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Lunedì 8 luglio i “caschi gialli” erano in piazza a Milano, per protestare contro le “vessazioni” che bloccherebbero lo svilupppo. Si tratta, a ben vedere, di leggi e regolamenti, e sono frutto di una eccessiva ripartizione delle competenze in materia urbanistica e pianificatoria. La stessa utilizzata, negli anni, dallo stesso comparto per crescere a tassi esagerati

Le hanno chiamate “vessazioni”, e le hanno contate: sono (almeno) 100. Ed è per protestare contro il proliferare di troppe leggi e contro i costi della burocrazia che lunedì i “caschi gialli” -una sessantina di sigle del comparto costruzioni, non solo gli operai dell’industria edile- sono scesi in piazza per la seconda “giornata della collera”, scegliendo la location di Piazza Affari, a Milano, per lanciare il proprio grido di dolore, e al contempo un monito al governo: ci vuole un po’ di deregulation, serve “semplificazione” per ripartire (sottinteso: se ripartiamo noi, riparte il Paese).

Al di là dei numeri in picchiata dell’intero comparto -dove sarebbero andati persi 446mila posti di lavoro, mentre il numero dei permessi a costruire  nuove abitazioni negli ultimi sette anni è crollato del 70%-, colpisce la determinazione con cui s’individua “il problema” nel protagonismo del legislatore, a livello nazionale e locale.

C’è chi come Carlo De Albertis, presidente dei costruttori delle province di Milano, Lodi e Monza, lamenta (lo riporta Il Sole 24 ore) le 80 leggi e regolamenti regionali in materia urbanistica approvati in Lombardia in cinque anni, che avrebbero causato ritardi eccessivi nell’apertura dei cantieri, e creato “grande confusione sotto il cielo”.
Se dalla Lombardia allarghiamo lo sguardo al Paese, e alle scelte del governo nazionale, troviamo sì un sacco di interventi che riguardano il settore, ma sono tutte norme che -a nostro avviso- vanno “a sostegno” del settore edilizia-infrastrutture. Qui non c’è spazio di descriverle, ma solo di elencarle: si va dal project bond, obbligazioni di progetto per favorire chi realizza grandi e medie infrastrutture, alla previsione di “sconti fiscali”, dai finanziamenti a fondo perduto previsti del “Decreto del fare” alla “liberazione dei capitali” del Fondo iniziative per l’abitare di Cassa depositi e prestiti, dal “Piano città” per finire con il (legittimo) decreto per sbloccare i crediti delle pubbliche amministrazioni.

Appare chiaro, però, che l’intero comparto dovrebbe fare autocritica: perché la “straordinaria” capacità di crescita del comparto costruzioni si è insinuata, nel corso degli anni, grazie ad un altrettanto “straordinaria” ed eccessiva ripartizione delle competenze in materia urbanistica ed edilizia tra Stato ed enti locali, che è la causa dell’eccesso di regole. Regole che paiono però fatte apposta per non pianificare, per creare confusione e rendere  impossibile “definire” una programmazione nello sviluppo e nella gestione del territorio.

Oggi, appare evidente -a tutti, compresi i protagonisti del settore- come questo “eccesso normativo”, senz’altro favorito da una azione di lobby a più livelli (da quello municipale agli esecutivi di turno) si traduca (anche) in un limite per il settore. Per anni, però, questa è stata “la ragione del nostro successo”.
Come ciò sia avvenuto lo spiega in modo inappuntabile il professor Salvatore Settis, in un saggio contento nel libro “Costituzione incompiuta”, curato da Tomaso Montanari per Einaudi: tutto questo è frutto della scelta, che si è rivelata infausta, di suddividere le competenze su ambiente, territorio e paesaggio/beni culturali tra Comuni, Regioni e Stato nazionale. Ecco che cosa ha “definito” il contesto che oggi ci troviamo a vivere.

L’urbanista Vezio De Lucia, nel libro “Nella città dolente” (Castelvecchi), spiega l’evoluzione nell’Italia del boom economico, dedicando il suo libro alla fragorosa bocciatura della “legge Sullo”: Fiorentino Sullo era un ministro democristiano, che nel 1963 aveva cercato di frenare il sacco delle città italiane con una riforma urbanistica che avrebbe salvaguardato l’interesse pubblico su quello privato. Lo aveva fatto valutando nel decennio 1951-1961 “la popolazione dei capoluoghi si [era] accresciuta di circa tre milioni di abitanti, passando dai 13 milioni e 378.000 del 1951 ai 16 milioni e 73.000 del 1961”. Fiorentino Sullo venne allontanato dal governo, sconfessato dai suoi compagni di partito. Ed il risultato è, e continua ad essere, sotto gli occhi di tutti.

Invece della “collera”, prevalga il “buon senso”. Quello mostrato, ad esempio, dalla Fillea: negli ultimi giorni il sindacato degli edili della Cgil ha firmato un documento congiunto con il Forum italiano dei movimenti per la terra e il paesaggio, che spiega:

“A partire da ‘adesso’ riteniamo che gli Enti Locali, in coerenza con l’obiettivo di ridurre il consumo di suolo, debbano rivalutare le scelte operate che comportano l’utilizzo del suolo non impermeabilizzato.
Convinti di essere all’interno dei solchi degli articoli 9, 41, 44 e 137 della Costituzione, ci sembra che le proposte di cui sopra possano essere assunte ‘velocemente e adesso’ da tutti gli Enti Locali che hanno formale competenza sul ‘GOVERNO DEL TERRITORIO E DELLE AREE URBANE’.
Il pubblico può decidere sul pubblico, e può decidere se una superficie deve essere impermeabilizzata e no. Sulla terra e sul suolo, a differenza dell’acqua e dell’aria, da secoli gli esseri umani vantano diritti di proprietà e di uso. Ma su di essi è la Costituzione, nei modi previsti, che esercita un diritto pubblico primario”.

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