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«Un’indagine sconfortante: anche il Nordest sta cedendo»

Franceschi, Confesercenti: «I dati nascondono la fatica quotidiana delle famiglie per la spesa»

C’è un Nordest che soffre nella lettura di questi dati. Perché la crisi ha colpito piccole e microimprese, quelle che popolavano e davano forza al territorio insieme al suo potere d’acquisto. E la riduzione dei consumi altro non è che una delle proiezioni di questo malessere. Così la memoria del polo trainante dell’economia del Paese si smarrisce. «Una sconfortante indagine che trova conferma in altri dati, ovvero quelli relativi al mercato del lavoro nella nostra area: la media della disoccupazione del Veneto si stima, infatti, intorno al 7,2-7,5 per cento e quella nazionale al 12 per cento. È il primo commento di Maurizio Franceschi, direttore regionale della Confesercenti Veneto, innanzi ai grafici dell’Osservatorio; e aggiunge: «La differenza c’è, ma ormai anche il mitico Nordest inizia a cedere».
Così l’esercito dei senza lavoro aumenta e contemporaneamente diminuiscono i consumi.
«E il problema diventa sempre più serio dal momento che non stiamo parlando di beni accessori, bensì di generi primari. Una vera e propria emergenza. Quelli dell’Osservatorio sono dati allarmanti, perché narrano le fatiche quotidiane del vivere delle famiglie, costrette a ridurre la spesa alimentare. Ormai si rinuncia a carne, pesce e verdure, prediligendo i prodotti “meno cari” quali pane e pasta. E a soffrire maggiormente di tali ristrettezze sono come di consueto le fasce più deboli: anziani, disoccupati e casalinghe».
Intanto le piccole attività commerciali faticano a tenere le saracinesche alzate.
«Vero. E non accade solo in aree decentrate ma anche nel cuore delle principali città. Una nostra recente indagine condotta nell’area centrale della terraferma veneziana, a Mestre, ha fatto emergere come l’11 per cento delle attività commerciali siano sfitte; numeri che colpiscono e che fanno riflettere soprattutto sul futuro delle piccole e microimprese del territorio; perché ricordiamoci che, specie quando si parla di commercio, una volta chiuso il negozio non esistono ammortizzatori sociali che possano sostenere gli imprenditori, che rimangono – per tale ragione – soggetti invisibili».
E i giganti della grande distribuzione?
«Anche i colossi hanno subito duramente il colpo. Mentre prendono forza i supermercati in cui si acquistano beni smarcati. Perché sempre più cittadini stringono la cinghia e sono disposti a cambiare i luoghi della spesa per poter arrivare a fine mese. E le sorti dei consumi nostrani non verranno certo risollevate con un aumento dell’Iva al 22 per cento. Sarà un’ulteriore debacle per il potere d’acquisto delle famiglie e, di conseguenza, anche un nuovo scossone per chi ha un’attività».
A sentire gli economisti la situazione del Paese non si risolverà a breve termine. Come sarà possibile sopravvivere a questa lunga deriva?
«Se sono gli stessi esperti che non hanno saputo prevedere la crisi, allora forse c’è da sperare che il loro pessimismo “a lungo termine” sia l’ennesimo errore. In ogni caso sono convinto che il nostro Paese e, in particolar modo il Nordest, non debba dar troppo credito a tesi che parlano di una ripresa possibile nel 2020. Ci sono competenze e tenacia per riuscire a riemergere nell’economia nazionale ed europea. Certo la politica dovrebbe sostenere questo percorso. E per ora sembra proprio si stia impegnando poco. Ci auguriamo, comunque, che il nuovo governo possa dare risposte concrete al tessuto produttivo della nostra Penisola, specie ai piccoli imprenditori che sono e saranno sempre il motore immobile del benessere del territorio».

 

MENO ACQUISTI – Borse della spesa più leggere per sei persone su dieci a Nordest.

LE PERSONE PIU’ TOCCATE HANNO OLTRE 45 ANNI E SONO OPERAI, CASALINGHE, PENSIONATI

La crisi è servita: 6 persone su 10 cambiano abitudini alimentari

L’acuirsi della crisi in Veneto, Friuli-Venezia Giulia e in provincia di Trento emerge abbastanza chiaramente anche dai mutamenti negli stili di consumo. L’Osservatorio sul Nord Est, curato da Demos per Il Gazzettino, si occupa oggi del calo degli acquisti dei generi primari tra la popolazione. Il 46% degli intervistati ha ridotto la quantità di carne e pesce acquistata nell’ultimo anno, mentre il 29% ha attuato la stessa operazione per frutta e verdura. Un nordestino su quattro, poi, ha diminuito l’acquisto di pane e uno su cinque quello di pasta.
Nelle scorse settimane, Confcommercio ha segnalato che, con il mese di marzo, sono arrivati a 10 i mesi di riduzione consecutiva nelle vendite al dettaglio. Al netto della variazione dei prezzi, inoltre, la diminuzione dei consumi nel primo trimestre 2013 ha segnato un -4.8% rispetto allo stesso periodo del 2012. Questa contrazione riguarda soprattutto l’abbigliamento e i casalinghi, ma anche il consumo di generi primari non sembra esserne immune.
Nel sondaggio pubblicato oggi, infatti, emerge che il 46% dei nordestini ha diminuito i suoi acquisti di carne e pesce, mentre un anno fa il dato era fermo al 35%. Quasi raddoppiata, invece, la quota di coloro che hanno ridotto i consumi di frutta e verdura: tra il 2012 e il 2013 sale dal 15 al 29%. Sostanzialmente fermo, poi, l’esodo dall’acquisto di pane: sia nel 2012 che nel 2013 è circa il 25% a dichiarare di averne ridotto l’acquisto. In aumento, invece, la percentuale di nordestini che ha tagliato le quantità di pasta, salita dal 13% dell’anno scorso all’attuale 20%.
La costruzione di un indice sintetico (che considera coloro che hanno dichiarato di aver ridotto il consumo degli alimenti) ci permette di leggere la situazione in modo più chiaro. Quattro nordestini su dieci (40%) non hanno mutato il proprio stile di consumo, mentre nel 2012 era il 50% ad essere in questa condizione. Ad aver ridotto moderatamente l’acquisto alimentare (1 o 2 alimenti) è il 44% degli intervistati, e questo settore è in aumento di quasi 4 punti percentuali rispetto ad un anno fa. Ad essere cresciuta in modo più deciso è la quota di popolazione che ha diminuito i propri consumi in modo diffuso (3 o 4 alimenti): nel 2012 era il 10% ad aver adottato questo comportamento, mentre oggi la percentuale è salita al 16%.
Vediamo come si caratterizzano le tre categorie individuate attraverso l’indice rispetto a condizione socio-professionale ed età. Come spesso accade, in alcune categorie sono compresenti diversi stili di consumo, e per questo sono riprese più volte.
Coloro che non hanno diminuito i propri consumi sono soprattutto giovani con meno di 34 anni, mentre dal punto di vista socio-professionale ritroviamo una presenza superiore alla media di impiegati, liberi professionisti e studenti.
La diminuzione moderata dei consumi, invece, è più frequente tra coloro che hanno tra i 15 e i 24 anni, oltre che tra gli adulti di età compresa tra i 35 e i 54 anni. Guardando alle professioni, poi, ritroviamo una presenza superiore alla media di imprenditori, studenti, casalinghe e disoccupati.
Infine, guardando il profilo di quanti hanno diminuito i propri consumi in modo diffuso, osserviamo una maggiore presenza di persone adulte o anziane (oltre 45 anni), mentre professionalmente ritroviamo soprattutto operai, casalinghe, disoccupati e pensionati.

L’Osservatorio sul Nord Est è curato da Demos & Pi per Il Gazzettino. Il sondaggio è stato condotto nei giorni 2-4 aprile 2013 e le interviste sono state realizzate con tecnica CATI da Demetra. Il campione, di 1004 persone (rifiuti/sostituzioni: 5469), è statisticamente rappresentativo della popolazione, con 15 anni e più, in possesso di telefono fisso, residente in Veneto, in Friuli-Venezia Giulia e nella Provincia di Trento, per area geografica, sesso e fasce d’età (margine massimo di errore 3,09%). I dati fino al 2007 fanno riferimento solamente al Veneto e al Friuli-Venezia Giulia. Natascia Porcellato, con la collaborazione di Ludovico Gardani, ha curato la parte metodologica, organizzativa e l’analisi dei dati. Beatrice Bartoli ha svolto la supervisione dell’indagine CATI. Lorenzo Bernardi ha fornito consulenza sugli aspetti metodologici. L’Osservatorio sul Nord Est è diretto da Ilvo Diamanti. Documento completo su www.agcom.it.

COMMERCIO & MARKETING

Negozi in difficoltà, occorre innovare

«Ma la vecchia mentalità resiste»

Nel 1995 i negozi, intesi come attività indipendenti, erano il 70% del comparto commerciale in Italia; nel 2012 sono diventati il 38%. Gli altri Paesi non stanno meglio: in Gran Bretagna sono il 14%, e negli Stati Uniti i numeri sono simili. Quelli che sono venuti a mancare se li sono “mangiati” la grande distribuzione e le catene in franchising. Per sfuggire alla “morte” c’è una sola strada: cambiare radicalmente. Uno studio sulla situazione che fornisce inoltre una serie di spunti, idee e stimoli è “Visual merchandising and visual marketing” (Franco Angeli, 20 euro) scritto da Beatrice Rizzi, consulente e formatrice di primo piano nel settore retail, in collaborazione con la giornalista trevigiana Silvia Milani. «Il commercio non è più quello di 10-20 anni fa quando bastava tirar su una saracinesca – spiegano le autrici – Eppure la vecchia mentalità resiste al cambiamento nonostante la realtà dimostri che non funziona più. Oggi il consumatore cerca un’esperienza emotiva, gratificante, vuole sentirsi protagonista. È fondamentale saper creare un’atmosfera giusta in relazione al prodotto che vendi. Trovando l’allestimento giusto, le vendite possono avere incrementi impensabili».

 

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