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Prime ammissioni sui beneficiari dei fondi neri.

I consulenti della difesa: condizioni di salute incompatibili con la detenzione

VENEZIA – Dopo 106 giorni di cella, Piergiorgio Baita, ieri pomeriggio, è uscito dal carcere di Belluno: l’ex presidente della “Mantovani spa” ha ottenuto gli arresti domiciliari dallo stesso giudice che aveva firmato l’ordinanza di custodia cautelare per associazione a delinquere e frode fiscale, Alberto Scaramuzza. A chiedere l’attenuazione della misura erano stati i suoi due nuovi difensori, gli avvocati Alessandro Rampinelli ed Enrico Ambrosetti dopo il primo ed unico interrogatorio sostenuto dal loro cliente. Il pubblico ministero di Venezia Stefano Ancilotto ha dato parere positivo, anche perché i due medici che lo avevano visitato avevano già firmato una consulenza nella quale si afferma che le sue condizioni di salute sono incompatibili con la detenzione in carcere. Da ieri Baita è tornato nella sua villa a Mogliano Veneto ed è sottoposto ad un regime che prevede che non possa uscire di casa e non possa comunicare con altre persone, se non i suoi parenti. Fino al 30 maggio, qualche giorno dopo aver cambiato i suoi difensori (prima erano gli avvocati padovani Pietro Longo e Paola Rubini), Baita non aveva voluto rispondere alle domande degli inquirenti, trincerandosi dietro il diritto che tutti gli indagati hanno, quello di tacere. Giovedì 30 maggio, difeso dagli attuali avvocati Ambrosetti e Rampinelli, ha cominciato a rispondere alle domande del pm Ancilotto e ad ammettere alcune delle contestazioni mossegli con l’ordinanza di custodia cautelare. Ma al quesito sull’utilizzo dei fondi neri l’ingegnere non avrebbe voluto rispondere. Si dovrebbe trattare di circa sei milioni e mezzo di euro, ma la cifra è stata ricostruita dagli investigatori della Guardia di finanza in modo ipotetico, visto che ancora non hanno potuto entrare in possesso della documentazione bancaria richiesta per rogatoria alle autorità svizzere nelle cui banche si trovano i soldi di Baita. Non è escluso che dopo la scarcerazione, siano gli stessi difensori di Baita, come è accaduto per il primo incontro, a chiedere un secondo interrogatorio, durante il quale è fuori di dubbio che la prima domanda del pubblico ministero sarà: «A chi sono finiti quei sei milioni e mezzo di fondi neri costituiti con le fatture fasulle? Che cosa ne ha fatto?». Alcune indicazioni devono aver già dato gli altri tre indagati: il contabile della Mantovani Nicolò Buson, ad esempio, più volte sarebbe andato a Roma con Baita per eseguire pagamenti, sicuramente quelli che riguardano il giornale on line “Il Punto”, che gli inquirenti sospettano essere legato ad alcuni esponenti dei servizi segreti. In secondo luogo l’ex segretaria in Regione di Giancarlo Galan, poi lanciata come manager, che molti politici ha frequentato sia nella vita precedente, quella trascorsa a Palazzo Balbi, sia quella successiva da amministratore delegato di «Adria Infrastrutture». Infine, William Colombelli, che andava personalmente a ritirare i soldi nella banca di San Marino per riportarli in Veneto assieme alla Minutillo. Valigette che lui stesso ha sostenuto di aver consegnato a Baita. È da quest’ultimo, però, che gli inquirenti si aspettano di avere indicazioni. Del resto, il suo difensore precedente, l’avvocato Longo, avrebbe abbandonato anche nel timore di una incompatibilità: nel caso l’ingegnere avesse deciso di parlare potrebbero infatti spuntare nomi di uomini del partito al quale appartiene e per il quale l’avvocato siede in Parlamento per la seconda legislatura.

Giorgio Cecchetti

 

Ha trascorso 106 giorni in carcere a Belluno

Ha fatto 106 giorni di carcere a Belluno. Piergiorgio Baita, presidente e amministratore delegato dell’impresa Mantovani, era stato arrestato all’alba del 28 febbraio scorso dal nucleo di Polizia tributaria della Guardia di Finanza di Venezia nell’ambito dell’inchiesta della magistratura che ha portato incarcere altre tre persone: Claudia Minutillo, amministratore Delegato di Adria Infrastrutture S.p.A.; Nicolò Buson responsabile amministrativo della Mantovani e William Colombelli, presidente della sammarinese BMC Broker S.r.l., ritenuto a capo di una società cartiera. Sono tutti accusati di associazione per delinquere finalizzata all’evasione delle imposte mediante emissione e utilizzo di fatture false per un importo complessivo di 10 milioni di euro anche nei lavori del Mose, il sistema di sicurezza contro l’alta marea gestito dal Consorzio Venezia Nuova. Sequestrati beni per quasi alcuni milioni di euro. Nella stessa giornata erano scattate 45 perquisizioni tra le province di Padova, Venezia, Bologna e Lecco.

 

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