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Le Fiamme Gialle nell’abitazione di un collega ufficiale: sotto la lente il suo rapporto con gli imprenditori indagati

VENEZIA – Inchiesta grandi opere e fondi neri in Veneto, perquisito un ufficiale della Guardia di Finanza legato al Reparto Aeronavale. Il pm Paola Tonini, che ha arrestato Giovanni Mazzacurati, ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, sta dando la caccia alle “talpe” che passavano informazioni, agli indagati, sugli sviluppi delle indagini. Un aspetto già emerso dall’inchiesta del pm Stefano Ancilotto che aveva portato in carcere Piergiorgio Baita, un altro “pezzo da novanta” del mondo dell’impreditoria veneta legata alle grandi opere. C’è il sospetto che questo ufficiale abbia passato qualche informazione agli indagati poi finiti agli arresti domiciliari. L’ufficiale, comunque, non è indagato. Lunedì alcuni finanzieri si sono presentati a casa dell’ufficiale e poi sono andati anche nel suo ufficio. Cercavano le prove che fosse lui una delle “talpe” e se magari avesse pure degli atti del procedimento. Magari documenti ricevuti da altri considerato che non appartiene al reparto che si sta occupando delle indagini. Lo stesso ufficiale ha consegnato spontaneamente ai colleghi, materiale informatico: pc, chiavette usb ed elenchi di numeri telefonici. Materiale su cui ora saranno svolti degli accertamenti. Non è stata una cosa semplice per i finanzieri perquisire il loro collega che ha sempre goduto della stima di superiori e sottoposti. Ma del resto quanto emerso dalle indagini non lasciavano alternative al sostituto Tonini. Infatti intercettando i telefoni di alcuni imprenditori chioggiotti, poi finiti agli arresti domiciliari, gli investigatori sentono il loro collega parlare con gli indagati. Pronuncia frasi che lasciano a dir poco perplessi i colleghi. Da quanto si è appreso avrebbe messo in guardia gli imprenditori: «Attenti a cosa dite, l’indagine sul Mose si sta allargando». È la sintesi delle frasi pronunciate dall’ufficiale. Gli investigatori vogliono capire quanto l’ufficiale conosce delle indagini, quanto realmente ha passato agli imprenditori chioggiotti e perché lo ha fatto. Sempre che la frase non sia stata detta in tono provocatorio a delle persone conosciute. Comunque il tono confidenziale mostrato tra il finanziere e gli imprenditori, non mette certo allegria agli investigatori. Il momento, per le inchieste che stanno smantellando un sistema politico-economico basato sul malaffare e durato in Veneto oltre vent’anni, è delicato. Fin dall’inizio sia il pm Ancilotto che la collega Tonini, hanno capito che la rete di copertura creata dal sistema «Mazzacurati-Baita», poteva contare su diverse “talpe” nel mondo delle forze dell’ordine e in quello giudiziario. Agli indagati sono arrivate, puntuali, parecchie informazioni su come si stavano muovendo o cosa avevano scoperto i finanzieri del Nucleo Provinciale di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Venezia. Sono stati indagati poliziotti, ex funzionari dei servizi segreti e direttori di siti giornalistici web legati ai servizi: la rete di protezione messa in piedi dal sistema era capillare e agiva sia localmente che a Roma. Per il momento ha funzionato ben poco. Ma certo non tutte le talpe sono state scoperte.

Carlo Mion

 

treviso, SI SONO AVVALSI DELLA FACOLTÀ DI NON RISPONDERE

Sutto e Pio Savioli in silenzio davanti al gip

TREVISO – Previsioni rispettate: l’ex socialista Federico Sutto ed il rappresentante delle Coop nel consiglio d’amministrazione del Consorzio Venezia Nuova Pio Savioli non hanno parlato. I due indagati eccellenti nell’inchiesta della procura di Venezia sul presunto giro di fatture false e appalti distorti nei lavori per il Mose si sono avvalsi della facoltà di non rispondere, all’interrogatorio di garanzia, ieri, in tribunale a Treviso. Non perché non avessero argomenti da sostenere a proprio favore, come precisano i loro legali, ma per pura strategia difensiva. Gli avvocati Paolo De Girolami, che difende Savioli, e Gianni Morrone, legale dell’ex segretario di Gianni De Michelis, vogliono prima leggere le carte contenute nei tre faldoni a carico dei loro assistiti e poi li sottoporranno agli interrogatori della procura. Sebbene Savioli non abbia parlato, il suo legale ha comunque chiesto al gip di Treviso Cristian Vettoruzzo, che per rogatoria ha presieduto gli interrogatori di garanzia, di revocare la misura cautelare dei domiciliari. Nessuna richiesta, invece, da parte della difesa di Sutto. Starà ora al giudice di Venezia Alberto Scaramuzza a decidere sulle istanze difensive. Ma è difficile ipotizzare, per il momento, un allentamento della misura dei domiciliari. «Il mio cliente – spiega l’avvocato De Girolami – non ha parlato ma ha anche negato ogni addebito contestato. Ho chiesto al gip di rimettere Savioli in libertà, anche perché l’indagine si può ritenere conclusa rispetto ai fatti contestati. Ci riserviamo di rispondere alle accuse dopo aver letto compiutamente le carte in mano alla procura». L’avvocato Morrone ribadisce: «Abbiamo rapidamente precisato il ruolo rivestito da Sutto all’interno del Consorzio Venezia Nuova. Per il momento non abbiamo chiesto modifiche particolari alla misura cautelare».

 

IL DIRETTORE di venezia nuova HERMES REDI

«Il Consorzio è parte lesa noi rispettiamo le leggi»

VENEZIA «È vero che ci sono persone del Consorzio coinvolte in questa inchiesta. Ma hanno agito personalmente, non per il Consorzio. Mi auguro che si possa dimostrare la loro estraneità, ma in caso contrario noi ci costituiremo come parte lesa». Hermes Redi, ingegnere padovano di lungo corso, è arrivato al vertice tecnico del Consorzio Venezia Nuova nel bel mezzo della bufera. A dire il vero qualche ora prima della bufera e degli arresti che hanno decapitato il vertice del concessionario unico. Oggi nella nuova sede dell’Arsenale, a Venezia, è convocato il primo Consiglio di amministrazione della nuova era. «Dovevamo farlo la settimana scorsa, ma poi sono arrivati gli arresti..» confessa Redi. Sarà il Consiglio della svolta. Perché in pochi mesi al Consorzio è cambiato tutto. Non c’è più Piergiorgio Baita, ex presidente della Mantovani, l’azienda padovana che ha il 40 per cento delle quote del Cvn e quasi il monopolio dei lavori nel Veneto. Ma non c’è più nemmeno Giovanni Mazzacurati, inventore del Mose, direttore dal 1984, presidente dal 2005. Al suo posto il vicentino Mauro Fabris, e direttore è arrivato Redi. «Al Consiglio dirò alcune cose molto chiare», anticipa l’ingegnere, «la prima è che noi siamo qui per collaborare con la magistratura. Non è solo un dovere, ma anche nostro interesse. Poi che queste vicende non riguardano l’attività del Consorzio». Turbativa d’asta il reato contestato all’ormai ex presidente Mazzacurati. Di gare nell’attività del concessionario unico, il cui monopolio è garantito per legge, ce ne sono ben poche. Quella era una licitazione bandita dall’Autorità portuale per uno scavo di canali del 2011. Secondo l’accusa il presidente sarebbe intervenuto «consigliando» alcune imprese a non partecipare. Al Consorzio molti sono ancora increduli, conoscendo il carattere mite dell’ingegnere. «Forse», sussurrano, «voleva tutelare le imprese minori, per troppi anni schiacciare dalle grandi. E poi, che vantaggio ne avrebbe ricavato il Consorzio? «Eventuali fondi neri», scandisce Redi, «certo non sono transitati qui. Noi i soldi li giriamo alle imprese, tratteniamo solo il 12 per cento previsto dalla legge come oneri. Quello che fanno le imprese con i loro soldi non lo possiamo sapere». Poi c’è la questione dei sassi. Fatturazioni false, prezzi gonfiati, si sospetta anche quantitativi diversi da quelli dichiarati. «Ci auguriamo che la magistratura accerti al più presto», dice Redi, «certo se il direttore dei lavori fa il suo dovere mi pare difficile imbrogliare sulle quantità». Infine il futuro. «Il Consorzio Venezia Nuova ha quasi esaurito il suo compito», dice Redi, «finiremo il Mose nel 2016, per due anni controlleremo che funzioni. Poi la sua gestione sarà affidata a un soggetto terzo con gara pubblica. Ma fino ad allora continueremo ad operare. Ci teniamo alla nostra faccia. Se ci sono state storture ed errori, è giusto rimediare. Ma senza gettare via un lavoro di anni».

Alberto Vitucci

 

INTERROGAZIONE PD ai ministri delle infrastrutture e dell’ambiente

Casson al Senato: «Mai più un concessionario unico»

VENEZIA «Ristabilire la legalità e superare il sistema del concessionario unico, che produce zone grigie e come dimostrato dalle ultime inchieste un alto indice di criminalità nei soggetti interessati». Felice Casson, ex pm a Venezia e oggi senatore del Pd, va all’attacco. E chiede l’abolizione del monopolio e delle concessioni a soggetti – come il Consorzio Venezia Nuova, la società aeroportuale Save e l’Autorità portuale – che in mancanza di effettivi controlli tendono a prevaricare e a sovrapporsi all’Autorità pubblica». Un’accusa inviata sotto forma di interrogazione ai ministri delle Infrastrutture e dell’Ambiente. Casson ricorda come nel suo testo di nuova Legge Speciale, già in discussione al Senato nella passata legislazione, fossero presenti importanti modifiche dei poteri nella direzione del federalismo e della trasparenza. Poteri sulle acque e su Marghera al sindaco, abolizione dei concessionari, poteri effettivi al Magistrato alle Acque, l’ufficio lagunare del ministero. «Più che un controllore istituzionale, efficace ed efficiente», scrive Casson, «ha dimostrato di essere quasi l’ancella del Consorzio Venezia Nuova, succube nei suoi confronti». Prima di darsi alla politica, Casson aveva da pm aperto numerose inchieste ambientali, tra cui una a carico dell’ex presidente del Magistrato alle Acque Patrizio Cuccioletta e sul rapporto controllori-controllati. Nel 2009 era stato anche grazie a una sua interrogazione che la delibera firmata dal magistrato della Corte dei Conti Antonio Mezzera – insabbiata per mesi – molto critica sulla gestione dell’attività di salvaguardia era stata alla fine pubblicata, pur con pesanti interventi sul testo originario. Sulla concessione unica, Casson ricorda che si tratta di «norma antiquata», formalmente abrogata dall’articolo 6 bis della legge 206 del 1995. «Ma di fatto sopravvissuta», annota il senatore, «grazie a escamotage giuridici del governo Berlusconi, che si era inventato un compromesso pateracchio». Facendo risalire tutti i successivi atti relativi al Mose come una prosecuzione della convenzione originaria. Così l’11 maggio del 2005 un atto aggiuntivo della stessa convenzione fissava per il Mose un prezzo chiuso (3710 milioni di euro più iva), fissando il termine dei lavori per il 31 dicembre 2012. Nessuno dei due è stato poi rispettato. Il Mose costerà 5600 milioni e sarà finito, pare, nel 2016.(a.v.)

 

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