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Gazzettino – Mose, l’ombra delle tangenti

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 1 Comment

14

lug

2013

L’ACCUSA – Al setaccio computer e documenti sequestrati. Il sospetto degli inquirenti che indagano sul Consorzio Venezia Nuova è che i fondi neri servissero per le tangenti.

LA DIFESA – Gli avvocati dell’ingegnere Giovanni Mazzacurati: «Ha sempre garantito l’equilibrio tra i vari soggetti. Come un padre, non un padrone».

L’INDAGINE – La difesa di Mazzacurati: «Agiva da padre, non da padrone. Tutelava le piccole imprese»

Gli inquirenti sospettano che i fondi neri servissero a pagare politici e funzionari pubblici

“VENEZIA NUOVA” nella bufera

Mose, l’ombra delle tangenti

L’INCHIESTA – L’obiettivo è scoprire dove va a finire il “denaro fantasma”

Sequestrati server, chiavette Usb, documenti cartacei. Si indaga sul “modello Venezia” degli appalti di opere pubbliche e dei fondi neri realizzati attraverso l’evasione fiscale

MESTRE – Dalla Mantovani al Consorzio Venezia Nuova sullo sfondo del Mose. L’hanno definita una manovra a tenaglia, sdoganando un’espressione di strategia militare. Attaccare su più fronti per essere sicuri di arrivare all’unico obiettivo. Quello delle tangenti? Gli investigatori fino a questo punto non si sbilanciano. Ma fanno capire che se si creano fondi neri attraverso l’evasione fiscale generata con fatture false e società cartiere, o con ribassi irrisori nei bandi in cui si è già sicuri di vincere in maniera da ottenere comunque una cresta rispetto al costo reale sostenuto, di sicuro non servono per fare beneficenza. Più plausibile pensare che il “denaro fantasma” sia impiegato per oliare meccanismi e far schierare dalla tua parte il politico di turno più funzionale ai tuoi affari.
«Non scapperà nessun segreto». È il monito pronunciato a mezza voce dai finanzieri che ieri sono stati impegnati anche per trentasei ore continuate nelle 140 perquisizioni eseguite in mezza Italia. Un esercito di cinquecento uomini che ha rastrellato una mole incredibile di materiale: computer, server, chiavette Usb, documenti cartacei che saranno oggetto di analisi forense. Un’attività che si stima possa durare mesi e mesi e grazie alla quale forse si potrà arrivare a dipanare le pastoie fra impresa e politica anche nei profili e nelle responsabilità: penali e morali. Fra i cento indagati manager, commercialisti, imprenditori, tecnici, amministratori pubblici che hanno avuto a vario titolo contatti, giudicati interessanti e quindi meritevoli di approfondimento, in primis con Giovanni Mazzacurati, ma anche con i suoi più fidati collaboratori sia dentro che fuori Cvn.
«Meno male che il Mose lo costruiamo sott’acqua» ebbe a dire Piergiorgio Baita quando ancora era il patron della Mantovani spa, società leader in Italia nel campo delle costruzioni. E l’inchiesta della Procura lagunare, coordinata dalla pm Paola Tonini, ancora una volta mette sotto accusa il “modello Venezia”, non quello virtuoso di una città capitale della cultura, bensì quello illegale e sfrontato nell’assegnazione dei lavori per le grandi opere pubbliche, talmente collaudato da espandere il contagio, si ha l’impressione, in tutta la regione. Già, gli appalti. È questo il filo conduttore delle ultime indagini incardinate dai magistrati veneziani con braccio operativo la Guardia di Finanza. A venire scoperchiato è un sistema che pare replicarsi. Basta ricordare che la stessa squadra investigativa, composta dai militari colonnello Renzo Nisi e dal pm Stefano Ancilotto, ha arrestato nel gennaio 2012 Lino Brentan, padre-padrone della Società autostrade Padova-Venezia quando ne era amministratore delegato, ed esponente di spicco della Sinistra veneziana, condannato in primo grado a 4 anni di reclusione per corruzione. E anche in quell’inchiesta battezzata “Aria nuova” il perno era costituito da bandi in un certo qual modo pilotati o spezzettati in modo da poter procedere con il cosiddetto cottimo fiduciario anche in assenza di presupposti. A essere privilegiate le aziende amiche che “ringraziavano” con delle mazzette consegnate brevi manu. Una cricca che l’anno precedente era stata individuata anche in Provincia, manovrata da due dirigenti e che di fatto si tradusse come tappa di avvicinamento al vero bersaglio, ovvero Brentan. Un ciclone in laguna che nel marzo scorso si trasformò in un vero e proprio tsunami con l’inchiesta “Chalet” e l’arresto di Baita, del console onorario di San Marino William Colombelli e di Claudia Minutillo, ex segretaria personale di Giancarlo Galan e responsabile di aziende collegate al colosso padovano delle costruzioni. Ancora appalti, ancora fondi neri. Si parlò di dieci milioni di euro. Ma la bufera non aveva ancora toccato il suo massimo. Lo ha fatto adesso con la detronizzazione di Mazzacurati e l’emersione di almeno sei milioni di euro non dichiarati? I ben informati si aspettano il vero colpo di coda, per restare nella metafora atmosferica, della perturbazione.

Monica Andolfatto

Computer al setaccio per trovare tangenti

LE PERQUISIZIONI – I finanzieri in “visita” negli studi dei vip

MESTRE – Studi di commercialisti, consulenti, imprenditori. Le perquisizioni delegate dalla pm Paola Tonini ai finanzieri hanno toccato anche personaggi eccellenti. Da Giancarlo Ruscitti, ex segretario generale della sanità del Veneto e di Mauro Fabris, vicentino, politico cresciuto prima nella Dc poi nell’Udeur per passare al Pdl, subentrato da due settimane al vertice del Consorzio Venezia Nuova dopo le dimissioni di Mazzacurati. Ma c’è anche Roberto Meneguzzo, vicentino, presidente della Palladio Finanziaria spa con sede sia nel capoluogo berico che a Milano. I militari del colonnello Renzo Nisi hanno “visitato” sia la sua abitazione in Contrà Zanella che gli uffici della società. A Padova il campanello l’hanno suonato al civico 32 di via Trieste dove si trova lo studio commercialisti Giordano Francesco, ma anche la Ing. Mazzacurati sas e la Cogenfi srl la quale ha una filiale anche a Roma in Piazza Mincio. E nella capitale l’attenzione si è concentrata al civico 52 di Piazza Rondanini che ospita la E-Solving srl, la Ibc srl in liquidazione, e la Rian srl. Ma anche in via Antonio Silvani dove si trova la LN Consulting. Per quanto riguarda Francesco Giordano, romano classe 1944, con casa a Padova ma anche a Venezia Cannaregio, il pm ha sottolineato che nel maggio del 2011 ha ricevuto confidenze in merito alla turbativa d’asta contestata nell’ordinanza di custodia cautelare e che quindi poteva essere in possesso di documentazione in qualche modo inerente. (m.and.)

 

Un commercialista friuliano dietro la “cartiera” creata in Carinzia

Un commercialista friulano noto alle cronache, fra i cento indagati nell’ambito dell’inchiesta condotta dalla Guardia di Finanza e coordinata dalla Procura di Venezia sugli appalti pilotati per i lavori del porto e per i fondi neri emersi sullo sfondo del Mose. Il nome di Alessandro Pasut è strettamente collegato alla Istra Impex HgmbH di Villach cui gli investigatori sono arrivati attraverso una “banale” verifica fiscale nella Cooperativa San Martino di Chioggia che di fatto ha aperto la strada all’arresto anche di Giovanni Mazzacurati, presidente dimissionario dal 28 giugno scorso del Consorzio Venezia Nuova, concessionario unico per la costruzione del sistema di dighe mobili che dovrebbe rendere immune la città dalle bizze della marea.
Secondo i militari delle Fiamme gialle la ditta creata in Carinzia altro scopo non aveva che emettere le fatture false con cui la Coop impegnata nei lavori per la realizzazione della bocca di porto di Chioggia gonfiava il prezzo di sassi e palancole acquistate in Croazia. Una classica società cartiera, di fatto inattiva e consistente in un ufficio, con sede effettiva presso la stessa Coop San Martino. Esperto in fiscalità internazionale, come si legge nel suo sito, con studio a Udine e condannato a tre anni di reclusione dal tribunale di Klagenfurt per infedeltà patrimoniale, Pasut avrebbe avuto il compito anche di “trasportare” il denaro in Italia dopo averlo prelevato dal conto corrente di un istituto bancario austriaco. Analoghi viaggi, che richiamano alla mente i vecchi “spalloni”, sarebbero stati effettuati anche da due amministratori della Coop San Martino, Mario e Stefano Boscolo Bacheto, entrambi ai domiciliari.
A concorrere all’evasione fiscale, registrata nella contabilità parallela della Coop, anche una terza impresa ovvero la mestrina Corina di Luciano Mognato.
(m.and.)

 

OBBLIGO DI DIMORA – Valentina Boscolo Zemello si è sposata ed è ancora all’estero in viaggio di nozze

DIMISSIONI – L’ingegner Giovanni Mazzacurati aveva lasciato la presidenza del Consorzio lo scorso 28 giugno

LA DIFESA «Agiva da padre non da padrone»

Gli avvocati di Mazzacurati: «Non è vero che favoriva le grandi imprese, ha sempre garantito l’equilibrio»

Stanno attentamente leggendo tutte le carte dell’inchiesta, analizzando nel dettaglio ogni tipo di contestazione. E ribattono punto su punto all’impianto accusatorio. Anche ieri è stata una giornata frenetica per gli avvocati difensori degli indagati dell’inchiesta sul Consorzio Venezia Nuova. I legali hanno spiegato che gli interrogatori di garanzia dovrebbero iniziare la prossima settimana, ma ancora manca una data ufficiale. Giovan Battista Muscari Tomaioli, che insieme al collega Alfredo Biagini difende Giovanni Mazzacurati, il principale indagato dell’inchiesta in qualità di ex presidente del Consorzio, ieri è andato a dare un’occhiata alla corposa documentazione prodotta dalla Guardia di finanza. Va ricordato che già venerdì pomeriggio Biagini e Muscari Tomaioli avevano detto chiaramente che l’appalto finito nel mirino della Procura non era collegato al Mose, ma che riguarda solo un dragaggio al porto. Mazzacurati attualmente è agli arresti domiciliari.
«Non corrisponde al vero il fatto che Mazzacurati favoriva le grandi imprese – spiega Muscari Tomaioli – perchè, al contrario, si è sempre dato da fare per far lavorare anche le piccole realtà del territorio. L’ingegnere ha sempre garantito l’equilibrio tra i vari soggetti. Certo, aveva un ruolo importante, un padre sicuramente non certo un padrone. Stiamo anche analizzando la contestazione dei ribassi perchè, secondo noi, non ci sono elementi che portino alla luce irregolarità. Ma su questo fronte è ancora presto per dare un giudizio definitivo, stiamo ancora studiando».
Anche l’avvocato Marco Vassallo, che difende Juri Barbugian, legale rappresentante della Natulis che ha l’obbligo di dimora, si dice sorpreso delle accuse. «Il mio assistito – spiega l’avvocato Vassallo – ha partecipato ad un raggruppamento temporaneo di imprese con una quota di appena il 2 per cento. Di tutto quello che sta emergendo in queste ore non ne sapeva proprio nulla, ad esempio non sapeva di eventuali accordi sugli appalti. Insomma, è estraneo a questa storia».
C’è poi un caso davvero singolare ed è quello che riguarda Valentina Boscolo Zemello, legale rappresentante della Zeta srl. Anche l’imprenditrice fa parte del gruppo di indagati ai quali è stato imposto l’obbligo di dimora, ma attualmente si trova all’estero dove sta completando il suo viaggio di nozze. A rendere noto il particolare è il suo difensore, l’avvocato Francesco Zarbo, del foro di Rovigo.
«Si è sposata pochi giorni fa con un professionista ed ora è ancora all’estero – dice Zarbo – la Finanza ci aveva detto che c’era un provvedimento che la riguardava, ma non pensavamo certo all’obbligo di dimora. Comunque tra qualche giorno tornerà. Valentina ha una barca molto grande con la quale da anni lavora per il Consorzio. In questa vicenda dell’appalto le hanno chiesto di partecipare all’Ati e lei ha detto di sì. È del tutto estranea ai fatti, basti pensare che nel testo dell’ordinanza non viene nemmeno citata».

 

LA VISITA – Ho da poco visto i cantieri.  Un lavoro straordinario frutto del “genio italico”

DUE RUOLI – Abbiamo sdoppiato gli incarichi, non va bene avere plenipotenziari

Il presidente Fabris: «Il Consorzio Venezia Nuova non deve difendere la concessione unica

Invito amministrazioni locali e Stato a fare una società pubblica, il nostro ente può collaborare»

Due inchieste, una comune linea di indagine

Dalla Mantovani al Consorzio, gli inquirenti concentrati sui filoni della concorrenza e del mercato

Concorrenza e mercato sono le due direttrici sulle quali si è sviluppata l’azione della Procura di Venezia in questi mesi. Nelle due clamorose inchieste, la prima sul gruppo Mantovani e quest’ultima sul Consorzio Venezia Nuova e su altre aziende del territorio, non è difficile scorgere una linea comune ed omogenea. Con alcuni argomenti che, secondo quanto sostiene l’accusa, ritornano con una certa puntualità.
Anche se le due inchieste appartengono a due diversi magistrati (il pm Stefano Ancilotto per il caso Mantovani, il pm Paola Tonini per il Consorzio Venezia Nuova) in entrambi i casi l’azione della magistratura si è sviluppata per cercare di creare una sorta di equilibrio e parità tra i vari soggetti in campo. Per quanto riguarda l’inchiesta sulla Mantovani dello scorso febbraio, come si ricorderà, era finito sotto accusa soprattutto il sistema del project financing con il quale, secondo quanto ipotizzato da Procura e Guardia di finanza, alla fine in determinati appalti il lavoro veniva aggiudicato sempre alle stesse realtà, spesso di dimensioni molto grandi come nel caso della Mantovani. Con un evidente vantaggio per certi gruppi in un contesto di mercato bloccato. Posizioni per certi versi molto simili starebbero emergendo anche dagli accertamenti compiuti in questa seconda inchiesta estiva sulla turbativa d’asta, sempre affidata alla Tributaria di Venezia.
Venerdì mattina, alla presenza del generale Marcello Ravaioli e del colonnello Renzo Nisi, in più occasioni i finanzieri hanno specificato che il sistema portato alla luce non solo garantiva il lavoro ad un determinato gruppo di aziende, tanto che nel caso finito nel mirino della Procura si ipotizza un preaccordo prima della scadenza del bando, ma si sostiene anche che queste “abitudini” avrebbero danneggiato lo Stato visto che certi ribassi sospetti avrebbero fatto spendere alla collettività più del dovuto per un determinato intervento. «Da quanto abbiamo potuto notare tutti i soggetti coinvolti – hanno ribadito i finanzieri – condividevano analoghe visioni del mercato».

Gianpaolo Bonzio

 

L’INTERVISTA – Fabris: «Finito il Mose il Consorzio pronto a farsi da parte»

L’INTERVISTA – Le paratie per difendere la città dall’acqua alta pronte entro il 2016

PERQUISITO «I finanzieri sono stati a casa mia per un’ora. Non hanno preso niente»

“VENEZIA NUOVA” nella bufera.  «Noi finiremo con il Mose. Il Comune gestirà le dighe»

C’è sempre una prima volta. E per chi fa politica, prima o poi accade. Già. É capitato anche a lui. Mauro Fabris, 55 anni, già senatore vicentino Udeur traghettato nel 2008 nelle file del Pdl, da solo due settimane alla guida del Consorzio Venezia Nuova, la “task force” del sistema Mose, ha dovuto far buon viso a cattivo gioco. L’altro giorno, di mattina presto, un maresciallo della Finanza ha bussato alla porta della sua abitazione. «Non mi era mai successo prima – confessa – Non è stato piacevole, anche perchè ad aprire la porta non sono stato io…». Presidente Fabris, in gergo tecnico si dice “battezzato”…        «Si è svolto tutto in modo formale e correttamente. Nulla da dire. Gli investigatori cercavano materiale in relazione al Consorzio. Non hanno trovato nulla. Ho solo fatto presente che, in un lontano passato, avevo lavorato per l’ente. Tutto qui. Sono stati in casa mia per un’oretta, ma non hanno portato via nulla».
Momento non proprio facile per il Consorzio Venezia Nuova.
«Sono arrivato da quindici giorni e non è certo facile conoscere un ente così complesso. In tempi non sospetti avevo già convocato un Consiglio direttivo e in quella sede avevo chiesto a tutti i dirigenti di presentarsi con un “report” sullo stato dell’arte: fondi, operatività dei cantieri; copertura finanziaria e assicurativa; relazioni esterne e sponsorizzazioni; nuova sede all’Arsenale».
Sembra quasi un ministero…
«Di certo è fondamentale conoscere lo “stato di salute” dell’ente. E in questo senso va intesa anche la decisione di riorganizzare lo “stato maggiore”, sdoppiando gli incarichi tra presidente e direttore. Fino all’altro giorno, Giovanni Mazzacurati gestiva entrambe le cariche».
Segno di trasparenza?
«Sta nei fatti. Non vanno bene i plenipotenziari».
Da più parti, soprattutto dal mondo politico e amministrativo, emergono critiche sul criterio del “concessionario unico” sui grandi lavori pubblici. Soprattutto perchè non sempre il controllo dello Stato è efficace.
«É un ragionamento che ci può anche stare. Ora il mio obiettivo è che si completi l’opera. Siamo giunti al 95 per cento della copertura finanziaria dell’opera; al 75 per quel che riguarda la costruzione delle dighe mobili. Il sistema deve poter essere attivato al più presto. Noi non abbiamo nè l’esigenza nè il dovere di difendere l’istituto della “concessione unica”».
Sarebbe a dire?
«Al di là delle vicende di questi giorni, credo si debba operare perchè giunga a compimento il sistema Mose come previsto entro il 2016. Può esserci anche una fase transitoria, mettiamo di due anni, per tarare, controllare e monitorare un’opera straordinaria come questa, ma poi la “gestione” non deve essere del Consorzio. Devono entrare in campo gli enti locali e lo Stato. Tocca a loro individuare il soggetto giusto».
Musica per le orecchie del sindaco Giorgio Orsoni.
«Dico che il Consorzio può ritenere conclusa la propria esperienza e già da adesso invito il Comune e lo Stato ad operare per indicare il soggetto giusto per la gestione del Mose. In un colloquio, pochi giorni fa, lo dissi tranquillamente al sindaco».
Quindi, lei è pronto a dare chiavi in mano il “gioiellino” a chi potrà farsene carico…
«Si costituisca una società pubblica che sovraintenda al funzionamento del Mose. Noi come Consorzio ne terremo conto e saremo fin d’ora pronti alla collaborazione».
Pare una “rivoluzione copernicana” rispetto al passato.
«Noi abbiamo solo un unico obiettivo: concludere il Mose. Credo altresì che si possa avviare un dialogo e un dibattito sereno su più questioni aperte: concessionario unico; gestione futura del Mose; compenetrazione con la Legge speciale».
Presidente, ha già fatto un “giretto” ai cantieri alle bocche di porto di Venezia?
«Sì, ed è stato straordinario, a piena dimostrazione del “genio italico”. É impressionante quello che è stato fatto».

Paolo Navarro Dina

 

 

PISTA TANGENTI – Prende forza la pista delle tangenti. Gli inquirenti sono convinti che creare fondi neri attraverso l’evasione fiscale serva per mascherare il “denaro fantasma” impiegato per oliare i meccanismi e corrompere il politico di turno. Ipotesi supportata dall’ingente mole di materiale raccolto durante 140 perquisizioni.

TELEFONO CALDO  «Siamo matti, qui va a finire come nel ’92 quando tutti dicevano: “Oh tanto qui chi se ne frega facciamo…disfiamo”». Un’intercettazione di un arrestato che teme possa ripetersi Tangentopoli.

TERREMOTO SUL MOSE – Riscontri dalle perquisizioni. Gli investigatori sulle tracce dei soldi generati dai fondi neri

«Qui va a finire come nel ’92»

In una intercettazione uno degli arrestati mostra di temere la replica degli arresti per tangenti di venti anni fa

TERREMOTO SUL MOSE

I NOMI – Ecco chi è finito nel mirino della Gdf

MAXI INCHIESTA – Sono stati 500 gli agenti della Guardia di Finanza impegnati

Uno degli arrestati intercettato al telefono: «Stiamo attenti: qui finisce come nel 1992»

SASSI DALLA CROAZIA – La posa delle pietre in laguna per la realizzazione del Mose: è stato dall’acquisto di sassi dalla Croazia che è partita l’inchiesta della Guardia di Finanz

OPERAZIONE PROFETA – La prossima settimana gli interrogatori di garanzia

Si terranno la prossima settimana gli interrogatori di garanzia per gli indagati nell’ambito dell’inchiesta “Profeta” sulla presunta turbativa d’asta. Agli arresti domiciliari, oltre a Giovanni Mazzacurati, sono finiti anche Pio Savioli, consigliere del Consorzio Venezia Nuova; Federico Sutto, dipendente del Consorzio Venezia Nuova; Roberto Boscolo Anzoletti, rappresentante legale della Lavori Marittimi e Dragaggi Spa; Mario Boscolo Bacheto, amministratore di fatto della Cooperativa San Martino; Stefano Boscolo Bacheto, amministratore di fatto della Cooperativa San Martino e Gianfranco Boscolo Contadin (detto Flavio), direttore tecnico della Nuova Co.ed.mar.
L’obbligo di dimora è invece scattato per Valentina Boscolo Zemello, rappresentante legale della Zeta Srl; Antonio Scuttari, rappresentante legale della Clodiense Opere Marittime; Carlo Tiozzo Brasiola, rappresentante legale della Somit Srl; Luciano Boscolo Cucco, rappresentante legale de La Dragaggi Srl; Dimitri Tiozzo, rappresentante legale della Tiozzo Gianfranco Srl; Juri Barbugian, rappresentante legale della Nautilus Srl; Erminio Boscolo Menela, rappresentante legale della Boscolo Sergio Menela e figli Srl. Un centinaio gli indagati, tra i quali spicca l’ex capo della Mantovani Piergiorgio Baita. I finanzieri hanno effettuato perquisizioni al Magistrato alla acque, a Thetis, mentre un’altra perquisizione è stata effettuata anche nell’abitazione di Giancarlo Ruscitti, ex segretario generale della sanità veneta e ora direttore del San Camillo del Lido. Perquisita anche la Corina di via Torino.

 

La pista di un’altra Tangentopoli

«Siamo matti cioè qui va a finire…mmm… mi faceva un esempio (ndr Giordano), Pio ricordati il ’92 quando tutti dicevano “oh tanto qui chi se ne frega facciamo… disfiamo eccetera”». A parlare con il presidente di Coveco Franco Morbiolo, non sapendo di essere intercettato dalla Finanza, è Pio Savioli, consigliere di Cvn e collaboratore del Coveco, da venerdì ristretto ai domiciliari nella sua casa di Villorba. Adombra lo spettro di Tangentopoli che gli è stato suggerito forse perché rispetto all’appalto dell’Autorità portuale che secondo l’accusa sarebbe pilotato da Mazzacurati, la condotta sarebbe in un certo qual modo troppo spregiudicata. Nel senso che prima si decide chi deve vincere, e cioè l’Ati composta da otto piccole imprese con capofila la Lmd di Chioggia, poi si vuole far ritirare lo stesso Coveco che non avrebbe rispettato il “patto di astensione” imposto alle grandi aziende (compresa la Mantovani di Baita) dallo stesso “capo supremo”, ovvero sempre Mazzacurati allora presidente di Cvn. In questo senso “facciamo e disfiamo”. Sì perché nella gara da 12 milioni di euro in tre stralci per la quale la Procura ha contestato il reato di turbativa d’asta non solo si era già stabilito a tavolino l’assegnatario, ma anche chi doveva partecipare a mo di “civetta” e che quote di lavori andavano in premio a chi faceva parte del cartello con tanto di “ricompense” calcolate e accettate.
Nel caso specifico un totale di 710mila euro alla Mantovani per opere di refluimento in barena, di 140mial euro alla Cooperativa San Martino di Chioggia e di 235mnial euro alla Nuova Dragomar sr controllata Nuova Coedmar amministrata da Gianfranco Boscolo Contadin detto Flavio dsmpre di Chioggia.
«Farò immediato ricorso al Tribunale della Libertà: dopo tutte le indagini, intercettazioni e perquisizioni non mi pare ci siano più i presupposti per una misura restrittiva di questo genere». L’avvocato Paolo De Girolami fa il punto della situazione: è il difensore di Savioli. Secondo gli inquirenti, Savioli avrebbe avuto un ruolo importante nella gestione di alcuni appalti. «C’è molto da approfondire e da verificare – precisa De Girolami – in genere delle intercettazioni fatte viene trascritto quello che serve per supportare l’impianto accusatorio, ma per capire bene bisogna leggere anche il resto. E poi, chiariamo, non stiamo parlando di appalti relativi al Mose. Al mio cliente poi viene contestata la turbativa d’asta per unico lavoro in un appalto di tre stralci. Inoltre per quel che riguarda eventuali irregolarità nella stipula di fatture, risulta del tutto estraneo».

 

IL CASO – Obbligo di dimora, ma lei era in viaggio di nozze

C’è un caso singolare nell’inchiesta ed è quello che riguarda Valentina Boscolo Zemello, legale rappresentante della Zeta srl.
L’imprenditrice (nella fotografia) fa parte del gruppo di indagati ai quali è stato imposto l’obbligo di dimora, ma attualmente si trova all’estero dove sta completando il suo viaggio di nozze.
A rendere noto il particolare è il suo difensore, l’avvocato Francesco Zarbo, del foro di Rovigo.
«Si è sposata pochi giorni fa con un professionista ed ora è ancora all’estero – dice Zarbo – la Finanza ci aveva detto che c’era un provvedimento che la riguardava, ma non pensavamo certo all’obbligo di dimora. Comunque tra qualche giorno tornerà. Valentina ha una barca molto grande con la quale da anni lavora per il Consorzio. In questa vicenda dell’appalto le hanno chiesto di partecipare all’Ati è lei ha detto di sì. È del tutto estranea ai fatti, basti pensare che nel testo dell’ordinanza non viene nemmeno citata».
G.P.B.

Ennio Fortuna: «Ma il concessionario unico è previsto dalla legge»

L’ANALISI – Per l’ex magistrato c’era una sproporzione tra il controllato e il controllore delle opere

«Consorzio troppo forte sul Magistrato alle Acque»

È il tema del giorno. Sono in molti in queste ore, alla luce dell’inchiesta della Procura lagunare sul Consorzio Venezia Nuova, a prendere in esame le finalità e il ruolo effettivo svolto dal concessionario unico.
Tra questi c’è Ennio Fortuna, ex magistrato, che conosce bene la normativa di riferimento e il quadro generale.
«La creazione del concessionario unico è prevista appositamente dalla legge di riferimento per cui non ci sono anomalie a riguardo – spiega Fortuna – forse a questo punto si potrebbe anche rivedere il sistema complessivo, ma la normativa in questo caso è molto chiara». Proprio ieri il sindaco Giorgio Orsoni aveva sottolineato che il sistema è molto delicato e che è necessario un forte controllo del soggetto pubblico. Per questo motivo Giorgio Orsoni aveva sostenuto che il sistema andrebbe rivisto.
«La normativa parla di un concessionario – aggiunge Fortuna – ma al momento non si può certo sostenere che se ci fossero stati, ad esempio, tre concessionari le cose sarebbero andate meglio. Forse ci sarebbero stati altri problemi». L’altro tema delicato è quello che riguarda i controlli da parte di un ente, come il Magistrato alle Acque, che è chiamato a verificare il lavoro.
«Obiettivamente c’è una sproporzione tra le due strutture – dice Fortuna – nel senso che nel Consorzio confluiscono una cinquantina di aziende che hanno diversi ingegneri che seguono i vari progetti, mentre il Magistrato alle Acque ha una struttura molto più ridotta. È del tutto evidente che, in questo contesto, il Consorzio ha sicuramente preso il sopravvento sul Magistrato alle Acque. Guardando le due strutture posso tranquillamente affermare che la cosa non mi meraviglia di certo. Anche nel caso dei lavori per la diga del Vajont ricordo che c’era una grande sproporzione tra i numerosi tecnici della Sade, che doveva realizzare l’opera, e chi per conto dello Stato doveva effettuare controlli e verifiche».

Gianpaolo Bonzio

 

I COMMENTI – Viafora e Baratello: «Illegalità e spreco»

(vmc) «Le indagini in corso – dalla vicenda della Mantovani a quella del Consorzio Venezia Nuova – stanno facendo emergere nel Veneto un sistema di illegalità diffusa che vede coinvolte tante imprese in un rapporto di complicità e copertura reciproca per accaparrarsi fette significative di opere e denaro pubblici. È indispensabile andare fino in fondo, per capire se siamo di fronte a un vero e proprio sistema che si è potuto costruire grazie a potenti complicità politico-istituzionali. Favorito dal proliferare dello svolgimento delle opere in regime di »specialità”, al di sopra delle regole ordinarie e del controllo pubblico”.
Durissimo il commento di Emilio Viafora, segretario regionale della Cgil, sulla bufera che ha coinvolto il concessionario unico per la realizzazione del Mose e alcune imprese del Veneziano. Nell’esprimere piena fiducia nell’operato della Magistratura, il rappresentante sindacale estende le proprie richieste a «un forte coordinamento fra tutti gli organi preposti al controllo e al rispetto delle leggi». E a una riflessione «su tutto l’insieme delle concessioni, che riguarda anche importanti reti infrastrutturali e le costruzioni nella sanità».
Altrettanto critico Maurizio Baratello, consigliere comunale del Partito democratico. Che, richiamata la propria «contrarietà da sempre al Mose e al sistema del concessionario unico», sottolinea come quest’ultimo sia in contrasto con la normativa comunitaria per il doppio ruolo assegnato al Consorzio Venezia Nuova di progettista e realizzatore della grande opera. «Per non parlare dello sperpero di denaro pubblico, perché il costo del Mose è passato da 1,9 a 6 miliardi di euro. E del blocco delle opere diffuse, con gravi ricadute sulla manutenzione cittadina».

CITTÀ SOTTO CHOC – Bufera su personaggi conosciuti e considerati vicini ai politici locali

TESSERIN  «Nessun coinvolgimento. Appalti decisi lontano da Comune e Regione»

«Fare presto, a rischio il lavoro»

Chioggia teme per il futuro delle imprese coinvolte. Il sindaco: «L’inchiesta sia rapida»

Un terremoto che sta facendo tremare tutti. L’inchiesta della Guardia di Finanza ha messo a nudo un settore che dà lavoro a centinaia di chioggiotti, e la preoccupazione in città è forte. Una preoccupazione sintetizzata dal sindaco Giuseppe Casson: «Mi auguro che venga fatta chiarezza al più presto per il bene anche della città. È giusto che la Magistratura faccia il suo corso. Siamo alla fase preliminare delle indagini, le persone coinvolte avranno quindi tutti il tempo e gli spazi necessari per chiarire la loro posizione». I titolari e i rappresentanti legali delle imprese chioggiotte coinvolte nell’inchiesta sono molto conosciuti in città, spesso ritratti vicino ad esponenti di spicco della politica locale. Possono aver avuto il potere anche di “pilotare” le scelte politiche di questi ultimi anni e di permettere la candidatura o la vittoria di uno o l’altro contendente? «È normale che ci siano stati degli incontri tra i politici e queste aziende – risponde il sindaco Casson -. Si tratta di imprese che danno lavoro a tantissimi chioggiotti. Ma si tratta di contatti fisiologici, ci sono come ci sono per tante altre aziende e cooperative della zona. Niente di più. Che possano aver influenzato le scelte politiche mi sembra improbabile, se non impossibile». Carlo Alberto Tesserin, consigliere regionale del Pdl, commenta: «Sono preoccupato perché queste aziende danno lavoro a tanti chioggiotti. Mi auguro che tutti possano chiarire la loro posizione e che alla fine non emergano responsabilità riguardo a questi gravi capi d’accusa. Altrimenti per la città sarebbe davvero un brutto colpo a livello economico che andrebbe a ricadere sui lavoratori». Riguardo alla possibilità di incroci pericolosi con la politica, Tesserin lo esclude: «Non sono appalti decisi da Comune, Provincia e Regione. Inoltre se andiamo a vedere l’alternanza di sindaci che ci sono stati a Chioggia, si esclude ancora di più che ci possa essere una linea politica prestabilita e dettata da qualche gruppo di potenti. Abbiamo avuto Lucio Tiozzo, Gallimberti, Todaro, Guarnieri, Romano Tiozzo e ora Giuseppe Casson. Un’alternanza di politici e di idee politiche e di partiti che non fanno pensare a niente di simile. E in Regione siamo stati eletti io e Lucio Tiozzo: due persone con idee politiche opposte».
Il consigliere regionale del Pd Lucio Tiozzo, come Tesseri, si dice peoccupato per le ricadute economiche che la vicenda potrà avere per Chioggia. «La Magistratura faccia il suo corso, non posso ovviamente che essere preoccupato per i tanti lavoratori che lavorano non solo alle dipendenze dirette ma anche nell’indotto legato alle aziende coinvolte nell’inchiesta».

 

Bocche cucite, tacciono anche i blog

Il reddito di centinaia di famiglie dipende dalle aziende finite nell’occhio del ciclone. E nessuno si espone

CHIOGGIA – Bocche cucite a Chioggia. Gli arresti domiciliari e gli obblighi di dimora inflitti dalla Magistratura ad una decina tra i più affermati imprenditori del Veneto meridionale hanno suscitato stupore, ma non incredulità. Nessuno, infatti, mette in dubbio la serietà della Lavori marittimi e dragaggi, della Cooperativa San Martino, della Nuova Coedmar, della Zeta, della Clodiense opere Marittime e della Sergio Menela e figli, benché sia opinione comune che tutto quel che, nel Clodiense, gravita attorno al Consorzio Venezia Nuova risenta in qualche modo di quel genere di condizionamenti ed interessi che troppo spesso condizionano le realtà economiche pubblico-private. Tutti, insomma, sarebbero disposti a mettere la mano sul fuoco a difesa delle aziende e dell’intelligenza dei rispettivi dirigenti: Roberto Boscolo Anzoletti, Mario e Stefano Boscolo Bacheto, Gianfranco Flavio Boscolo Contadin, Valentina Boscolo Zemello, Antonio Scuttari, Luciano Boscolo Cucco, rappresentante legale della Dragaggi, Dimitri Tiozzo ed Erminio Boscolo Menela. Del resto si tratta di imprese familiari solidissime, fondate parecchi decenni fa e mai sfiorate da dissesti o fallimenti. Ma nessuno, o quasi, a Chioggia se la sentirebbe di esporsi asserendo che la Magistratura e la Guardia di finanza avrebbero preso un colossale granchio. In parole povere, la gente tace ed attende l’evolversi degli eventi nella speranza che, nonostante i guai giudiziari, le aziende rimangano attive ed i lavori proseguano.
Quest’atteggiamento di estrema prudenza si giustifica in virtù del fatto che il reddito di centinaia di famiglie dipende direttamente o indirettamente dalle attività delle imprese finite nell’occhio del ciclone. Ne va di mezzo del posto di lavoro di svariate decine di marinai, degli addetti alle manutenzioni ed alle riparazioni, dei trasportatori di fiducia. A riprova di tutto ciò anche il fatto che, una volta tanto, tacciono perfino i blog e le pagine facebook dedicate al “malaffare” in città, vero o presunto. Questa volta, a Chioggia prevale la scaramanzia.

Roberto Perini

 

Trema il calcio con lo sponsor della coop San Martino

La Cooperativa San Martino ha legato con continuità il proprio nome alla prima squadra calcistica della città di Chioggia, contribuendo all’attività della prima squadra – impegnata nel campionato di Serie D – e a quella del fiorente settore giovanile.
La presenza del marchio sulle maglie dei beniamini che la domenica fanno entusiasmare gli sportivi allo stadio Aldo e Dino Ballarin risale ancora alla gestione della presidenza di Gino Levantaci, quando la squadra si chiamava ancora ChioggiaSottomarina.
Sparita la società di Levantaci, il marchio della Coop S.Martino è apparso spesso sulle divise da gioco della Clodiense, la realtà che ha sostituito il ChioggiaSottomarina nel campionato di Serie D – dopo la promozione dall’Eccellenza – e che tuttora gioca proprio nello stadio Ballarin.
La presenza della Cooperativa è passata dal ruolo di unico main sponsor a sponsor a rotazione sulle maglie della squadra nonchè sui banner del sito internet del sodalizio calcistico, ma ha continuato ad assicurare alla Clodiense un contruibuto per l’attività sportiva nelle ultime stagioni.
La tempesta che ha colpito la realtà imprenditoriale inevitabilmente si abbatterà anche sulla presenza della sponsorizzazione calcistica: un abbinamento in meno per il team del presidente Boscolo Bielo.
E proprio il massimo dirigente della Clodiense da noi contattato per un commento sulla situazione che si viene così a creare all’interno della società con la perdita della sponsorizzazione, ha preferito non rilasciare dichiarazioni, rimandando ogni commento ai prossimi giorni.

 

  1. 1 Comment

    • Francesco says:

      Tutto questo andrà in una bolla di sapone, tanti casini per niente. Si sa che una giostra del genere gestita da un unico personaggio e’ inevitabile tutto questo mangia mangia. Basti pensare che alle imprese coinvolte (a parte i provvedimenti di domiciliari o obbligo di dimora che e’ la prassi e basta), non sono stati congelati i beni sia della ditta che dei privati. I soldi incassati loscamente li usufruiscono per pagare gli avvocati e alla fine l’inchiesta si allunga. Qualcuno fa in tempo a morire e le piccole aziende debitrici pendenti dalle grandi aziende scompaiono. Avanti cosi’, questa purtroppo e’ la nostra giustizia Italiana.
      Saluti
      Francesco

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