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La colata di cemento che minaccia Asolo, che è sempre la città dei cento orizzonti, finisce sotto i riflettori dell’Inghilterra, scatena la stampa nazionale, fa rievocare antiche campagne agli albori dell’ambientalismo. È stridente, semplicemente, la contraddizione fra la cubatura di nuovi capannoni da costruire in zone ancora non compromesse dal cemento, e la desolata landa che sono le nostre zone industriali – erano 1.077 nel 2007, in provincia una media di 12 per comune! – oggi ampiamente vuote, con i capannoni ridotti a mesti templi dei fasti passati del Nordest. Stupisce che gli amministratori, da sempre i politici più vicini ai cittadini e al territorio, non colgano questa rinnovata sensibilità dei cittadini sul territorio devastato e sull’ambiente. Sensibilità assolutamente trasversale alle comunità, quando un tempo era patrimonio dei soli ambientalisti e di comitati spontanei. È di pochi mesi fa la battaglia di Barcon di Vedelago per fermare il superinsediamento commerciale e industriale in uno dei pochi polmoni di campagna della Marca. A Casale è fresca l’eco della battaglia contro il progetto dell’Ikea, alla fine «congelato» dalla stessa multinazionale svedese. A Treviso, uno dei temi della campagna elettorale è lo scontro sui 2,8 milioni di metri cubi portati in dote dal Pat con l’arretrato della vecchia variante al Prg, in un capoluogo che intanto registra quasi 100 grandi contenitori vuoti, abbandonati, degradati. Di queste ore la lotta dei comitati di Vittorio Veneto contro il Pat. E dovremmo aggiungere le battaglia in embrione sulla viabilità, come il casello autostradale di Santa Lucia, contro cui ora si schierano anche i grillini. La campagna stuprata della Marca, ha fatto gridare di rabbia la voce di Zanzotto, ha scatenato memorabili monologhi di Paolini, ha stravolto l’orizzonte stesso di una terra un tempo poesia dell’anima. Altrove, anche al Nord, non è così: il consumo è stato razionale, ordinato, programmato. Forse un tempo il boom economico, l’assenza di ogni senso del limite da parte di chi «disegnava» il nostro suolo, la fame di espansione di aziende e famiglie ha prodotto il micidiale cocktail di capannoni e mattoni. Adesso che la sbornia è arrivata, e che il modello si è incastrato, l’assurdità di un pensiero di sviluppo esplode sotto i nostri occhi. Solo i manovratori non se ne sono accorti?

Andrea Passerini

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