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Nuova Venezia – Mose, cosi’ truccavano le gare

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

14

lug

2013

Le accuse a Mazzacurati. Fabris: «Consorzio da sciogliere»

«Mazzacurati dominus assegnava gli appalti»

Gare truccate, ruolo centrale dell’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova.

Costi gonfiati per i sassi dalla Croazia: sul danno erariale il faro della Corte dei conti.

VENEZIA – Il ministero delle Infrastrutture ha pagato almeno il doppio del loro valore quei sassi portati dalla Croazia e sistemati sulla diga della bocca di porto di Chioggia dai mezzi della Cooperativa San Martino. Si tratta dei lavori del Mose con la supervisione del Magistrato alle acque. E uno dei compiti dei funzionari pubblici con gli uffici nel palazzo dei Dieci Savi dovrebbe essere proprio quello del controllo dei costi. Che cosa hanno fatto? E negli uffici dell’Autorità portuale di Venezia qualcuno si sarà chiesto come mai l’Associazione temporanea di imprese guidata dalla «Lavori Marittimi e Dragaggi» ha vinto l’appalto da 12 milioni di euro in tre stralci per scavare un canale navigabile in laguna, presentando un ribasso ridicolo rispetto alla media dei ribassi offerti in precedenza da altre imprese per lavori simili? Nell’ordinanza di custodia cautelare per i 14 indagati originata dalle indagini dei finanzieri del Nucleo di Polizia tributaria coordinate dal pubblico ministero Paola Tonini non c’è una risposta ai due quesiti. Ma è probabile che gli investigatori stiano già cercandola con i loro accertamenti, anche perché sia la Procura presso la Corte dei Conti sia l’avvocatura dello Stato seguono molto attentamente l’evolversi dell’inchiesta: la prima per capire se vi sia stato un danno erariale notevole per lo Stato e se non via sia stato un’omissione di controllo da contestare per quel sovrapprezzo costruito grazie alle fatture fasulle emesse dalla società austriaca di Villach, che in realtà operava da Chioggia; la seconda per appurare se davvero quello scavo del canale navigabile bandito dalle gare del maggio-giugno 2011 siano costate all’Autorità portuale, e quindi ancora una volta al ministero delle Infrastrutture, da due a quattro volte più di quello che avrebbe potuto costare se vi fosse stata «libertà d’incanto». Chi ha vinto ha proposto un ribasso del 12 per cento, mentre solitamente in altre gare si arriva anche a ribassi del 46 per cento, ma – stando alle accuse – l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova Giovanni Mazzacurati aveva impartito direttive ben precise attraverso il suo braccio destro Federico Sutto, ex socialista, e Pio Savioli, rappresentante della coop nel consiglio d’amministrazione del Consorzio. Aveva fatto in modo che le grandi imprese, la Mantovani, la San Martino e le altre, non presentassero alcuna offerta, che altre due piccole ditte, la «Rossi Costruzioni generale» e la «Sales spa» presentassero ribassi ridicoli o comunque abbondantemente inferiore a quel 12 per cento di chi doveva vincere. Eppure nulla, almeno sulla carta, il Consorzio Venezia Nuova aveva a che fare con la gara d’appalto del Porto, mentre in realtà non si muove foglia in laguna che il Consorzio non voglia. Così, anche in questo caso, uscito il bando di gara, le piccole imprese di lavori marittimi si lamentano con Mazzacurati perché, stando alle intercettazioni telefoniche ed ambientali, perché sono state praticamente escluse dai lavori alle bocche di porto per il Mose. Il presidente del Consorzio, allora, interviene e distribuisce i lavori, anche quelli che sulla carta nulla hanno a che fare con la sua autorità, ma lui in laguna è il «dominus assoluto, il padre padrone che può decidere della vita e della morte delle imprese» e così interviene e distribuisce i lavori anche ai «piccoli». Naturalmente, per consolare i grandi, dovrà affidare gli interventi sulle barene ai «grandi» e allora dà il 50 per cento alla Mantovani, il 25 per cento alla Cuova Coedemar e l’altro 25 alla San Martino. Paolo Costa, il presidente dell’Autorità portuale, sa che l’ente che dirige potrebbe aver subito un danno e infatti ieri ha dichiarato: «Lasciamo lavorare la magistratura, abbiamo consegnato tutte le carte e verso la quale assicuriamo la più totale disponibilità. Il Porto ha sempre affidato i suoi lavori nella massima trasparenza e se degli sviluppi dovessero esserci ci vedrebbero parte lesa». Gli interrogatori inizieranno la metà della prossima settimana ed è probabile che nessuno risponderà alle domande avvalendosi della facoltà di tacere data a tutti gli indagati: prima i difensori vorranno legge le intercettazioni, i documenti e le carte, poi decideranno la linea di difesa. Certo è che per il reato di falsa fatturazione (sono 319 per l’acquisto di sassi e palancole, 38 per lavori di carpenteria, per un totale di 5 milioni e 864 mila euro) è probabile che cercheranno un accoro con il pubblico ministero per patteggiare la pena come è accaduto per Piergiorgio Baita, Claudia Minutillo, Nicolò Buson e William Colombelli. Possibile, invece, che per l’altro reato, quello di turbativa d’asta, gli avvocati di coloro che hanno avuto semplicemente un ruolo passivo, quello di non presentare l’offerta, punteranno all’assoluzione.

Giorgio Cecchetti

 

Nei prossimi giorni gli interrogatori dei sette arrestati

Saranno sentite la prossima settimana dal gip veneziano Alberto Scaramuzza le 14 persone raggiunte da un provvedimento restrittivo, tra cui l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, coinvolte, assieme a un altro centinaio di persone, nell’indagine della Guardia di Finanza di Venezia. Ingente il numero dei documenti sequestrati nelle 140 perquisizioni di società e abitazioni, in varie regioni italiane dove le Fiamme gialle hanno anche preso computer, hard disc esterni, chiavette usb.

Businessmen, funzionari e imprenditori: la caccia ai documenti

acquisizione di atti, impegnati 500 finanzieri 

Le perquisizioni o, meglio, le acquisizioni di documenti, sono state più di un centinaio: i 500 finanzieri si sono presentati negli uffici e nelle case delle numerosissime persone che hanno avuto rapporti professionali con Giovanni Mazzacurati e con gli altri dirigenti del Consorzio finiti in manette, con gli imprenditori indagati, i dipendenti del Consorzio, le società e i professionisti con cui ci sono stati rapporti d’affari. Nel lavoro istruttorio è stato così raccolta una mole di documenti tale che saranno necessari molti mesi per gli approfondimenti e gli esami necessari prima di arrivare alla conclusione dell’inchiesta. La maggior parte delle persone visitate, comunque, non sono indagate: gli investigatori cercavano carte e quelle hanno chiesto e hanno ottenuto. Si sono presentati nelle sedi della Palladio Finanziaria, la holding di Vicenza, e nelle due residenze del patron Roberto Meneguzzo, nel capoluogo berico e al Lido; sono andati dall’ex segretario regionale alla Sanità Giancarlo Ruscitti, dal commercialista padovano Francesco Giordano. Naturalmente visitati i collaboratori di Mazzacurati, Maria Brotto a Bassano e le sue segretarie e anche l’addetta stampa Flavia Faccioli. Pure la rappresentante legale del Consorzio, Valentina Croff, ha ricevuto la visita dei finanzieri. E la lista prosegue: il professore di idraulica all’Università di Padova Attilio Adami, il contabile romano Andrea Collalti, i consulenti Paolo Merlo di San Donà, Fabio Milani di Padova, Massimo Paganelli di Venezia. Poi c’è una lunga lista di imprese e cooperative; la Cantieri Costruzioni Cemento di Musile, i cui titolari 20 anni fa furono protagonisti di importanti vicende giudiziarie, la Ciac di Marghera, la Clea di Campolongo, la Clodia Scarl di Chioggia, la Ln Consulting di Roma, la Coan Ambiente, la E-Solving e la Rain srl, tutte con sedi a Roma, la Groma di San Vendemiano e la Selc scarl di Marghera.

 

Fatture false e fondi neri, i fili fra l’Ingegnere e Baita

I soldi fuori bilancio servivano a pagare la “cupola” di chi decide e finanzia i lavori

Nella rete del pm Tonini le coop, in quella del pm Ancilotto imprese legate alla destra

VENEZIA – Una cosa certa emerge dalle inchieste della Procura di Venezia su grandi opere e malaffare in Veneto: chi voleva partecipare al business doveva contribuire a creare fondi neri, attraverso fatture false prodotte da società cartiera fatte nascere ad hoc. Le fatture false e i fondi neri sono i due elementi comuni alle inchieste dei sostituti Stefano Ancillotto e Paola Tonini. Il primo ha arrestato Piergiorgio Baita, ex presidente della Mantovani per frode fiscale, la seconda Giovanni Mazzacurati, ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, per turbativa d’asta. Un segnale chiaro del fatto che a Venezia è finita l’epoca degli intoccabili. La Mantovani è stata ed è la spina dorsale del Consorzio che sta realizzando il Mose in laguna. Chi non accettava la regola delle fatture false, restava fuori. Lo sapevano le imprese legate alla destra, come quelle finite nell’inchiesta di Stefano Ancillotto e lo sapevano quelle del mondo delle coop al centro dell’indagine di Paola Tonini. E da quanto fin qui emerso hanno accettato tutti. E per 20 anni c’è stato un perfetto equilibrio. Ed è altrettanto chiaro che quelle fatture non servivano a evadere le tasse e i fondi neri ad ingrassare i conti correnti personali degli imprenditori a capo del sistema. Ma, come spiega Piergiorgio Baita quando accetta di collaborare con gli inquirenti: i fondi neri servono a pagare chi i lavori li decide e li finanzia. Già nel primo interrogatorio l’ex presidente di Mantovani spiega ai finanzieri e al pm che lo interrogano, di aver dato denaro, in occasione di campagne elettorali, a partiti di destra e di sinistra. Quindi finanziamento illecito dei partiti. E avrebbe ammesso di aver pagato anche singole persone. Racconti simili li hanno fatti anche Claudia Minutillo e Nicolò Buson. Lei ex segretaria di Giancarlo Galan, poi imprenditrice e lui ragioniere tuttofare di Baita. Sempre dalle indagini emerge come chi tira le fila del sistema illecito, quando l’impresa accetta il patto delle fatture false, spiega come realizzare le “cartiere”. Nel caso dell’inchiesta Ancillotto sono società create in Canada e a San Marino. Invece nell’inchiesta che ha portato all’arresto di Mazzacurati le società si trovano in Croazia e Austria. Fin qui le cose certe. Però mancano delle tessere del puzzle, tra le quali la principale. Per usare un termine suggestivo, manca la “cupola”. Gli inquirenti sono certi che sia Baita che Mazzacurati sedevano al tavolo decisionale, ma non erano gli unici. In questi mesi i finanzieri del Nucleo Provinciale di Polizia Tributaria che si stanno occupando delle due indagini, hanno pedinato e fotografato diverse persone. Molte li hanno portati all’hotel Monaco e in particolare al ristorante del noto albergo. Il via-vai di personaggi ritenuti “interessanti” da un punto di vista investigativo era parecchio intenso.

Carlo Mion

 

«Dighe nel 2016, poi addio al Consorzio»

Il nuovo presidente Fabris: «Ultimati i lavori, della gestione dell’opera si dovrebbe occupare una società di scopo pubblica»

VENEZIA «Al primo Direttivo del Consorzio Venezia Nuova – che avevo già convocato per mercoledì, prima di questa bufera – chiederò alcuni impegni: il rispetto del termine del 2016 per la consegna del Mose allo Stato italiano e lo scioglimento del Consorzio Venezia Nuova una volta ultimati i lavori, a parte i due anni di copertura dopo la consegna, previsti dal contratto, ma d’intesa con le istituzioni. Sono convinto – e ne ho parlato anche con il sindaco di Venezia Orsoni, già prima di questi arresti – che della gestione di quest’opera così importante per la difesa della città e della laguna, si debba occupare una società di scopo che riunisca le istituzioni locali, rappresentanti dei ministeri, del Magistrato alle acque. Deciderà lei in che termini fare un bando per la gestione del Mose. Dopo il 2016, l’esperienza del Consorzio Venezia Nuova deve finire. Sono condizioni importanti di discontinuità che intendo porre al Direttivo, tanto più alla luce di quel che sta accadendo, oppure, sono disposto a rinunciare da subito al mandato di presidente, che pure mi onora e inorgoglisce». Così l’ex sottosegretario e europarlamentare, ora neo presidente del CVN Mauro Fabris affronta la bufera giudiziaria che sta terremotando il concessionario unico, monopolista e padrone assoluto della salvaguardia della laguna: venerdì, i carabinieri hanno bussato anche alla sua porta per chiedere copia di alcune fatture che aveva emesso a suo tempo come consulente del Consorzio. «Mercoledì vedrò per la prima volta i rappresentanti dei soci», prosegue Fabris, « mi sono visto precipitare questa tegola addosso senza aver ancora avuto modo di aver piena contezza dello stato dell’arte, anche se ho chiesto una ricognizione precisa ai dirigenti, ai quali – per altro – ho già annunciato che chiederò al direttivo il ritiro di tutte le deleghe, per un cambio di organizzazione a fronte di un segnale di discontinuità forte rispetto al passato che era già giunto con la mia nomina a presidente, quale tramite tra Consorzio, istituzioni e Stato, e dell’ingegner Hermes Redi a direttore: funzioni che prima riuniva l’ingegner Mazzacurati». Fabris è pacato, ma determinato: «Ho accettato questo incarico con l’obiettivo di consegnare il Mose alla città, come promesso, per il 2016. I fondi sono sostanzialmente tutti stanziati, mancano i 500 milioni che lo Stato ha assicurato come opere compensative a favore dei Comuni di Venezia e Chioggia, quelli che più ci rimetterebbero se venissero meno i fondi. Consegnare l’opera nel 2016 è una condizione per me essenziale per mantenere il mio mandato, come lo è il fatto che il Consorzio non gestirà l’opera, ma dovrà chiudere. Il Consorzio dev’essere soggetto terzo tra Stato e imprese, per garantire che i fondi pubblici siano spesi bene e nei tempi previsti. La magistratura avrà tutta la nostra disponibilità, per presentare qualunque documentazione richiesta nel corso di queste indagini». Ma il Consorzio si costituirà parte civile contro l’ex presidente Mazzacurati, il consigliere Pio Savioli, il dirigente Federico Sutto? «È una decisione che dovrà assumere il Direttivo», conclude Fabris.

Roberta De Rossi

 

Installate le prime quattro paratoie su 78 Fondi, ormai mancano “solo” 500 milioni

Il 4 luglio 2013, si è conclusa la prima fase di installazione delle paratoie del Mose, il sistema per la difesa di Venezia e della sua laguna dall’acqua alta: la quarta paratoia mobile è stata installata nel canale nord della bocca di porto del Lido (quella di ingresso a Venezia). Fase tecnica considerata – dal Consorzio Venezia Nuova, nei suoi comunicati ufficiali – «decisiva per ottimizzare e velocizzare la conclusione del sistema di difesa, che è oggi realizzato per oltre il 75%» . Il Mose è già finanziato per 4.934 milioni di euro, con una copertura che consente l’ultimazione del dispositivo di difesa dalle acque alte nel 2016, con la predisposizione, nel 2014, delle prime due barriere sulle 4 previste: la posa della prima pietra risale al maggio 2003, premier Berlusconi. I 500 milioni che mancano, sono destinati alle opere di compensazione e mitigazione chieste dall’Unione europea a favore del territorio. Il costo totale è di 5.493 milioni di euro: “prezzo chiuso” stipulato tra Stato e imprese nel 2005, dopo essere partiti dai 3200 miliardi di lire (1,5 miliardi di euro) alla fine degli anni Ottanta. I numeri sono noti: 4 dighe mobili, per 1,6 chilometri di sviluppo, 78 paratoie galleggianti, larghe da 18,5 a 29,5 metri per 20 metri di altezza e una profondità da 3,6 a 4,5 metri, ancorate alle fondamenta sui fondali, attraverso cerniere che si stanno testando in questi mesi, con le prime 4 paratoie.

INTERVISTA all’ex ministro

De Michelis: «Il monopolio serviva ma c’è stato un corto circuito»

VENEZIA – Intercettiamo Gianni De Michelis di passaggio a Venezia, città dove non vive più da quando si è trasferito a Roma vent’anni fa. L’incontro nasce per altri motivi ma è il giorno dell’arresto dell’ingegner Giovanni Mazzacurati con il Mose sbattuto in prima pagina su tutti i giornali veneti. Inevitabile parlarne, anche perché De Michelis sta all’inizio del Mose: era l’uomo più influente del Veneto, oltre che ministro del lavoro, quando il Consorzio Venezia Nuova muoveva i primi passi nel 1984 come concessionario unico di studi, progettazione e lavori per la grande opera. È da qui che comincia tutto: grazie ad una deroga introdotta nella legge speciale per Venezia, le imprese entrano nel Consorzio per chiamata e si spartiscono i lavori. Il Consorzio vorrebbe gestire anche le operazioni di disinquinamento, con gli interventi sugli acquedotti nei Comuni della gronda lagunare. Ne nascerà un furioso confronto con la Regione di Carlo Bernini e di Franco Cremonese, i quali si assicureranno invece la competenza. Fonte di non minori grattacapi anche quella. Nel Consorzio, che era dentro era dentro e chi era fuori restava fuori. Per sempre. In un certo senso è il peccato originale dal quale discende tutto, compresi gli arresti di oggi. Gianni De Michelis, che effetto le fa arrivare a Venezia e trovare una notizia del genere? «Io manco da Venezia da moltissimo tempo. Mi dispiace a livello personale per Federico Sutto, che vent’anni fa era stato mio collaboratore, ma non seguo più queste vicende». Massimo Cacciari dice che l’errore di impostazione l’hanno fatto i politici, inutile prendersela con i tecnici che in una situazione di monopolio hanno fatto i monopolisti. «Premesso che sono passati la bellezza di quasi cinquant’anni, dal 1966 ad oggi, in un periodo di tempo così lungo tutti gli argomenti possono essere ritenuti in qualche modo validi. A Cacciari potrei dire che avendo fatto e rifatto il sindaco di Venezia nell’arco di vent’anni, se si fosse espresso in questa direzione avrebbe potuto ottenere dei risultati». Il difetto era comunque quello che dice Cacciari, aver costituito un monopolio e averlo dato in mano ad un concessionario unico? «Io ho avuto qualche responsabilità in questa scelta ma è avvenuta all’inizio degli anni Ottanta, in un periodo in cui probabilmente il concessionario unico si giustificava per la necessità di compiere un’operazione rapida e in qualche modo coordinata. Nessuno si ricorda più che, a parte le paratie mobili alle bocche di porto, il progetto originario fatto per primo dalla società dell’ingegner Mazzi prevedeva tutta una serie di altri interventi: rafforzamento degli argini e delle sponde delle lagune, scavo dei canali e così via, tutte cose che nel corso del tempo ho proprio dimenticato. Particolari che invece una volta avevo sulla punta delle dita». Proprio dallo scavo dei canali parte l’inchiesta di oggi. È impressionante che abbia colpito Mazzacurati, perché rappresenta la continuità negli anni dell’operazione Mose. «Naturalmente c’è un nesso, da quello che capisco io molto dall’esterno, con la questione Mantovani e l’arresto di Baita. Nonostante il fatto che Baita fosse stato coinvolto nelle vicende di vent’anni fa all’inizio di Mani Pulite, nel corso di questi vent’anni era diventato il deus ex machina principale. Sempre da quello che capisco io». Lui stesso lo riconosce. «Evidentemente il fatto che ci fosse un Consorzio dominus di tutte le operazioni e un soggetto in qualche modo membro del Consorzio, una società privata, di fatto dominus dell’intera vicenda, ha creato una situazione in qualche maniera di…» Di cortocircuito? «Di cortocircuito, appunto». Adesso bisogna andare avanti con il monopolio o no? L’opera andrà pur finita, con tutti i soldi che ci è costata. «Adesso la cosa migliore è che finiscano l’opera, dopo quasi cinquant’anni e dopo una quantità di miliardi impegnati. Ma non conosco le cifre, non sono mai andato a vedere i lavori, non ho nemmeno idea del punto a cui siamo». Siamo al 75% dicono, ma manca la cosa più importante, la posa in opera delle paratie. Hanno messo giù la prima solo da qualche settimana. «Addirittura. Io mi ricordo che vent’anni fa mi presentarono il primo esempio di paratoie mobili. Vent’anni fa! Io facevo ancora il ministro degli esteri, credo fossero gli inizi degli anni Novanta, quando mi portarono a vederlo. Non ho mai capito perché ci hanno messo vent’anni».

Renzo Mazzaro

 

VIAFORA (CGIL)  «Nel Veneto sistema di illegalità diffusa» 

VENEZIA «La Cgil esprime piena fiducia nell’operato della magistratura e degli organi di vigilanza ed è convinta che la lotta contro l’illegalità per affermare la trasparenza e contrastare ogni forma di criminalità economica è la grande priorità per rimettere in moto l’economia regionale». Emilio VIafora, segretario generale della Cgil del Veneto esprime senza mezzi temini il giudizio della sua organizzazione sull’inchiesta che mette sottosopra un vero e proprio sistema economico illegale. «Ci auguriamo» continua Viafora «che la magistratura vada fino in fondo e che ci sia un forte coordinamento tra tutti gli organi preposti al controllo e al rispetto delle leggi perché emergano le responsabilità penali ma anche perché sia fatta luce su questo sistema di cointeressi che chiama in causa pezzi dell’economia, della politica e della mancata vigilanza istituzionale». Secondo il segretario della Cgil le indagini sul gruppo Mantovani e la bufera ora scoppiata sul Consorzio Venezia Nuova «stanno chiaramente facendo emergere nel Veneto un sistema di illegalità diffusa che vede coinvolte tante imprese in un rapporto di complicità e copertura reciproca per accaparrarsi fette significative di opere e denaro pubblico». A fronte di ciò, per la la Cgil «è indispensabile andare fino in fondo per capire se siamo di fronte ad un vero e proprio sistema che si è potuto costruire grazie a potenti complicità politico istituzionali, favorito dal proliferare dello svolgimento delle opere in regime di specialità che le pone al di sopra delle ordinarie regole e del controllo pubblico». «Bisognerebbe comunque riflettere» conclude «su tutto l’insieme delle concessioni che riguarda anche importanti reti infrastrutturali e le costruzioni nella sanità».

 

Chioggia trema, si teme per i lavoratori

La città preoccupata per le ricadute occupazionali. Salvagno: «Aziende importanti, la magistratura faccia tutte le verifiche

CHIOGGIA – La città sotto choc s’interroga sulle ricadute occupazionali della bufera scoppiata con l’inchiesta dei fondi neri del Mose. Nel settore delle imprese marittime e idrauliche, finito nella lente di ingrandimento delle Fiamme Gialle per presunte turbative d’asta, lavorano almeno 500 chioggiotti. L’attenzione della politica in questo momento va alle sorti degli imprenditori indagati, ma anche a quelle delle famiglie di chi lavora nel comparto, pilastro dell’economia cittadina. All’indomani dell’operazione della Guardia di finanza che ha portato all’arresto dell’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, e a provvedimenti cautelari per dieci conosciuti imprenditori marittimi chioggiotti, la città trema. Il comparto delle imprese marittime e dei dragaggi è uno dei più floridi per l’economia cittadina e da ieri in città non si parla d’altro. L’operazione dei finanzieri veneziani ha portato agli arresti domiciliari Roberto Boscolo Anzoletti, rappresentante legale della “Lavori marittimi e dragaggi”; Mario Boscolo Bacheto e Stefano Boscolo Bacheto, amministratori della cooperativa San Martino; Gianfranco Boscolo Contadin (conosciuto come Flavio), direttore tecnico della Nuova CoEdMar. Obbligo di dimora invece per Valentina Boscolo Zemello, legale rappresentante della Zeta; Antonio Scuttari, legale rappresentante della “Clodiense opere marittime”; Carlo Tiozzo Brasiola, legale rappresentante della Somit; Luciano Boscolo Cucco, titolare della Dragaggi; Dimitri Tiozzo, rappresentante legale della ditta Tiozzo Gianfranco; Erminio Boscolo Menela, rappresentante legale della società Boscolo Sergio Menela e Figli. «La vicenda è importante quanto delicata», commenta il vicesindaco Maurizio Salvagno, che detiene la delega alle attività produttive, «stiamo seguendo con attenzione l’evolversi perché si tratta di un comparto strategico per la nostra economia. Siamo certi che la magistratura farà tutte le verifiche del caso e chiarirà quanto prima la posizione di ciascuno. Si tratta di ditte importanti, ai vertici nazionali del settore per l’alta specializzazione che hanno raggiunto negli anni, che danno lavoro almeno a 500 chioggiotti e che hanno commesse in tutto il territorio nazionale e non solo. In questa fase siamo preoccupati anche per i lavoratori e per le famiglie». Molte di queste ditte hanno lavorato anche in città con appalti affidati dal Consorzio in attuazione all’accordo di programma tra Magistrato alle acque e Comune per la salvaguardia del centro storico. Di recente il Consorzio si è occupato del ripascimento dell’arenile e ora dovrebbe gestire il maxi cantiere per la sublagunare del Lusenzo da cui ci si attende la fine degli allagamenti per il centro storico di Sottomarina.

Elisabetta B. Anzoletti

I commenti sul sito della Nuova e in rete «Quanti Boscolo». E anche tanto timore

Commenti ironici, ma anche tanta amarezza nei post che da ieri accompagnano in internet la notizia della bufera a Chioggia per l’indagine sugli appalti distorti del Mose. Sui social network e sul sito della Nuova Venezia in decine hanno commentato la notizia dei dieci provvedimenti cautelari per altrettanti titolari o legali rappresentanti di aziende leader nel settore delle opere marittime. Chi non è chioggiotto ha sottolineato come tra gli indagati figurino molti Boscolo, pensando che si tratti di parenti, non sapendo invece che è il cognome più diffuso in città e che tra i vertici delle aziende non ci sono legami di parentela. Molti altri hanno invece sottolineato come il comparto dia lavoro da anni a centinaia e centinaia di persone augurandosi che l’inchiesta non abbia poi conseguenze sul fronte occupazionale. I più superficiali si sono limitati a commentare lo stile di vita di alcuni di questi imprenditori, dimostrando una certa invidia per le ville o le automobili possedute. Come sempre la rete si è divisa tra colpevolisti e innocentisti. In molti hanno sottolineato come non ci siano certezze fintanto che non si arriva ad una sentenza definitiva. (e.b.a.)

 

L’INCHIESTAL’avvocato di Mazzacurati difende anche il Consorzio

VENEZIA – Strana posizione quella dell’avvocato Alfredo Biagini, noto amministrativista originario di Roma e da anni trasferito in laguna . Si trova a vestire panni diversi nella stessa vicenda, quelli del difensore dell’ex presidente Giovanni Mazzacurati, che non appena ha capito che la Guardia di finanza lo stava arrestando, ha nominato lui come legale di fiducia (a Biagini si è poi aggiunto il penalista Giovanni Battista Muscari Tomaioli) e, nel contempo, quelli di colui che tutela gli interessi del Consorzio Venezia Nuova, tanto che nel pomeriggio di venerdì proprio dal suo studio è partito il comunicato firmato dal direttore del Consorzio Hermes Redi, in cui si sosteneva che «le eventuali turbative d’asta non riguardano i lavori del Mose» e che «il Consorzio è estraneo alle condotte contestate». Ma il direttore generale non può esimersi dallo scrivere che «l’ipotesi accusatoria sarà valutata al fine di verificare i comportamenti personali mantenuti dal personale coinvolto» e il Consorzio «si riserva ogni valutazione anche al fine di tutelare la propria posizione avverso eventuali comportamenti che possano comprometterne l’immagine e le attività in corso». A quel punto l’avvocato Biagini dovrà decidere da che parte stare: se continuare a difendere l’anziano ex presidente davanti ai giudici o se schierarsi con il Consorzio, gli interessi del quale da anni ormai difende davanti al Tribunale amministrativo regionale e davanti al Tribunale civile, e difenderne l’immagine, costituendosi magari parte civile contro uno o più indagati di questa inchiesta coordinata dal pubblico ministero Paola Tonini. Biagini, che oltre ad esercitare la professione legale è stato ed è a capo di società regionali come l’importante «Concessioni Autostradali – Cav», è già incappato in una situazione simile. Era il 2006, quando il consigliere comunale Beppe Caccia presentava un’interrogazione per chiedere come mai l’Asl 12 l’aveva inserito nella Commissione incaricata di preselezionare i progetti d’acquisto per l’ex Ospedale al Mare, quando tra gli acquirenti c’era assieme ad Est Capital la Mantovani di Baita.

Giorgio Cecchetti

 

Zanda: «Sono triste». Zoggia: «Chiarezza»

L’ex presidente è amareggiato. Miracco: «Il governo ora deve nominare un commissario»

VENEZIA – Luigi Zanda, per quasi dieci anni presidente del Consorzio Venezia Nuova e ora presidente dei senatori del Pd, non vuole parlare: «Quelli degli ultimi giorni sono fatti che mi rendono profondamente triste, per favore non chiedetemi dichiarazioni almeno per ora» risponde da Roma. Ma con i colleghi senatori in questi due giorni, dopo gli arresti veneziani, ha discusso e avrebbe spiegato che Giovanni Mazzacurati c’era già al Consorzio quando lui era presidente, ma si occupava di questione tecniche e non certo di tenere i rapporti con le imprese. Ha un’idea precisa Franco Miracco, allora stretto collaboratore di Zanda e per 15 anni responsabile delle relazioni esterne del Consorzio, ora assessore alla Cultura nella giunta di centrosinistra al comune di Trieste.«Sono davvero triste, ora il governo deve nominare un commissario al vertice del Consorzio», afferma, «perché c’è dagestire una delle più grandi opere in Italia. Deve essere una persona capace, come è accaduto per la Parmalat e ora per l’Ilva». Per Davide Zoggia, responsabile degli Enti locali del Pd ed ex presidente della Provincia di Venezia, «è necessario che la magistratura faccia chiarezza nel più breve tempo possibile, anche perché il Mose è una delle opere più importanti». «Per come l’ho conosciuto io», aggiunge, «Mazzacurati ha sempre creduto nel Mose e, comunque, ritengo che Massimo Cacciari colga nel segno quando afferma che il punto critico della legge di salvaguardia della laguna, quella del 1984, sia proprio quello di aver permesso al Consoprzio di essere concessionario unico». (g.c.)

 

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