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Un faro sui soldi finiti al fedelissimo di Mazzacurati. Dalla verifica fiscale alla Coop S. Martino di Chioggia è emersa una contabilità in nero: i magistrati sospettano una rilevante elargizione di denaro a Pio Savioli

Le accuse a Mazzacurati e ai suoi uomini: dalla collusione alle minacce alla frode. Il gip Alberto Scaramuzza, nell’ordinanza con cui dispone i 14 provvedimenti restrittivi nell’ambito dell’inchiesta che ha travolto il Consorzio venezia Nuova, è durissimo nel delineare ruoli e responsabilità. Dalla verifica fiscale alla Coop S. Martino di Chioggia è emersa una contabilità in nero: i magistrati sospettano una rilevante elargizione di denaro a Pio Savioli tale da profilare un collegamento con le sue condotte tese ad alterare le gare d’appalto.

TERREMOTO SUL MOSE

COLLUSIONE – Stretto collegamento tra le grandi imprese per far vincere le “piccole”

LA FRODE – Per il Gip i ribassi erano talmente irrisori «da apparire ridicoli»

MINACCE – Morbiolo sarebbe stato “intimidito” per aver disobbedito all’ordine di Mazzacurati

LE CONTESTAZIONI – Le accuse a Mazzacurati e ai suoi uomini: dalla collusione alle minacce alla frode

Dopo le verifiche fiscali alla Coop San Martino di Chioggia sarebbe emersa una rilevante elargizione al consigliere del Cvn

Condotte collusive, minatorie e fraudolente con l’unico scopo di pilotare l’appalto in tre stralci da 12 milioni di euro indetto dall’Autorità portuale di Venezia nel 2011. Di qui la contestazione del reato di turbativa d’asta.
Il gip Alberto Scaramuzza, nell’ordinanza con sui dispone i 14 provvedimenti restrittivi (sette arresti ai domiciliari e 7 obblighi di dimora) nell’ambito dell’inchiesta che travolto il Consorzio venezia Nuova, è durissimo nel delineare ruoli e responsabilità.
La collusione è comprovata anche e soprattutto dallo stretto collegamento esistente fra le “grandi” imprese coinvolte nella vicenda e alle quali l’allora presidente Giovanni Mazzacurati chiede di astenersi dal partecipare alla gara per far vincere un pool costituto da piccole aziende.
Tutte sono infatti consorziate al Cvn: la Mantovani con una quota diretta dello 0,9489, il Coveco (Consorzio veneto cooperativo) con una quota diretta del 2,6332 mentre la Coedmar, la Coop San Martino e la Rossi Costruzioni (a quest’ultima era stato chiesto di presentare un’offerta con ribasso irrisorio come “specchietto per le allodole”), partecipano in forma indiretta in quanto azionisti a vario titolo del Consorzio costruttori veneti San Marco che detiene una quota diretta di Cvn pari al 13,1661.
Le minacce sono invece ravvisate nel comportamento di Pio Savioli, consigliere Cvn, che in merito al 2. stralcio, intimidisce Franco Morbiolo, presidente del Coveco che ha “osato” partecipare alla gara in questione, disobbedendo all’ordine di astenersi che sarebbe stato impartito dallo stesso Mazzacurati. E che in soldoni gli fa capire che se non si ritira non avrebbe più ottenuto alcun appalto.
La frode vien quindi ravvisata nel pianificare la presentazione di domande di partecipazione al bando da parte di altri soggetti economici, solo dopo avere concordato ribassi talmente irrisori – “da apparire ridicoli” scrive il gip – all’unico fine di favorire l’Ati composta dalle otto aziende minori che si erano lamentate con Mazzacurati e che hanno come capofila la Lmd.
Senza dimenticare la ricompensa alle “imprese rinuncianti”, ovvero quelle grandi, cui vengono promessi sostanziosi subappalti in cambio della fedeltà al “capo supremo”.
Pesante l’affondo del gip in particolare su Savioli. Dalla verifica fiscale alla Coop San Martino sarebbe emersa una contabilità in nero comprovante una rilevante elargizione di denaro nei confronti di Savioli, tale da profilare un collegamento con le sue condotte tese ad alterare le gare d’appalto. Circostanza tale da far ritenere la condotta accertata inerente alla turbativa d’asta contestatagli, un sintomo di una più grave condotta finalizzata ad alterare in modo sistematico gare pubbliche per tornaconto personale.

 

L’ASSOCIAZIONE COSTRUTTORI – L’Ance: «Il Consorzio è stato un riferimento per le imprese venete»

Una dichiarazione improntata alla “massima attenzione e cautela”, quella del presidente di Ance Venezia, Ugo Cavallin, sull’inchiesta coinvolgente il Consorzio Venezia Nuova e alcune imprese edili per presunta turbativa d’asta. «Quanto appreso fino ad oggi dagli organi di stampa non consente di esprimere giudizi che entrino nel merito dei capi d’imputazione – ha commentato ieri in una sua nota il rappresentante dei costruttori edili – L’Associazione confida in una rapida conclusione delle indagini per poter trarre conclusioni più approfondite. Il Consorzio Venezia Nuova è stato un riferimento per tutte le imprese veneziane, in alcuni casi diretto e in altri indiretto. A due anni dalla conclusione dei lavori del Mose, che non sembrano comunque toccati dall’inchiesta, sarebbe difficile mettere in discussione la concessione del Consorzio. Un altro aspetto, invece, è discutere il corretto utilizzo della stessa». Sul tema, la giornata ha registrato anche il «parere personale» di Lionello Barbuio. Che Ance l’ha presieduta fino al 2011, polemizzando più volte con il Consorzio Venezia Nuova per un coinvolgimento delle imprese locali a suo dire insufficiente: «In materia avrebbe potuto fare molto di più. Sia per l’economia del territorio, sia per l’acquisizione di un know-how in grado di rendere le nostre imprese più competitive a livello nazionale e soprattutto estero – ha detto – Mi auguro che l’inchiesta non fermi il completamento del Mose e si concluda con l’accertamento di tutte le responsabilità. Non vorrei infatti che per queste irregolarità, a pagare fossero solo le imprese. Perché le imprese sono fatte di lavoratori, spesso con famiglia. E posti di lavoro ne abbiamo già persi tantissimi. Quanto al Mose, si tratta indubbiamente della più grande opera pubblica italiana. Ritengo che almeno all’inizio, per velocizzare iter e lavori, l’identificazione di un concessionario unico fosse necessaria. Tuttavia, in 30 anni di vita del progetto, si poteva anche pensare a qualcosa di diverso. Come evitare la concentrazione di tutti i finanziamenti sul Mose, che ha interrotto la realizzazione delle opere complementari di quello che era nato come sistema, e lasciato il Comune di Venezia a bocca asciutta».

Vettor Maria Corsetti

 

L’INCHIESTA – Oltre 6 milioni di pagamenti sospetti.

Mose, le fatture del Consorzio da 3 anni nel mirino della Finanza

Il Consorzio Venezia Nuova era nel mirino della Guardia di Finanza da tre anni. Nel 2010, infatti, le Fiamme gialle hanno bussato alla porta del Consorzio in cerca di documenti dopo un’indagine fiscale partita un anno prima a Chioggia su importi “gonfiati”, un sistema che sarebbe costato alla collettività più di sei milioni di euro. Ora gli inquirenti sono al lavoro sulla documentazione acquisita nel corso delle perquisizioni.

Al setaccio i bandi di gara della quota “discrezionale”

Inquirenti al lavoro sui documenti acquisiti durante le perquisizioni

Già nel 2010 sequestrati documenti nella sede del Concessionario unico per il Mose. Indagine fiscale partita su importi “gonfiati” a Chioggia

Consorzio da tre anni nel mirino della Finanza

Sotto tiro da tre anni. È l’estate 2010 quando i finanzieri del Nucleo di polizia tributaria bussano alla porta della sede del Consorzio Venezia Nuova per quella che viene presentata come una verifica di routine. Niente di sospetto. In fin dei conti è più che normale che l’attenzione delle Fiamme gialle si possa concentrare su un “colosso” come Cvn, in grado di attrarre miliardi di euro per la costruzione del Mose. In realtà gli uomini del colonnello Renzo Nisi sanno già cosa cercare. Perché gli accertamenti fiscali avviati un anno prima negli uffici della Cooperativa San Martino con sede amministrativa a Chioggia in località Val da Rio e legale a Marghera avevano già delineato la pratica diffusa di “gonfiare” gli importi dei lavori eseguiti, poi comprovata dal “registro del nero” conservato in una chiavetta Ubs affidata alla segretaria dell’azienda della famiglia Boscolo Bacheto. A venire alterato anche del 30% il prezzo dei sassi e delle palancole acquistati in Croazia e utilizzati per la realizzazione della bocca di porto di Chioggia del cosiddetto baby-Mose. A pagare le fatture, quelle comprese di “cresta” con il contributo di una società creata ad hoc in Austria, era lo stesso Cvn – e quindi noi cittadini – di cui la Coop risulta consorziata con una quota diretta dello 0.007900. Un giochetto che con una stima al ribasso fra il 2004 e il 2009 sarebbe costato alla collettività qualcosa come 6 milioni e mezzo di euro che almeno per ora non si sa ancora nelle tasche di chi siano finiti. È questo il nucleo dell’inchiesta che ha portato all’arresto, fra gli altri, del presidente dimissionario – ha lasciato la carica appena lo scorso 28 giugno – Giovanni Mazzacurati, al quale al pari di alcuni suoi fidi collaboratori come i trevigiani Federico Sutto e Pio Savioli, viene contestato il reato di turbativa d’asta in merito a un appalto indetto dall’Autorità portuale dell’importo complessivo di oltre 12 milioni di euro per lo scavo di alcuni canali di navigazione.
Ma è solo l’inizio. Per quella che potremo definire l’”operazione trasparenza”. Sia perché la verifica delle “carte” del Cvn dei militari al comando del colonnello Renzo Nisi è ancora in atto, sia perché con la disclosure delle indagini coordinate dalla Procura lagunare, ora la strada appare tutta in discesa.
L’esito dell’analisi per così dire forense dei documenti e dei dati finora acquisti è ancora coperto dal segreto. Certo è che alla luce di quanto contestato dal gip di Venezia nell’ordinanza di custodia cautelare, si è autorizzati a pensare che se Cvn era in grado di pilotare i bandi di gara di altri enti, chissà cosa poteva combinare al suo interno, in regime di piena e assoluta autoregolamentazione.
E il faro è stato acceso in particolare su quella quota del 12% del bilancio che per legge, quella “Speciale per Venezia”, il Cvn nato per la costruzione del Modulo Sperimentale Elettromeccanico, può decidere di impiegare con un amplissimo margine di discrezionalità. Finora una cifra enorme che ruota attorno a 500 milioni di euro. Come sono stati spesi? Contributi ad associazione, organi istituzionali, società pubbliche e private? O che altro? Con che finalità? Per creare o comprare il cosiddetto consenso? O ancora, per inquinare il mercato in barba alla sana e leale concorrenza?

 

L’INTERVISTA – Parla Giancarlo Ruscitti, già ai vertici della Sanità del Veneto. I finanzieri gli hanno sequestrato pc e iPad

«Io, perquisito solo perchè amico di Mazzacurati»

Non risulta indagato, ma alle 6 di mattina il campanello di casa è suonato anche a Giancarlo Ruscitti. Quattro uomini delle Fiamme Gialle hanno perquisito la sua abitazione nell’ambito dell’inchiesta sul Consorzio Venezia Nuova. Giancarlo Ruscitti, un passato ai vertici della sanità regionale come segretario (arrivò dal settore privato a seguito della disavventura giudiziaria di Franco Toniolo) e un presente come amministratore delegato dell’Opera dei padri Camilliani, non si spiega la perquisizione. «Posso legarla al rapporto che ho avuto ed ho tutt’ora con Mazzacurati, che però è del tutto estraneo al Mose e al Consorzio», spiega Ruscitti.
Dottor Ruscitti, come ha conosciuto Mazzacurati?
«Ci siamo incontrati nel 2006 quando la Banca degli Occhi stava attraversando un momento critico economico e amministrativo. In Regione si ragionò su chi poteva sostituire il presidente dottor Piergiorgio Coin e pensavamo che lui fosse la persona più rappresentativa del mondo veneziano. Lo presentai all’assessore Flavio Tosi e si decise che era la persona giusta. Lui divenne presidente e io il suo vice. Naturalmente si trattava di cariche onorifiche».
Che rapporti aveva la Regione con la Fondazione Banca degli Occhi?
«Facemmo un accordo per mettere in sesto la Banca e il Consiglio regionale votò un finanziamento di 500 mila euro per 3 anni con l’impegno morale che avremmo rimesso a posto i conti. Impegno che fu rispettato, nel 2009 la Fondazione era in equilibro e fui rinominato. Poi mi dimisi alla fine del 2011, un anno prima della scadenza, perché ritenevo di aver concluso l’opera di risanamento e mi subentrò il segretario Domenico Mantoan».
E il suo rapporto con Mazzacurati?
«Un rapporto familiare, ci diamo del lei, ma c’è stima reciproca. Anche in questi ultimi anni qualche volta ci siamo visti per parlare della Fondazione, io sono amministratore delegato della Fondazione Opera San Camillo ente ecclesiastico civilmente riconosciuto con sede a Milano e operante in 7 regioni del centro Nord. Poi c’è un rapporto personale, io sono medico e spesso gli sono stato di supporto».
Si è fatto un’idea sul perché è stato perquisito?
«Assolutamente no. I finanzieri sono arrivati in 4 alle 6 di mattina a casa mia. Gentilmente mi hanno chiesto se avevo rapporti di dipendenza col Consorzio, se avevo documenti del Consorzio. Ho detto che faccio tutt’altro lavoro e che la sede del mio ufficio è a Milano. Mi hanno chiesto se avevo un pc e un iPad. Ho detto di sì e se li sono portati via».
Non pensa che ci possa essere qualcosa legato alla sanità?
«Assolutamente no. Il capo d’accusa riguarda i lavori al porto per il Mose, di cui non mi sono mai occupato, neppure quando ero in Regione. Ho l’impressione che sia finito in mezzo perchè conosco Mazzacurati, perchè lui mi stima e mi segue. Quando il Patriarca mi ha dato l’incarico all’interno dell’Opera di Carità ne era stato molto felice».

Daniela Boresi

 

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