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Il docente Luigi D’Alpaos: «Responsabilità collettiva. La prossima tragedia? Nel bacino del Piave»

A quasi cinquant’anni dall’alluvione incertezze, inerzie e ritardi: «Ci vuole un dittatore idraulico»

VENEZIA – Costruire per fare soldi. Fare soldi per fare soldi. Che cosa mai c’è di nuovo in un paese dove ad ogni «brentana» si aprono crepe, si rompono gli argini, esondano torrenti, crollano muri e scoppiano tombini?

«Il 13% della superficie regionale è edificata – denuncia la Coldiretti -: si tratta di 240 mila ettari».

La velocità di cementificazione, negli ultimi anni, ha raggiunto gli otto metri quadrati al secondo. Undici chilometri quadrati l’anno, come se ogni dodici mesi coprissimo di case, fabbriche e strade l’intero territorio comunale di Tombolo. Un record, secondo in Italia solo alla Lombardia. E che fa della provincia di Padova, con i suoi 429 abitanti per chilometro quadrato, un territorio più densamente popolato dell’India. Dove l’acqua non scorre più perché trova sempre nuovi ostacoli di cemento. Come stupirsi, dunque, se sempre più frequentemente – persino a maggio, quest’anno – i fiumi di cui abbiamo dimenticato persino il nome non ce la fanno più ad accompagnare l’acqua al mare? E noi siamo costretti a stare incollati al livello del Bacchiglione a Ponte degli Angeli o all’altezza del Piave a Nervesa per capire che cosa succederà qualche ora dopo. Se questa è la premessa, dare colpa alla pioggia è semplicemente riduttivo. Che cosa mai si può pretendere in una regione, il Veneto, che ha quasi il trenta per cento della superficie a rischio idrogeologico? Centosessantuno comuni su 581: 41 a rischio frana e 108 a rischio alluvione. Luigi D’Alpaos, uno dei massimi esperti di idraulica d’Italia, è stanco. Reduce, giusto l’altra sera, dell’ennesima conferenza:

«Un mattino, improvvisamente, l’alluvione» a Padova. «Mia moglie dice che racconto sempre le stesse cose, da quarant’anni. E purtroppo è vero: l’esperienza non ci ha insegnato niente» riflette a voce alta guardando le immagini della piena del Bacchiglione e la passerella di politici che si alternano alla televisione con le tute della protezione civile».

Per D’Alpaos, che lavorò nella commissione De Marchi a fianco di Ghetti, il rapporto cadde nel vuoto:

«L’ultima grande opera idraulica, la galleria Adige-Garda, si deve a un progetto di epoca fascista completato nel 1964. Poi, più nulla. La prossima tragedia è solo annunciata». Dove? «Sul bacino del Piave: capiterà là. Abbiamo costruito ovunque, fin sugli argini del fiumi. Non abbiamo speso una lira per mettere in sicurezza il territorio. Anche i bacini di laminazione non servono a niente, se l’acqua non viene gestita a monte».

A Prà de Gai, nel Basso Livenza, è previsto un grande bacino di laminazione.

«Prà de Gai è un progetto che assomiglia a una storiella: è come se un uomo che non ha da vestire si comprasse una farfallina per lo smoking. E’ un’opera complementare: se a monte non si fa nulla non servirà».

La diga di Falzè?

«Mi sono stancato di ripeterlo. Ripeto che, senza intervenire a Falzè, non si difende il Piave e le popolazioni rivierasche. Vedo che anche Laura Puppato, oggi onorevole, qua zoppica un po’: fa l’ambientalista a chilometro zero. Come se tutto finisse là attorno. E invece il bacino del Piave, come quello del Livenza e del Meduna, va visto nel suo insieme».

E per salvare Padova?

«Il bacino di Caldogno, previsto da 40 anni, aiuta ma da solo non risolve tutto. A Padova adesso chiamano Scolmatore quello che altro non è che l’Idrovia, che può funzionare da straordinaria via d’acqua. La sicurezza idraulica è un insieme di interventi».

D’Alpaos indica le responsabilità nella politica:

«Nel 1966, dopo l’alluvione, vi fu una fase di iniziale attenzione. Poi il tempo ha attenuato i ricordi, affievolito la memoria, cancellato l’emergenza. Ed è stato fatto peggio, molto peggio di prima. Di questo sono certamente responsabili i sindaci, che hanno coperto di cemento il territorio, e la Regione che ha lasciato fare. Anche i cittadini hanno responsabilità: perché hanno difeso il loro piccolo interesse, senza pensare che la sicurezza del territorio è un bene di tutti. Quante volte abbiamo detto: basta costruire, basta realizzare interrati in certe situazioni, basta costruire vicino ai fiumi. Niente da fare. Con il tempo mi sono convinto che serve un dittatore idraulico, con pieni poteri: non c’è altro da fare».

Daniele Ferrazza

 

 

Naccarato (pd), nuova interrogazione al governo

«Le opere sono in ritardo, Zaia ha perso due anni»

PADOVA – Onorevole Alessandro Naccarato, il governatore del Veneto Luca Zaia invoca poteri speciali e chiede al governo di allentare il patto di stabilità per le opere idrauliche,lei come pensa si debba agire per fronteggiare l’emergenza?

«Zaia sbaglia a prendersela con Roma in quanto per due anni ha già avuto i poteri straordinari di commissario per l’emergenza dopo l’alluvione del 2010. E ha fatto molto poco, anzi non è riuscito a spendere tutti i soldi che il governo ha già assegnato alla Regione».

Di quanto si tratta?

«Sono poco più di 300 milioni a fondo perduto per opere indispensabili e attese da anni: soldi che non rientrano nel patto di stabilità in quanto destinati a fronteggiare l’emergenza alluvione».

In questi 300 milioni ci sono anche le vasche di laminazione di Caldogno e Arzignano?

«Certo. Non solo queste due, ma anche quella di Riese Pio X nel Trevigiano. Si tratta di interventi che se realizzati nei tempi previsti avrebbero evitato le alluvioni e i drammi di questi giorni. La realtà è che dal novembre 2010 abbiamo ascoltato tante chiacchiere di Zaia e Conte ma le opere non ci sono».

Forse siamo in ritardo proprio perché il governo non ha dati i poteri speciali a Zaia per effettuare gli espropri?

«Non è vero. La Regione ha ricevuto i soldi dal governo alla fine del 2010 e Zaia ha avuto i pieni di commissario straordinario dalla stessa data: i ritardi burocratici sono inspiegabili».

Lei ha rivolto un’interrogazione al governo in cui sollecita controlli sugli interventi realizzati dopo l’alluvione: come mai?

«Le opere sono state eseguite con i poteri straordinari della legge sulla Protezione civile e quindi non hanno seguito l’iter previsto per gli appalti pubblici: sono state assegnate in regime di emergenza a trattativa privata. In alcuni casi tale procedura ha ridotto i controlli e la qualità dei lavori lascia molto a desiderare. Da tempo chiediamo trasparenza e un rendiconto preciso dei lavori eseguiti in Veneto. La fretta molto spesso porta fuori strada e il bilancio di questi due anni e mezzo non è certo esaltante. Basta fare un giro tra le campagne del Veronese, del Vicentino, di Fossona e Bovolenta per capire la rabbia della gente che si trova la casa invasa dall’acqua. Roma avrà tante colpe, ma su questa vicenda va assolta perché messo a disposizione soldi e assegnato i poteri speciali a Zaia».

(al.sal.)

 

 

Tre miliardi per mettere in sicurezza la regione

Stival: «Con 250 milioni l’anno non ci sarebbero più problemi dalle Alpi al mare»

Pinato: «Con le vasche di laminazione cesseranno le frequenti inondazioni»

PADOVA – Nell’agenda delle priorità che il Veneto vuole portare sul tavolo del governo, la difesa idrogeologica del territorio merita il primo posto: si tratta di investire 2,8 miliardi di euro. Il 30% in più di quanto previsto per i 94 km della Pedemontana Montebello-Spresiano e meno dei 3,3miliardi per il raddoppio dell’alta velocità ferroviaria da Verona a Padova. Nella terra che si prepara a commemorare i 50 anni del disastro del Vajont e che vuole mettere in funzione il Mose entro il 2015 per dimostrare all’umanità che Venezia si può salvare dal flagello dell’acqua alta, la difesa idrogeologica del territorio è passata in secondo piano non solo per cattiva volontà politica ma per carenza oggettiva di risorse. Sono quelle che il governatore veneto Luca Zaia invoca da Roma, in nome di un federalismo mai nato e di un patto di stabilità imposto da Monti e da Bruxelles che impedisce al Veneto di spendere 1 miliardo e 300 milioni di euro già in cassa. E che sia assolutamente indispensabile svincolare dal patto di stabilità le opere pubbliche destinate a scongiurare l’alluvione non ci sono dubbi: dal senatore Udc De Poli al sottosegretario all’Economia Pier Paolo Baretta l’appoggio a Zaia è assoluto. Peccato che poi non si faccia mai un passo in avanti. «Lo so che tutti aspettano i bacini di laminazione di Caldogno e Trissino ma non accettiamo di essere messi sul banco degli imputati», spiegano gli assessori Maurizio Conte e Daniele Stival. «Per mettere in sicurezza il Veneto dalle Dolomiti al Po dobbiamo investire 2,8 miliardi di euro. Credo che in dieci anni si possa vincere la sfida. Noi la nostra parte l’abbiamo fatta: 50 milioni l’anno sono vincolati nel bilancio per le opere idrauliche. Ora tocca al governo darci una mano: si tratta di stanziare 250 milioni per dieci anni. Ma è l’unica spesa produttiva per evitare la conta dei danni ad ogni pioggia: i 4-500 milioni di euro in questa settimana si sommano ai 600 milioni di novembre 2010», spiega l’assessore Stival. «Sono 80 anni che aspettiamo di realizzare un intervento idraulico, l’ultimo l’ha voluto Mussolini». Che la situazione sia drammatica lo dimostra la mappa 2013 del Veneto alluvionato: come mai non sono iniziati i lavori delle vasche di laminazione di Caldogno e Trissino?È davvero tutta colpa della burocrazia romana anche quando i poteri speciali di Commissario sono stati assegnati prima al prefetto Stancari e poi a Zaia? Tiziano Pinato, ingegnere del Genio Civile e dirigente del settore Difesa territorio della regione, tenta di smorzare la polemica: «Nessun ritardo. A Caldogno gli espropri sono stati realizzati dalla Provincia di Vicenza e gli eventuali ricorsi non coinvolgono i nostri uffici:non capisco la posizione della Coldiretti che lamenta danni per l’alluvione e l’incuria del territorio ma poi difende in sede legale gli agricoltori che puntano i piedi e ritardano le procedure. Tutto è pronto per assegnare l’appalto: per la vasca di Caldogno ci sono 15 aziende in gara e 4 per quella di Trissino. Entro l’estate i cantieri apriranno i battenti. Cosa sono le vasche di laminazione?Dei grandi invasi con gli argini rialzati e due canali di ingresso e uscita dell’acqua dei fiumi. Le piene del torrente Timonchio vanno fermate in collina a Caldogno, prima che l’acqua e il fango confluiscano nel Bacchilione con effetti disastrosi per Vicenza e Padova. E così per il Guà a Trissino. L’intervento assolutamente prioritario da realizzare riguarda Montebello: la vasca del 1966 va ampliata per mettere in sicurezza Soave, la Val di Chiampo e il Veronese». L’altra sfida per l’area metropolitana Padova-Venezia riguarda l’idrovia, che dovrebbe diventare una grande vasca di raccolta dell’acqua dalla Zip di Camin e Saonara fino a Mira, a patto che si realizzino i collegamenti con i fiumi laterali. Resta la montagna, con le frane e le strade che crollano mentre le colline si sfarinano: il Veneto è passato dalla pellagra al capitalismo globalizzato nel giro di trent’anni. Ma ha perso i contadini, le vere sentinelle ecologiche e ora chiede aiuto a Roma: arriveranno mai quei 250 milioni l’anno?

Albino Salmaso

 

 

A Scorzè danni per un milione

Sopralluogo ieri di sindaco e prefetto. «Bisogna capire cosa è accaduto»

SCORZÈ – Un milione di euro. Questa la prima stima dei danni fatta dal sindaco di Scorzè Giovanni Battista Mestriner all’indomani del maltempo che ha colpito il comune dalla tarda mattina di giovedì a venerdì. Una cifra che comprende i problemi agli scantinati, alle cantine e alle famiglie ma anche i passi carrai e l’asfalto delle strade da sistemare. Inoltre l’agricoltura è stata di molto compromessa e molti campi sono allagati. Insomma, quasi un bollettino di guerra, anche se la situazione è tornata alla normalità. Ieri mattina Mestriner ha ricevuto la visita del prefetto di Venezia, Domenico Cuttaia, oltre ai tecnici dei vigili del fuoco. Il giro ha compreso le zone di via San Benedetto e Mulino Cosma, tra le più colpite dal maltempo con cinque famiglie, quattro nella prima e una nella seconda, rimaste intrappolate in casa giovedì e venerdì perché circondate dall’acqua. «Il consorzio Acque Risorgive» spiega Mestriner «valuterà nei prossimi giorni quanto successo. La prima pioggia di giovedì è stata molta ma poi bisogna chiarire cos’è avvenuto tra le 17 di giovedì e venerdì mattina». In totale sono state oltre 150 le chiamate arrivate alla Protezione civile in ventiquatt’ore. L’ultimo intervento è stato fatto nella zona dello stadio e dei campi da tennis di Scorzè nel pomeriggio-sera di venerdì: in quel punto c’era mezzo metro d’acqua. Solo alle 22.30 l’ultima squadra di volontari è rientrata. Poi l’emergenza è finita. «Dovremmo capire» commenta l’assessore alla Protezione civile Francesco Tranossi «da dove e come sia arrivata tutta quest’acqua. Abbiamo avuto problemi noi e la zona del Trevigiano. Altrove nel Miranese, eccetto Noale, non si sono stati grossi disagi. Di certo ha piovuto molto e confermo la quantità d’acqua caduta in poche ore che è stata paragonabile a un normale mese. Sapevamo dell’allarme meteo e infatti le zone più a rischio sono state risparmiate. Dopo le 11 di giovedì abbiamo iniziato a preoccuparci perché diluviava. Così sono giunti i rinforzi anche agli altri gruppi del comprensorio».

Alessandro Ragazzo

 

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