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Gazzettino – Baita: pagavano tutti. Ma non fa i nomi

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

8

giu

2013

INCHIESTA MANTOVANI – La partita a poker dell’interrogatorio, giocata come vent’anni fa. Sul piatto c’è la sua libertà

Il manager ha fatto capire ai Pm di conoscere l’intero mondo delle tangenti nel Veneto e a Roma

Pagano tutti. Si è costretti a pagare. Gli appalti pubblici funzionano così, pagare bisogna. Inizia così l’interrogatorio di Piergiorgio Baita, il supermanager della Mantovani. Ma, come comincia, finisce. Nel senso che Baita, in carcere dal 28 febbraio, accusato di una maxi evasione fiscale da 10 milioni di euro, per ora si è limitato a far capire che è in grado di fornire il quadro generale del mondo degli appalti pubblici. Tot a questo e tot a quello, tot a Roma e tot nel Veneto. A tutti i partiti, ma non è ancora passato a far nomi e cognomi. Nemmeno uno. Come se avesse scelto di seguire per la seconda volta nel giro di vent’anni la linea difensiva adottata nel 1992, quando venne arrestato nell’ambito della Tangentopoli veneta che portò in galera Franco Ferlin, portaborse di Carlo Bernini, allora ministro della repubblica e Giorgio Casadei, portaborse di Gianni De Michelis, pure lui ministro. Piergiorgio Baita finì in uno dei tanti rivoli di quell’inchiesta, ma allora era una scartina e non il numero uno dei manager italiani nel campo degli appalti pubblici. Stavolta è diverso, ma solo per la statura dell’arrestato. Per il resto par di capire che nulla è cambiato da allora e, semmai, il sistema si è solo affinato e quindi è peggiorato di molto.
Quello che nel 1992 veniva fatto alla garibaldina, “in bocca tua in bocca mia in bocca del can hamm”, è diventato un metodo matematico, scientifico. Che Baita è in grado di spiegare nel dettaglio. Ma la spiegazione del metodo per ora si accompagna ad una professione di innocenza totale. Mai preso soldi, mai dato soldi, mai pagato nessuno. I soldi che figurano nei bilanci come finanziamenti ai partiti sono regolari. Ma allora i conti correnti con 40 milioni di euro? E quando si vede che i quattrini transitano dal conto X al conto Y, entrambi in Svizzera, si può sapere chi è Y?
Chiaro che Baita, da genio quale si è sempre dimostrato, ha iniziato a giocare una partita a poker che ha come posta la sua vita. Sarà sufficiente il quadro generale fornito finora per guadagnare la libertà? Per la Procura no. Se non parla, Piergiorgio Baita resterà in galera per un anno ancora. Ecco perché tutti danno per scontato che, una volta aperta la porta alle riflessioni-spiegazioni, passerà alle confessioni. Lo dice la logica, ma per adesso lo dice solo la logica e non i verbali.
Dunque per Baita vale quel che disse Churchill quando gli comunicarono che un giornale lo aveva dato per morto: «La notizia mi sembra un tantino esagerata». Ecco, la notizia che Piergiorgio Baita parla è esagerata, per adesso. Perché quel che intende il manager sul “parlare” non è esattamente quel che intende la Procura. Ma il fatto che Mister Appalti abbia cambiato avvocati è stato sufficiente a far partire la caccia al nome e a mettere in fibrillazione il mondo che conta, cioè quello che ha a che fare con gli appalti pubblici multimilionari. E quel che si capisce è che il sistema del pagamento ai partiti – regolare e irregolare – copiava il meccanismo dei caselli autostradali nei paesi in cui si paga ad ogni barriera. Non c’è un biglietto unico per andare dal punto A al punto B. No, ogni venti chilometri paghi. Così funziona. Ecco perché gli investigatori, indipendentemente da quel che dirà o non dirà Baita, stanno studiando gli appalti, per vedere quando arrivano i soldi pubblici, quando d’improvviso si sblocca un appalto che era rimasto al palo per tanto tempo. E chi ha firmato le autorizzazioni, chi ha dato una corsia preferenziale a quell’opera pubblica, chi ha fatto in modo che le procedure, che di solito sono eterne, improvvisamente diventassero facili, semplici. Perché il p.m. Stefano Ancilotto comunque vuol andare avanti su questa strada, anche senza Piergiorgio Baita.

 

In carcere per dieci giorni, spiegò il meccanismo, senza fare nomi. Venne assolto e i altri furono condannati

Anche nel ’92 descrisse “solo” il sistema

Pensare che il patron della Ccc, una impresa di San Donà finita nel gorgo di Tangentopoli, fino al 1992, le tangenti le pagava in anticipo, prima ancora che ci fosse l’appalto. Come dire, una tangente “preventiva”. Tanto si sapeva che bisognava pagare. E val la pena di ricordare quel che successe nel 1992 con la Tangentopoli veneta per vedere se Baita sta seguendo lo stesso percorso difensivo. L’ipotesi accusatoria del 1992 – p.m. Ivano Nelson Salvarani e Carlo Nordio, il quale parlò di “concussione ambientale” e cioè di obbligo a pagare da parte degli imprenditori che volevano partecipare agli appalti pubblici – era che ci fosse stato un accordo spartitorio tra il Psi di De Michelis e la Dc di Carlo Bernini, senza escludere il Partito comunista. In questo accordo spartitorio che coinvolgeva cooperative rosse e bianche, imprese legate al Psi e alla Dc, ogni ditta pagava la tangente al partito di riferimento. Per qualsiasi appalto. E proprio Piergiorgio Baita, allora quarantenne, direttore della Maltauro prima e del Consorzio Venezia Disinquinamento, raccontò come funzionava il meccanismo. C’erano due tipi di tangenti, quelle per abbonamento e quelle a spot. Le tangenti per abbonamento funzionavano che si pagava sempre e comunque in base alle percentuali degli appalti. La tua ditta doveva fare lavori per un importo pari al 20 per cento dell’appalto complessivo? Pagavi il 20. Se avevi vinto per il 10, pagavi in proporzione. Poi c’erano le tangenti spot e cioè la corruzione necessaria in quel momento per quella persona, che si era messa di traverso e bloccava l’appalto o che andava premiata per aver sbloccato i pagamenti o per aver chiuso un occhio. E allora invece di denaro poteva essere una vacanza di lusso. Piergiorgio Baita passò in carcere una decina di giorni, poi ricostruì il quadro che abbiamo riassunto e venne scarcerato. Non accusò nessuno, non fece nomi perché sosteneva di non aver nulla da dichiarare. Dal processo uscì assolto – lo difendeva l’avv. Giuseppe Sarti – perché in aula nessuno lo accusò. Nessun imprenditore cioè potè dire di aver materialmente consegnato quattrini a Baita. Tutti gli altri, dai portaborse ai ministri, finirono in Tribunale e vennero condannati.

 

Gorizia, otto arresti per appalti truccati

GORIZIA – Otto imprenditori edili sono stati arrestati in Friuli Venezia Giulia e Veneto e altre 124 persone denunciate in una operazione della Finanza di Gorizia per appalti truccati. Coinvolte a vario titolo 105 aziende e dipendenti di Enti pubblici dello Stato. Gli impresari, ai domiciliari, sono accusati di aver messo in piedi un’associazione per delinquere dedita, in particolare, al reato di turbata libertà degli incanti. Il sodalizio criminale operava in tutto il Triveneto. La Finanza ha esaminato circa 180 gare d’appalto per opere pubbliche per un importo totale pari ad oltre 90 milioni di euro, risultate manipolate dagli impresari a partire dal 2010. Tra gli imprenditori, quattro sono udinesi (Alberto D’Agosto, Bruno Brunetti, Cristian Scarsini, Giampiero Perissutti), due di Pordenone (Franco Pessot e Andrea Fantin), il trevigiano Paolo Fornasier e Giovanni Demo di Portogruaro (Venezia).

 

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