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Produzione in aumento dell’1,5%, tiene la viticoltura e crescono le esportazioni

La recessione gela i consumi. Manzato: «Il futuro è nei giovani imprenditori»

PADOVA – L’agricoltura veneta tiene, resiste alle bizze climatiche e alle incertezze del mercato, ma il vento della crisi soffia anche sul settore primario. Se nel 2012 il comparto ha continuato a crescere, seppur di misura, quest’anno l’incertezza si fa più concreta, vuoi per le condizioni meteo sfavorevoli, vuoi per un calo generalizzato dei consumi che si fa sentire nell’agroalimentare. A confortare sono la sostanziale tenuta della viticoltura e il continuo progresso delle esportazioni, segno che le eccellenze venete riscuotono interesse e risultati oltre confine. Il 2012, riferisce Veneto Agricoltura nel rapporto annuale, ha chiuso con un valore della produzione che ha toccato livelli da record, 5,34 miliardi, anche se con una progressione dell’1,5 per cento rispetto al 2011 siamo lontani dalle performance degli anni precedenti.

«Ad incidere in positivo è stato l’andamento favorevole dei mercati» spiega Alessandro Censori di Veneto Agricoltura «perché le quantità delle coltivazioni agricole hanno subito riduzioni significative a causa del clima avverso. La siccità ha inciso sul raccolto e quest’anno le continue piogge non aiutano. Sono almeno 50 mila gli ettari di mais in meno nella nostra regione, quasi un sesto. La siccità ha pesato anche sull’ortofrutta mentre per il vino è stata una buona annata, con un fatturato record di 1,44 miliardi. Calano di 90 mila capi i bovini da carne».

«Le anomalie climatiche incidono sulle sorti dell’agricoltura» aggiunge Paolo Pizzolato, ancora per qualche giorno commissario di Veneto Agricoltura «ma anche la crisi si fa sentire. La spesa alimentare è cambiata e riscontriamo che le famiglie non solo consumano sempre meno carne ma tendono al risparmio su tutti i prodotti alimentari. Le spese maggiori sono concentrate nei giorni in cui arriva lo stipendio, poi vanno calando vistosamente. Le conseguenze si faranno sentire anche nel 2013».

Sorride invece l’export: la crescita del 7,9 per cento permette di ridurre il deficit della bilancia commerciale che passa dal miliardo e 100 milioni del 2011 agli attuali 750 milioni. Il numero delle imprese, invece, continua a scendere di quasi il 2 per cento mentre l’occupazione cresce del 7,5 per cento. «Un motivo in più per continuare sulla strada dell’innovazione e della competitività» osserva l’assessore regionale all’agricoltura Franco Manzato «riducendo il peso della burocrazia e puntando sui giovani. Però dobbiamo fare in modo che il piano di sviluppo rurale non venga considerato una specie di bancomat dal governo centrale, per finanziare funzioni prettamente statali. Su questo punto chiedo alle associazioni di categoria di fare quadrato».

Nicola Stievano

 

LETTERA DEL GOVERNATORE VENETO AL PREMIER LETTA

Zaia: limitare l’ingresso di lavoratori croati

VENEZIA – Il governatore del Veneto Luca Zaia ha inviato una lettera al premier Enrico Letta per chiedere l’adozione di un regime transitorio per l’accesso al mercato del lavoro in Italia da parte del cittadini croati dopo l’ingresso nell’Unione Europea il prossimo primo luglio. L’invito è a limitare per un certo periodo, massimo 7 anni, la libera circolazione dei lavoratori subordinati in Italia per evitare rischi di gravi ripercussioni sul mercato del lavoro. «Sono da sempre favorevole all’ingresso della Croazia nella Ue e mi sono battuto perché ciò accadesse», scrive Zaia «e l’ho sostenuto con forza anche quando ho assunto la presidenza dell’Euregio, auspicando che la macroregione con la Carinzia si allarghi presto proprio alla Croazia e alla Slovenia. Considero i croati fratelli di sangue ma ciò non deve distoglierci da alcune problematiche che l’ingresso della Croazia – che ha tassazione e costo del lavoro dimezzati rispetto ai nostri – apre nel Veneto e che potrebbero avere risvolti drammatici in un momento di crisi economica. A un’ora e mezza di strada e a poche decine di miglia marittime esiste una massa di lavoratori per i quali diventeremmo d’improvviso il principale mercato dell’occupazione». «Il rischio», conclude «è che l’intero Veneto, con i suoi 170 mila disoccupati finisca fuori mercato».

 

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