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MIRANO – Mirano ospedale chirurgico, Dolo polo medico. Noale non si sa. È confuso l’orientamento delle nuove schede mediche per l’Asl 13, anche se la specializzazione delle due sedi era nell’aria. Miranese e Riviera escono dal nuovo schema sanitario regionale con tre primariati (le cosiddette apicalità) in meno, dalle 29 attuali a 26, una riduzione di 20 posti letto per acuti entro il 2015 e soprattutto un dato: con 2,5 posti letto ogni mille abitanti l’Asl 13 resta in fondo alla classifica regionale, davanti solo all’azienda dell’Alto Vicentino e come Asolo, quando la media regionale è di 3,5. Le prime reazioni non possono essere perciò rose e fiori. Bruno Pigozzo, consigliere regionale Pd, boccia la divisione di specialità dei due ospedali.

«Le specializzazioni di Dolo quale ospedale medico e Mirano come polo chirurgico ora sono nero su bianco e per me questa rimane una forzatura che rischia di complicare invece che agevolare l’erogazione dei servizi. Non ne trarrà vantaggio nessuno dei due ospedali, mentre saranno penalizzati tutti i cittadini dell’Asl».

Nota a cui si aggiunge l’assenza dalle schede di Noale.

«Di quell’ospedale non si dice nulla», aggiunge Pigozzo, «si parla solo di 111 posti letto per ospedale di comunità da attivare. Aspettiamo di conoscere dove».

Positivo invece il commento di Gino Gumirato, direttore generale dell’Asl 13:

«Le schede rappresentano una svolta nell’assistenza ai cittadini e sono volte a creare un’organizzazione sanitaria moderna ed efficiente. Rilevante soprattutto che siano stati aumentati i posti letto di comunità per un totale di 90 posti».

Filippo De Gaspari

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A MIRANO, DOLO E NOALE

Sit in del Pd a difesa della sanità pubblica

MIRANO – Una mobilitazione in contemporanea nei tre ospedali dell’Asl 13 per difendere i servizi socio-sanitari dell’azienda sanitaria locale. Questa è l’iniziativa promossa dal Partito Democratico che si terrà domani (giovedì) dalle 7.30 alle 9.30. Il sit-in, che si svolgerà negli ingressi degli ospedali di Dolo, Mirano e Noale, arriva dopo una serie di mobilitazioni che hanno visto il partito sostenere un ordine del giorno a tutela delle strutture dell’Asl 13 e chiedere interventi per la sistemazione dei plessi.

«Occorre garantire sia a Dolo che a Mirano, all’interno della logica dell’ospedale di rete», dice Gabriele Scaramuzza, responsabile Pd per la sanità, «quelle funzioni sia chirurgiche sia medico-internistiche in grado di assicurare funzionalità e integrazione delle due strutture. Noale deve diventare un polo riabilitativo di eccellenza. Chiediamo alla Regione lo sblocco dello stanziamento di 22,5 milioni di euro previsto nella Finanziaria 2010 e che ci sia un riequilibrio della quota pro capite. Al direttore dell’Asl 13 chiediamo di dare attuazione ai lavori del pronto soccorso di Dolo dove c’è già l’autorizzazione regionale».

Sul tema dell’Asl 13 interviene anche il comitato “Bruno Marcato” che in questi giorni sta distribuendo un nuovo volantino.

«Sfidiamo la direzione generale a dimostrare che mantenere, consolidare e sviluppare quanto c’è già a Dolo, costa di più di trasferirlo a Mirano», si legge nel testo, «e che queste scelte sono le più corrette dal punto di vista epidemiologico, tecnico e scientifico. La nostra proposta è far diventare Dolo ospedale di rete e Mirano ospedale nodo di rete, proprio per la sua specialità rappresentata dall’area cardiologica ed emodinamica».

(g.pir.)

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Rivoluzione negli ospedali più cure e meno ricoveri

Hub, spoke, di Comunità, Unità riabilitative e hospice le cinque nuove categorie

Calano i posti letto per gli acuti (-1227) ma crescono quelli per il recupero (+1263)

VENEZIA – La sanità del Veneto cambia volto e prova ad adeguarsi alle nuove dinamiche del welfare: allungamento della vita media della popolazione, riduzione progressiva delle risorse pubbliche disponibili, libera scelta dei pazienti nell’ambito dell’Unione europea. La riforma che si delinea dalle “schede di dotazione ospedaliera-territoriale” – approvate in mattinata dalla giunta di Luca Zaia dopo un anno di discussioni – privilegia decisamente la razionalizzazione rispetto ai temuti tagli lineari. Punto di partenza è la limitazione dei ricoveri tramite il rafforzamento delle cure territoriali con la nascita degli ospedali di comunità e delle medicine di gruppo integrate per riavvicinare medici e pazienti. A fronte di una spedalizzazione pari a 3,5 per 1000 abitanti, in linea con la percentuale dettata dal ministero della salute, calano i posti letto ospedalieri riservati ai malati acuti (500 euro il costo giornaliero) e crescono quelli di comunità destinati a riabilitazione e lungodegenza (il cui onere non supera i 150 euro) che sorgeranno in reparti e padiglioni dismessi ma anche in case di riposo; il saldo è +36 (per un risparmio annuale stimato in cento milioni) con conseguente aumento del numero dei primariati che passerà dagli attuali 727 a 754. Ancora, la manovra triennale mira a potenziare l’urgenza-emergenza per assicurare una risposta ai casi gravi entro la «golden hour» (fatidica frazione di tempo spesso decisiva) salvaguardando le eccellenze nella terapia clinica. Ma l’architrave del progetto è la rinnovata gerarchia degli ospedali, suddivisi in “hub” di riferimento europeo (le Aziende ospedaliere di Padova e Verona) con garanzia di risposta per le alte specialità, compiti di didattica e di ricerca; poli di riferimento provinciale – gli ospedali capoluogo di Mestre, Treviso, Vicenza, Belluno, Rovigo – e presìdi provinciali “spoke”, concepiti su un bacino assistenziale di circa 200 mila abitanti. A completare il sistema, le reti cliniche dotate di telerefertazione e teleconsulto che riguardano l’oncologia, l’emodinamica, l’ictus, le emergenze-urgenze pediatriche e neonatali, le emorragie digestive, le neuro e cardiochirurgie, le radiologie, i laboratori con la centralizzazione della fase analitica, le anatomie patologiche, la riabilitazione. Ma cos’è in concreto l’assistenza territoriale, autentico caposaldo delle schede? È un modello che abbina le cure primarie (garantite dalla medicina generale) alle strutture di ricovero intermedie (Ospedali di comunità, Unità riabilitative territoriali e Hospice per malati terminali) coinvolgendo i medici di famiglia. Proprio ieri la giunta regionale ha approvato la delibera che li impegna a garantire «un’assistenza globale, dalla prevenzione alla palliazione, centrata sulla persona h24 e 7 giorni su 7». In che modo? Allestendo team multiprofessionali – costituiti da medici e pediatri di famiglia, specialisti, medici di continuità assistenziale, assistenti sociali – che avranno come leva la Centrale operativa territoriale: attivata in ogni Ulss, coordinerà la “presa in carico protetta” del paziente, fungerà da raccordo tra le strutture ospedaliere e territoriali e sarà attivata su richiesta dei medici o delle famiglie del paziente. Altro cardine, la rete urgenza-emergenza che si articola in un coordinamento regionale e sette centrali operative su base provinciale; 44 le unità di pronto soccorso negli ospedali, 4 punti di primo intervento e altrettanti servizi di elisoccorso, 46 automediche e 100 ambulanze di soccorso avanzato. La tabella di marcia? Garantire un tempo massimo d’arrivo sul luogo richiesto di 15 minuti nell’80% dei casi e di 20 minuti nel 90% del totale. Non solo sanità pubblica, la riforma investe anche il sistema di cliniche, poliambulatori e ospedali privati. L’ammontare dei loro posti letto scenderà nel triennio da 3019 a 2.869 unità, un -5% concentrato su Venezia, Verona e Rovigo anche se sono state concesse 25 degenze hospice per malati terminali al Policlinico San Marco di Mestre. Il confronto con le associazioni imprenditoriali non è stato indolore, stante la riduzione del budget regionale sui rimborsi, ma infine l’obiettivo è stato centrato. Che altro? Questa riforma arriva a 17 anni di distanza dal precedente Piano socio-sanitario e seguirà l’identico iter dei decreti del Governo: dibattito in commissione, con facoltà di apportare emendamenti al testo originale, e voto finale dell’aula; come dire, c’è il margine per un ultimo assalto alla diligenza da parte dei consiglieri più sensibili a lobby e pressioni territoriali. Gli artefici della svolta – Zaia, l’assessore Luca Coletto, il segretario generale della sanità Domenico Mantoan – sono decisi a impedire stravolgimenti, convinti che in assenza di regole nuove, che aggrediscano alla radice sprechi e inefficienze, il sistema rischi il collasso. C’è un problema finanziario – da qui al 2015 il Veneto vedrà ridotti di un miliardo i fondi assegnati dal ministero – ma ancor più è indispensabile adeguare il circuito della sanità alle esigenze di una comunità in rapida trasformazione. Una scommessa da vincere, sì. Pena il declino.

Filippo Tosatto

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