aziende in tutta l’area

LO STUDIO – Indagine dell’Osservatorio costituito da Comune, Autorità Portuale e Ente Zona
Porto Marghera, padrone ora è il terziario

Il settore manifatturiero ha lasciato il posto a logistica, studi professionali e servizi alle imprese

Gli ostacoli non mancano. O meglio le questioni “aperte” rimangono tutte: riassetto urbanistico dell’area; re-industrializzazione di impianti storici vedi quelli dell’Eni in previsione di una loro riconversione a fini ambientali e infine la questione delle bonifiche e dei loro costi. Problemi che da sempre attanagliano Porto Marghera soprattutto da quando il polo industriale non ha più le dimensioni macroscopiche della metà degli anni Sessanta (33 mila dipendenti).
RILANCIO INDUSTRIALE – Insomma – e non poteva essere diversamente – non solo si è assistito un radicale cambiamento, ma anche ad una ridefinizione degli obiettivi. Ora però, anche se non si è usciti dal tunnel della crisi infrastrutturale e manifatturiera, si punta ad una nuova fase di rilancio. E questo passa attraverso un maggiore spazio a disposizione dell’azioni del porto di Venezia (e quindi dell’Autorità portuale) e sull’accesso alle infrastrutture (sia stradali sia ferroviarie). E per fare questo è stato necessario fare il punto della situazione. Stabilire dei punti fermi.
IL TERZIARIO AVANZA – E questi sono arrivati ieri dalla presentazione dell’indagine effettuata nel 2012 (ma relativa al 2011) dall’Osservatorio per Porto Marghera, una sorta di “think tank” costituito da Autorità Portuale, Comune e Ente Zona Industriale, che ha elaborato uno studio sul caso “Porto Marghera”. In questo senso, il pool di enti ha individuato che oggi nell’area industriale operano 690 aziende, ma che il numero degli occupati rispetto al passato non è più nelle attività manifatturiere tradizionali (11.391 occupati pari al 36,7 per cento, suddivisi in 62 aziende in prevalenza meccaniche e chimiche) ma che il numero più consistente opera ormai nei cosiddetti “altri settori” ovvero nel terziario avanzato; nella logistica, nei trasporti e nelle attività professioni o nei servizi alle imprese.
IL PORTO COME TRAINO – Un radicale cambiamento già notato negli anni. «Si tratta di governare questo fenomeno – ha sottolineato ieri in un incontro a Ca’ Farsetti, l’assessore alle Attività produttive, Antonio Paruzzolo – Non dobbiamo parlare di de-industrializzazione, ma di “nuova industrializzazione” adeguata alle esigenze del territorio». E a questo proposito proprio un questionario inviato nei mesi scorsi dai tre enti alle aziende di Porto Marghera ha fatto emergere le esigenze degli operatori.
NUOVE INFRASTRUTTURE – «In quest’ambito – hanno ricordato Sergio Lucchi dell’Ente di Zona e Paolo Costa, presidente dell’Autorità portuale – le maggiori motivazioni hanno riguardato due aspetti fondamentali: “la prossimità allo scalo portuale” e l’accesso agevole alle infrastrutture. D’altro canto, analizzando il bacino di Porto Marghera si è potuto constatare come il polo industriale sia di riferimento soprattutto per la provincia di Venezia (27 per cento) e solo in parte per il Veneto (16%) facendo emergere una “differenziazione” della domanda/offerta da parte del territorio».
Ora finalmente si potrà partire con un progetto di rilancio, modulato sulle “nuove” necessità di Porto Marghera. «Puntiamo ad incentivare – conclude l’assessore Paruzzolo – un nuovo schema organizzativo e strutturale per dare un volto diverso alla Porto Marghera che conosciamo puntando ad una riconversione che ci consenta, nonostante i ritardi, a recuperare il tempo perduto».

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