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CLAMOROSA SVOLTA NELL’INCHIESTA SUI FONDI NERI.

Dopo tre interrogatori l’ex ad della “Mantovani” è ai domiciliari anche per la salute precaria, ma parlerà ancora

In anni di indagini i magistrati veneziani hanno ricostruito un vasto quadro di nomi e opere: l’ex manager lo sta rafforzando

VENEZIA – Una nuova Tangentopoli non solo veneta, ma italiana. Altrettanto vasta come quella degli anni ’90, perché le grandi opere coinvolte nel “giro” di mazzette sotterranee per ottenere gli appalti sono in più regioni. E perché anche questa volta coinvolgerebbe personaggi politici di a destra e a sinistra, passando per il centro: insomma, tutte le forze o quasi. Ma anche molto diversa da quella di 20 anni fa. Primo, perché non si tratta più tanto di somme destinate alle casse dei partiti, ma a singole persone. Secondo, perché sicuramente tra quelle persone ci sono esponenti politici – di quale livello e con quale identità, non si sa – ma anche e soprattutto alti dirigenti di amministrazioni pubbliche. Ovvero proprio quelle figure “tecniche” a cui dagli anni ’90 – per cercare di superare proprio il sistema di Tangentopoli – fu affidata la responsabilità di affidare appalti e firmare provvedimenti, tentando così di sottrarre il “giro dei soldi pubblici” al potere diretto della classe politica. Ma c’è un terzo motivo che segna la differenza con la Tangentopoli anni ’90: allora la procura di Milano alimentò un grande spettacolo mediatico, oggi la procura di Venezia con il pm Stefano Ancilotto sta lavorando da tre anni in assoluto silenzio, senza clamori. Ma sta mettendo assieme un quadro esplosivo.

LA STORIA. Le radici della vicenda stanno nell’operazione «Aria nuova» che nel 2011 porta all’arresto di varie persone tra cui, per corruzione, l’ex ad dell’autostrada “Venezia-Padova” Lino Brentan: un anno dopo viene condannato a anni con rito abbreviato, ma le indagini su quanto emerso continuano. Due anni di lavoro della procura e della Guardia di finanza, e il 28 febbraio di quest’anno vengono arrestati Piergiorgio Baita, presidente e ad del gruppo Mantovani, Claudia Minutillo, ad di Adria Infrastrutture (fino al 2005 era stata segretaria del governatore veneto Giancarlo Galan), Nicolò Buson responsabile amministrativo della Mantovani e William Colombelli presidente della sammarinese Bmc broker, società che emetteva false fatture in modo da permettere a Baita di creare fondi neri. Sempre quel giorno scattano 45 perquisizioni tra Padova, Venezia, Verona, Bologna e Lecco. In seguito, dopo aver accettato di rispondere a lunghi interrogatori, vengono fatti uscire dal carcere Colombelli, Minutillo e Buson: hanno parlato, e i pm si mettono al lavoro per verificare punto su punto le nuove piste. Baita, in carcere a Belluno, non parla.

LA SVOLTA. I magistrati annunciano di voler andare a giudizio immediato – cosa che eviterebbe la scarcerazione di Baita per decorrenza dei termini – e il manager cambia linea e anche legali: si affida ad Alessandro Rampinelli di Venezia e ad Enrico Ambrosetti di Vicenza, subentrati a Pietro Longo. Con loro – non si era saputo – dal 20 maggio Baita sostiene ben tre interrogatori dei pm. Poi, venerdì, ottiene gli arresti domiciliari a Mogliano Veneto: il motivo è una consulenza di due medici secondo cui lo stato di salute di Baita non è più compatibile con il carcere. E i magistrati – a indagare con Ancilotto c’è anche l’altro pm Stefano Buccini – stabiliscono che può andare a casa, ma con il divieto assoluto di comunicare con l’esterno.

IL QUADRO SI È GIÀ DELINEATO. La sorpresa però, da quanto si capisce, è che i magistrati non aspettavano di far parlare Baita per spingerlo a rivelare verità del tutto sconosciute. No: quello che cercavano dal manager arrestato – certo, anche con nuove rivelazioni più dettagliate – erano soprattutto conferme. Conferme sul giro di fondi neri creati con le false fatture che è stato individuato – per quanto piccolo, si tratta pur sempre di 6,5 milioni di euro – e che porta in Svizzera, da dove ora i pm attendono la risposta alle loro rogatorie. Conferme sulla girandola di appalti e di nomi che in questi anni la procura si è costruita. E quelle conferme, Baita, ha iniziato a darle, anche su circostanze e nomi già riferiti ai pm da Minutillo, Buson e Colombelli. Opere della Regione Veneto, del ministero delle Infrastrutture, di altre istituzioni (ci sarebbe anche la Fiera di Milano, che poi ovviamente diventerà un’inchiesta a parte da trasferire in Lombardia: l’indagine sarà di sicuro suddivisa in diversi tronconi). Nomi di personaggi politici che lo avrebbero favorito, e di alti dirigenti dello Stato e degli enti. La difesa di Baita, che sarà ancora interrogato, sarebbe la stessa di 20 anni fa dopo il suo primo arresto: la Mantovani avrebbe tutti i numeri e le competenze per aggiudicarsi i maxi-appalti, ma senza “oliare” qualcuno non ne avrebbe vinto neppure uno. Perché il sistema è quello. E la maxi-inchiesta di Venezia si sta avvicinando a farlo deflagrare: sarà un boato molto forte.

G.D.V.

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