Segui @OpzioneZero Gli aggiornamenti principali anche su Facebook e Twitter. Clicca su "Mi piace" o "Segui".

Questo sito utilizza cookie di profilazione, propri o di terze parti per rendere migliore l'esperienza d'uso degli utenti. Continuando la navigazione acconsenti all'uso dei cookie. Per maggiori informazioni cliccare qui



Sostieni la battaglia contro l'inceneritore di Fusina, contribuisci alle spese legali per il ricorso al TAR. Versamento su cc intestato a Opzione Zero IBAN IT64L0359901899050188525842 causale "Sottoscrizione per ricorso TAR contro inceneritore Fusina" Per maggiori informazioni cliccare qui

Il magistrato della Corte dei Conti Antonio Mezzera è l’autore di un dossier che ben prima degli arresti aveva individuato le storture della concessione unica del Consorzio Venezia Nuova: «Tutto ignorato»

VENEZIA «È contrario alla legge che i collaudatori dei lavori vengano pagati dalle imprese appaltatrici». Una delle tante note piuttosto esplicite contenute alla fine della relazione della Corte dei Conti di quattro anni fa. Note «pesanti», che concludevano una delibera molto dettagliata sullo «Stato di avanzamento dei lavori per la Salvaguardia di Venezia» firmata da Antonio Mezzera, magistrato della sezione centrale di controllo della Corte. Note finite però in modo inusuale, come ricorda lo stesso magistrato, «alla fine della relazione». E non a piè di pagina, come da prassi. Un dossier che aveva fatto discutere, tenuto nel cassetto per mesi dal presidente di allora, Tullio Lazzaro. Poi pubblicato – ma non pubblicizzato – dopo molte correzioni, limature, modifiche. Dei costi del Mose, della mancata concorrenza e delle «stranezze» sui collaudi oltre che delle distorsioni della concessione unica e della mancanza di concorrenza si parla in questi giorni dopo la bufera che ha travolto i vertici del Consorzio Venezia Nuova. In carcere Piergiorgio Baita, presidente della Mantovani, maggiore impresa del consorzio, con l’accusa di fatture false e fondi neri. Agli arresti Giovanni Mazzacurati, «padre del Mose», direttore e presidente del pool di imprese. Sospetti, accuse, richieste di indagini. Eppure nel febbraio 2009 il magistrato Mezzera molte di quelle cose – reati esclusi, naturalmente – le aveva già messe nero su bianco. Nella sua delibera di 102 pagine venivano formulate 47 richieste al concessionario unico della salvaguardia e al Magistrato alle Acque, ufficio lagunare del ministero delle Infrastrutture che avrebbe dovuto controllare e verificare le procedure del Mose e il sistema della salvaguardia.

Tra le lacune principali segnalate dal magistrato, ad esempio, l’aumento vertiginoso dei costi dell’opera – da un miliardo e mezzo del progetto di massima ai 4 miliardi e 200 milioni di allora, ai 5 miliardi e 600 di oggi. Ma anche la sottovalutazione dei costi di gestione, la non segnalazione degli oneri per le parcelle dei collaudatori», la presenza di «un membro non laureato» e di molti pensionati tra i collaudatori. E poi la «distorsione del mercato» e la mancanza di studi seri sulle alternative.

Una sorta di enciclopedia su tutti i «buchi neri» della salvaguardia e del Consorzio. La delibera viene pubblicata dopo molti mesi, nel febbraio del 2009. «Ormai è storia, ora posso dirlo», sorride Mezzera, uomo riservato ma molto determinato, autore tra l’altro del rapporto sul traffico dei rifiuti in Campania. E ricorda quei lunghi mesi in cui il suo lavoro, finito e condiviso con il presidente Clemente, non veniva pubblicato. «Il presidente centrale Lazzaro mi aveva chiesto di cambiare alcuni aggettivi. Avevo accettato, convinto che a parlare sarebbero stati i fatti. Poi aveva suggerito alcune modifiche come spostare le note a fine libro». Finalmente, nel febbraio del 2009 la delibera viene pubblicata. Nessuna conferenza stampa, nessun annuncio alle agenzie. Ne scrive soltanto qualche giornale, la stampa nazionale ignora. «Anche la ricerca sul sito era difficile», ricorda il magistrato. Ad ogni buon conto, il dossier viene inviato anche alle procure lagunari per eventuali approfondimenti e verifica del «danno erariale». Che fine ha fatto quel libro con tutte le critiche alla gestione della salvaguardia e della concessione unica? «È a disposizione», dice Mezzera. Che ricorda con un certo imbarazzo le obiezioni che a lui aveva fatto il governo, tramite il ministro delle Infrastrutture Altiero Matteoli e del presidente del Magistrato alle Acque Patrizio Cuccioletta, e le mancate risposte. «Un anno e mezzo dopo avevano sollevato una questione di incompetenza», ricorda, «volevano che tutto fosse esaminato dalla sezione regionale. Ma era abbastanza ridicolo, visto che i fondi per l’opera li mette lo Stato».

Alberto Vitucci

 

La Corte dei conti apre un fascicolo sul danno erariale

Un colloquio di buon mattino con il colonlello della Finanza Renzo Nisi, che coordina le indagini sul Consorzio Venezia Nuova. E poi la decisione: in attesa di esaminare carte e documenti, l’apertura di un fascicolo sulla base delle notizie già uscite per verificare l’esistenza di un eventuale «danno erariale». Il procuratore della Corte dei Conti Carmine Scarano è da ieri coinvolto nell’inchiesta che mira a far luce su appalti, fatture ed eventuali «fondi neri» gestiti da uomini del Consorzio Venezia Nuova. Sull’aspetto contabile, che potrebbe portare all’apertura di una indagine parallela per quantificare l’esistenza del danno all’Erario. Concessionari dello Stato e anche imprese che lavorano per questo sono infatti parificate a soggetti pubblici. Dunque la Corte deve indagare.(a.v.)

 

Oggi il gip interroga Sutto e Pio Savioli

A Treviso i primi due arrestati vengono sentiti per rogatoria giovedì tocca a Giovanni Mazzacurati e ad altri dieci indagati

VENEZIA – I primi due interrogatori dovranno sostenerli, oggi, il braccio destro di Giovanni Mazzacurati per quanto riguarda la rappresentanza, l’ex socialista Federico Sutto, e il rappresentante delle Coop all’interno del consiglio d’amministrazione del Consorzio Venezia Nuova, Pio Savioli. Il primo è difeso dall’avvocato padovano Gianni Morrone, il secondo dal trevigiano Paolo De Girolami: saranno sentiti – per rogatoria, dal giudice delle indagini preliminari di Treviso, visto che abitano uno a Zero Branco, l’altro a Villorba ed è proprio per questo che il magistrato veneziano che ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare ha delegato il collega del capoluogo della Marca. Gli interrogatori dei veneziani e dei chioggiotti, invece, il giudice Alberto Scaramuzza li ha fissati per giovedì 18 luglio: ne sentirà undici in un unico giorno, a cominciare da Mazzacurati, dalla mattina alla sera, presumibilmente nella speranza che almeno la maggior parte di loro si avvarrà della facoltà che concede loro il codice penale, quella di non rispondere. L’unica donna, infine, Valentina Boscolo Zemello, essendo di Rosolina, sarà interrogata dal giudice di Rovigo quando rientrerà dal viaggio di nozze. È probabile che anche Sutto e Savioli rimarranno in silenzio, oggi, davanti al magistrato di Treviso: innanzitutto perché il giudice che li interroga non è quello che ha emesso la misura e che, di conseguenza, non può decidere se scarcerarli o meno (sono agli arresti domiciliari), in secondo luogo perchè i loro difensori devono ancora prendere in carico e leggere la documentazione messa a disposizione dal pubblico ministero Paola Tonini, che ha coordinato le indagini della Guardia di finanza. Sutto e Savioli, per quanto riguarda il reato di turbativa d’asta dell’appalto dell’Autorità portuale di Venezia per lo scavo dei canali, avrebbero avuto un ruolo fondamentale. Nelle 59 pagine dell’ordinanza cautelare sono riportate soprattutto le loro telefonate e i loro colloqui: il primo sarebbe stato colui che avrebbe riportate ordini e direttive del «grande capo», cioè Mazzacurati, in modo da far vincere l’associazione d’imprese che con il presidente del Consorzio si erano lamentate per non aver lavorato a sufficienza per il Mose. Savioli è, invece, colui che avrebbe «consigliato» ad alcune cooperative di non presentare offerte per l’appalto del Porto, ricevendo in cambio altri lavori per il Mose.

Giorgio Cecchetti

 

Prestanome per le fatture sui sassi croati

Commercialista indagato, aiutò la coop San Martino a costruire una “cartiera”: sequestrati 140 mila euro in pezzi da 500

VENEZIA – Ci vorrà almeno un mese di lavoro certosino per controllare documenti, telefoni, pc e tablet sequestrati nel corso delle 140 perquisizioni ordinate in tutta Italia dal pm Paola Tonini per fare luce sui fondi neri creati in seno al Consorzio Venezia Nuova. È leggendo in questi documenti che i finanzieri veneziani del colonnello Renzo Nisi dovranno capire quale strada hanno preso i soldi accumulati gonfiando le fatture, come è stato accertato per l’acquisto dei sassi in Croazia, o proponendo ribassi d’asta irrisori con la certezza di non avere concorrenti, o meglio: di averli nella stessa squadra, disposti a farsi da parte con la certezza di ottenere commesse su altri fronti, obbedendo, come è emerso dalle intercettazioni, alla volontà dei presidente del Consorzio, Giovanni Mazzacurati, ora agli arresti domiciliari. Tra i faldoni di materiale sequestrato, i finanzieri dovranno guardare con attenzione, tra le altre cose, ai documenti recuperati dello studio del commercialista Alessandro Pasut, di Udine, uno dei cento indagati, esperto in fiscalità internazionale. Nel corso delle perquisizioni gli sono stati sequestrati, nel caveau di una banca della città, anche 140 mila euro in pezzi da 500 di cui bisognerà accertare l’origine. Pasut avrebbe avuto un ruolo chiave nell’aiutare la società cooperativa San Martino di Chioggia alla costituzione di una società cartiera, attraverso l’utilizzo di prestanome, individuati in Austria. Una scelta non casuale, visto che oltralpe è garantita una maggiore segretezza bancaria. Per chi conosce i meccanismi della fiscalità internazionale si tratta di un passaggio non troppo complicato, soprattutto se si hanno in contatti con le persone giuste disposte a fare da prestanome, reclutate per alcune centinaia di euro e con la promessa, spesso disattesa, di un compenso mensile. L’apertura di una casella di posta, l’invio e l’arrivo di un po’ di carte sono gli altri passaggi necessari per dare a una società cartiera una parvenza di realtà. Un meccanismo già scoperto dai finanzieri nell’indagine coordinata dal pubblico ministero Sefano Ancillotto sulla Mantovani e su Baita, che utilizzava società San Marino per fare evasione fiscale e creare fondi neri. Secondo quanto emerso dall’indagine sul Consorzio Venezia Nuova, la società cartiera austriaca avrebbe permesso alla società di Chioggia di gonfiare le fatture dei sassi importati dalla Croazia e necessari per realizzare i fondali del Mose, per un valore di circa il 30%, mettendo da parte in cinque anni, fino al 2009, qualcosa come sette milioni di euro: capire in quali mani siano finiti quei soldi sarà il passaggio ultimo dell’inchiesta.

Francesco Furlan

 

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

Copyrights © 2012-2015 by Opzione Zero

Per leggere la Privacy policy cliccare qui