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Verso la sentenza la richiesta di risarcimento di Clini (all’epoca direttore dell’Igiene pubblica Asl 12)

«Precedente pericoloso se passa il principio che si può “querelare” un’interrogazione regionale»

MARGHERA. L’ex ministro dell’ambiente, il veneziano Corradi Clini, ha chiesto un milione di euro di risarcimento a Gianfranco Bettin e al giornalista dell’Espresso Riccardo Bocca per un’interrogazione al Consiglio regionale presentata dal primo quando era consigliere a palazzo Ferro Fini sulla base di un servizio giornalistico firmato sul settimanale dal secondo. Al centro della vicenda i fusti di rifiuti tossici recuperati dalla motonave Jolly Rosso in Libano e bruciati in parte nell’impianto Sg31 della Monteco al Petrolchimico di Marghera. La causa civile, davanti al Tribunale di Roma, dura ormai da due anni e la sentenza è prevista a giorni. A raccontare la vicenda è lo stesso Bettin: «Nel febbraio del 2005, ricorda l’assessore comunale,

«l’Espresso pubblicò il servizio di Bocca nel quadro di una più vasta inchiesta che si occupava delle piste seguite da Ilaria Alpi prima di essere assassinata a Mogadiscio, tra queste quella di un traffico di rifiuti tossici, e si occupò anche del recupero da parte della Jolly Rosso nel 1989, inviata a Beirut dal governo, di circa 10 mila fusti scaricati da un’azienda lombarda».

Nell’articolo si citava una relazione del febbraio 1990 dell’Asl veneziana nella quale, analizzando la condensa dei fumi in uscita dal forno Sg31 si confermava la presenza di uranio. Ma già nel 1989, quando Bettin era consigliere di quartiere di Marghera, aveva raccolta la testimonianza di alcuni operai i quali riferivano che nei fusti della Jolly Rosso sarebbe stato presente uranio. Allora, però, il direttore dell’Igiene pubblica dell’Asl 12, allora era Clini, contestò quelle valutazioni, sostenendo si trattasse di disinformazione. Nel 2005, però, sulla base del servizio della rivista, Bettin presentò un’interrogazione in Consiglio regionale in cui chiedeva alla giunta se fosse a conoscenza dei fatti e quale fosse la natura e l’entità dell’inquinamento radioattivo. Inoltre, chiedeva se la giunta intendeva rendere pubblico il documento dell’Ulss tenuto segreto per 15 anni. Stessa interrogazione presentò la deputata verde veneziana Luana Zanella in Parlamento. Clini, nel frattempo diventato direttore generale al ministro dell’ambiente, citò in giudizio Boccia, Bettin e Zanella. Il Parlamento, però, negò l’autorizzazione a procedere contro la deputata, mentre la Regione, allora retta da Giancarlo Galan, avviò un conflitto di attribuzione davanti alla Corte costituzionale, la quale rispose che la Regione avrebbe dovuto porre la questione all’apertura del processo. Nel frattempo però, a guidare la giunta regionale è arrivato Luca Zaia, che non ha mai provveduto a proseguire ciò che Galan aveva iniziato e così la causa è andata avanti. Per Bettin si tratta

«di un precedente pericolosissimo perché se passa il principio che si può “querelare” un’interrogazione si crea un vulnus letale nella rappresentanza e viene minata la possibilità di usare uno strumento indispensabile per l’accertamento della verità».

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