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L’INTERVENTO

Il progetto di Veneto City nella sua nuova versione, definita “green”, è utile per riflettere e per decidere alcune questioni importanti e decisive per il prossimo futuro del nostro territorio. Lo sforzo dei progettisti e della committenza a far apparire “green” la costruzione di 718 mila metri quadrati di nuova edificazione nei campi è evidente e apprezzabile sia nei disegni che nelle parole utilizzate per illustrare il progetto. Il problema però è un altro: per quanto sia ammirevole che una nuova committenza si renda consapevole e ingaggi validissimi progettisti e per quanto il progetto si proponga ambiziosi standard e certificazioni energetiche, resta il fatto che la costruzione di un “polo terziario” in mezzo alla campagna, comunque si faccia, è obsoleto nella sua concezione e sbagliato perché estremamente dannoso da molti punti di vista:

contraddice la politica del consumo di suolo zero ormai sostenuta da tutti a livello disciplinare e, finalmente e ultimamente anche dalle istituzioni e dalla politica; ignora l’esistenza di eccedenza di costruito riutilizzabile provocandone l’ulteriore fatiscenza; conferma antistoricamente una mono-funzionalità degli insediamenti che ha dimostrato tutta la sua inefficienza e nocività ambientale e sociale; conferma con i suoi orgogliosi 280 mila metri quadrati di parcheggio (e a dispetto della fermata della Sfmr) ancora una volta il modello di sviluppo del territorio basato prevalentemente sull’ automobile.

Riguardo a queste questioni, purtroppo, il bel disegno paesaggistico e le sofisticate strutture lignee delle nuove architetture, sono assolutamente insignificanti se non addirittura fuorvianti, in quanto operazione sofisticata di marketing.

Sono e rimangono 718 mila metri quadrati costruiti nella campagna circondati da 280 mila metri di parcheggi e avviluppati da migliaia di metri lineari di strade e svincoli.

Se si vuole veramente, come recentemente si sente finalmente dire da più parti e da molti rappresentanti delle istituzioni locali e regionali, affrontare seriamente l’opera di manutenzione e di ricostruzione del nostro territorio non è più possibile nascondersi dietro ambiguità e raffinate confusioni:

suolo zero vuol dire suolo zero, riciclo dell’esistente vuol dire riciclo dell’esistente, abbandono della monofunzionalità e ripristino della complessità – sociale e funzionale – vuol dire non costruire più centri commerciali e poli terziari separati dal tessuto urbano abitato, promozione del trasporto pubblico su ferro vuol dire attivare la creazione di reti di relazioni e di sistemi morfologici, stili e abitudini di vita che rendano meno necessario l’uso dell’auto.

Su questi temi si sta lavorando in tutta Europa, con protocolli condivisi a livello comunitario, con visioni di lungo periodo, con programmazioni decennali, con progetti coerenti a quegli obiettivi e a quei quadri e i risultati sono già visibili e misurabili in molte regioni metropolitane; gli studi esistono anche qui ma sembra che ancora vengano ignorati e scavalcati. Le strade da percorrere sono alternative; bisogna scegliere e cittadini e rappresentanti dei cittadini devono saper chiedere agli operatori quale sia la qualità richiesta dalla comunità prima che quale sia la qualità richiesta dal mercato; il progetto di Veneto City può essere utile a far chiarezza: proseguire ciecamente nella devastazione del territorio facendosi inebriare dalla “rifinitura” green, oppure finalmente ricercare quella visibilità mondiale non costruendo nella campagna un “landmark da archistar” ma facendo scelte nuove, di reti avanzate, coerenti, veramente green, evitando di costruire a discapito della natura. Continuare a ripetere gli errori degli ultimi decenni appare anacronistico e sciaguratamente improvvido.

Sergio Pascolo – Architetto, docente Iuav

 

  1. 2 Comments

    • Duccio says:

      Grazie Sergio Pascolo,
      concordo pienamente con te, bellisssima analisi.
      Dobbiamo attivarci tutti, quanti più possibile ed in tutte le forme, PER FERMARE VENETOCITY, questo MOSTRO inutile e dannosissimo che vorrebbero fare, sulla nostra pelle, sul nostro territorio, devastando il nostro ambiente, stravolgendo le nostre vite cittadine, le economie e socialità dei nostri centri cittadini.
      Nel peggior modo di fare (Venetocity) e tramite idee e modi di fare non solo antiquati, ignoranti e meramente speculativi, e devastanti sia per i luoghi modificati e deturpati inutilmente, che per gli effetti negativi su tutto ciò che li circonda.

    • Massimo says:

      Ottima riflessione.
      Aggiungo uno spunto. Abbiamo assistito in questi giorni al ritiro di un altro mega progetto: il Palais Lumiere di Cardin. Ciò lascia le aree di Porto Marghera prive di quella opportunità di recupero e riuso di un’area degradata e bisognosa di interventi di bonifica, nonché di un rilancio sociale ed economico.
      Perché quindi non cogliere l’occasione e chiedere con maggiore forza che questo progetto, apprezzabile per la qualità dei contenuti, ma totalmente avulso dal contesto, possa essere realizzato in luogo della mega struttura del Palais?
      Lo vedrei pure meglio del progetto di Cardin, che seppure interessante, sotto certi aspetti, era evidentemente eccessivamente impattante bel il paesaggio veneziano.

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