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LA BUFERA SUL MOSE

«I giudici non si fermino. Tutti paghino i danni»

Il Comitato Ambiente Venezia: «Perché non sono stati presi in considerazione progetti meno costosi? E perché ora non si fanno prove con il mare mosso»

VENEZIA

«Chiediamo alla magistratura di andare fino in fondo. E alla Corte dei Conti di prepararsi a chiedere i danni non soltanto a chi ha realizzato le opere ma anche a tutti i dirigenti che l’hanno spinta nonostante le critiche e i pareri tecnici contrari».

Il Comitato Ambiente Venezia torna alla carica. E annuncia battaglia sulla grande opera. Adesso che la Finanza ha scoperchiato la pentola, le associazioni ricordano battaglie inascoltate di anni.

«La società francese Principia ha dimostrato che in condizioni di mare mosso le paratoie non funzionano e si ha l’effetto risonanza»,

attacca Armando Danella, per molti anni responsabile del Comune per il settore legge Speciale,

«dubbi che erano stati posti anche dai cinque saggi nel 1998. Perché non fanno le prove?».

La tesi dei comitati è chiara: con onde superiori ai tre metri e mezzo le singole paratoie entrano in risonanza. Cioè fanno passare l’acqua. Poco importa che in questi giorni il Consorzio abbia varato le prime quattro paratoie, dando il via alle «prove in bianco».

«Chiaro che il principio di Archimede funziona», dice Danella «ma le verifiche vanno fatte in condizioni di mare agitato e con modelli matematici».

Ambiente Venezia, che ha presentato anni fa un esposto alla Procura e all’Unione Europea, chiede che adesso si faccia chiarezza su alcuni passaggi «strani» di approvazione dell’opera. Danella ricorda come nel 2006 (premier Romano Prodi) il sindaco Cacciari avesse ottenuto dal governo di mettere a confronti progetti alternativi,

«meno impattanti e meno costosi». La commissione era presieduta da Enrico Letta, attuale presidente del Consiglio e allora sottosegretario di Prodi», ricorda Danella, «il ministro Di Pietro aveva affidato la relazione tecnica alla III commissione del Consiglio superiore, dove fino a pochi giorni prima era presidente Angelo Balducci, poi finito nei guai e condannato per le tangenti della cricca. Il coordinatore era l’allora segretario generale della presidenza Carlo Malinconico, anche lui coinvolto in uno scandalo. Le alternative vennero presto archiviate, e si decise di proseguire con i lavori del Mose».

«Ma adesso», hanno detto ieri i comitati in una improvvisata conferenza stampa, «occorre accendere i riflettori sui lavori».

«Troppi gli intrecci che emergono, e le gare per gli scavi del Porto sono solo una piccola questione»,

dicono i comitati,

«adesso deve rispondere la politica. Gli intrecci di interessi bypartizan che hanno portato ad approvare quel progetto senza mai ascoltare le critiche anche tecniche che venivano sollevate».

Nomi? I comitati allegano al loro dossier, reinviato alle Procure, uno schema di nomi che dal 1982 ad oggi hanno sostenuto la grande opera. Gianni De Michelis e Franco Nicolazzi, Franco Cremonese, Giancarlo Galan e Silvio Berlusconi, Romano Prodi, Paolo Costa e Antonio Di Pietro.

Alberto Vitucci

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Faro su tutte le consulenze del Consorzio

In casa del finanziere Meneguzzo biglietto di ringraziamento di Gianni Letta. Oggi gli interrogatori davanti al gip di Venezia

VENEZIA – In un modo o nell’altro, comunque indirettamente, in questa indagine su Giovanni Mazzacurati ed il Consorzio Venezia Nuova sono entrati sia il nipote Enrico Letta, ora presidente del Consiglio dei ministri, sia lo zio Gianni Letta, potente braccio destro di Silvio Berlusconi ed ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Gli investigatori veneziani della Guardia di finanza, infatti, con quelle 110 perquisizioni hanno scoperchiato il pentolone dei rapporti d’affari, di cortesia, di scambio di favori tra numerose istituzioni, personaggi politici e importanti operatori finanziari da un lato e l’associazione di imprese incaricata di una delle grande opere italiane, il Mose, dall’altro. Tra quelli che hanno ricevuto la visita delle «fiamme gialle», come già riportato, c’è il finanziere vicentino Roberto Meneguzzo, al vertice della potente holding di Vicenza «Palladio Finanziaria». Sia negli uffici della holding, nella città berica e a Roma, sia nelle abitazioni del presidente, all’hotel Excelsior al Lido di Venezia e a Vicenza, hanno raccolto tutta la documentazione che può interessare l’inchiesta veneziana e tra le carte ci sarebbe un biglietto a firma di Gianni Letta, che ringrazia Meneguzzo per il regalo ricevuto. Non solo, le «fiamme gialle» veneziane si sarebbero portate via anche la copiosa corrispondenza intercorsa tra il finanziere vicentino e l’europarlamentare del Pdl Lia Sartori. Sia Letta sia Sartori non sono estranei alle attività del Consorzio Venezia Nuova. Soprattutto il primo è stato uno dei maggiori sponsor, quando era al governo accanto a Berlusconi, della grande opera alle bocche di porto lagunari e delle imprese che da oltre 20 anni sono al lavoro per concluderla. Al nipote Enrico, invece, gli investigatori veneziani sono arrivati, sempre indirettamente, perquisendo l’ufficio nella sede romana della fondazione «VeDrò», che fa capo all’attuale capo del Governo, e l’abitazione del tesoriere Riccardo Capecchi. Nel decreto di perquisizione firmato dal pubblico ministero Paola Tonini, che coordina le indagini, è spiegato il motivo delle numerose visite, compresa quella alla fondazione di Letta e al suo tesoriere. «Ritenuto di dover accertare», si legge, «se sia stato osservato un criterio equitativo e di imparzialità dispone l’acquisizione di tutta la documentazione pertinente alle opere, ovvero alle consulenze o finanziamenti, assegnate dal Consorzio Venezia Nuova direttamente o per il tramite di società intermedie o persone fisiche». E la fondazione «VeDrò» è uno di quegli istituti che ha usufruito delle sponsorizzazioni del Consorzio veneziano nel 2011 e nel 2012. Per quanto riguarda gli accertamenti sul colonnello della Guardia di finanza in servizio a Venezia sospettato di aver passato alcune informazioni ad alcuni di coloro che sono finiti in manette per frode fiscale e turbativa d’asta ad incastrarlo sarebbero alcune telefonate intercettate agli indagati di Chioggia. L’ufficiale anche due giorni prima che scattassero gli arresti avrebbe fornito informazioni agli imprenditori, che da tempo frequentava. Oggi, intanto, al via gli interrogatori davanti al giudice Alberto Scaramuzza.

Giorgio Cecchetti

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VENEZIA NUOVA E I SUOI 29 anni DI contributi

Quel fiume di denaro nel mirino della Finanza

VENEZIA – Milioni in consulenze, sponsorizzazioni, pubblicità. Libri e pubblicazioni, brochure sulla salvaguardia e le attività del Mose. Ma anche orari Actv, libri – di letteratura e d’arte, con una casa editrice dedicata – contributi, convegni. Un fiume di denaro che il Consorzio Venezia Nuova, concessionario unico per la salvaguardia di Venezia e della sua laguna, ha distribuito in questi 29 anni. Attingendo quasi sempre da quel fondo garantito per legge. Il 12 per cento che per ogni opera realizzata spetta al Consorzio Venezia Nuova. Era salito fino al 15, nei primi anni Novanta, poi ridotto dall’allora presidente del Magistrato alle Acque Felice Setaro. Sui quasi 6 miliardi di euro spesi per il Mose e altre opere in laguna sono circa 600 milioni di euro. Necessari per pagare gli stipendi e garantire la vita dell’organismo consortile. Ma anche per molto altro. Il Consorzio ha organizzato convegni e iniziative – molti anni fa anche una riunione di aggiornamento dei magistrati della Corte dei Conti al centro Zitelle della Giudecca – e adesso, come emerge dalle carte, anche contributi a enti e associazioni culturali ed economiche, come la Fondazione dell’attuale premier Enrico Letta: Riccardo Capecchi, tesoriere di VeDrò, è stato infatti destinatario di una delle 110 perquisizioni della Finanza. Niente di illecito nel dispensare contributi, ci mancherebbe. Anche se Letta, ricordano i comitati antiMose, fu nel 2006 il coordinatore della commissione insediata da Prodi – di cui era sottosegretario – che aveva bocciato tutte le alternative al Mose proposte dal Comune e dal sindaco Massimo Cacciari. Contributi anche sostanziosi. Che il Consorzio versa ogni anno ad esempio al teatro La Fenice, l’ente lirico veneziano di cui è principale sponsor. Mazzacurati siede nel consiglio della Fondazione, ed è anche presidente del Marcianum, l’istituto culturale religioso fondato dall’ex patriarca Angelo Scola, ora arcivescovo di Milano, a cui versa sostanziosi contributi per la prosecuzione delle attività culturali e delle scuole. Soldi finiti per iniziative benefiche anche alla Banca degli Occhi, legata all’Asl 12, alla Fondazione Umberto Veronesi, a qualche convegno di Emergency. E, ancora, alla Fondazione Querini Stampalia e agli Amici della Fenice, Amici dei Musei, Istituzione per giovani artisti Bevilacqua La Masa, Ateneo veneto, Iaes (International Academy of Enviromental sciences). Non tutti hanno ricevuto la visita della Finanza per verificare la ragione dei contributi. Gli investigatori hanno effettuato nei giorni scorsi oltre centro perquisizioni e in alcuni casi visite e richieste di documenti. Tra questi anche il nuovo presidente del Consorzio Mauro Fabris, la capoufficio stampa Flavia Faccoli, le segretarie dell’ex presidente Mazzacurati, gli uffici della Tethis – società di ricerca acquistata dal Consorzio Venezia Nuova – con sede all’Arsenale. L’onchiesta va avanti, le polemiche sul monopolio anche.

Alberto Vitucci

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Il direttivo di Venezia Nuova: «Noi estranei e pronti a collaborare con la magistratura»

Il Consorzio Venezia nuova ha riunito ieri il consiglio direttivo dopo il rinnovamento dei vertici del 28 giugno scorso che, poco prima del terremoto giudiziario che ha portato ai domiciliari Giovanni Mazzacurati e altre sei persone, ha condotto Mauro Fabris alla presidenza e Hermes Redi alla direzione generale. «Dopo un’attenta e vasta disanima delle vicende in cui si vorrebbe vedere coinvolto il consorzio Venezia Nuova, emerse nei giorni scorsi, – precisa una nota – il direttivo ha ritenuto di confermare allo stato la totale estraneità del consorzio ai fatti oggetto delle indagini in corso e ha ribadito la propria completa disponibilità e il proprio interesse a collaborare pienamente con la magistratura». Il direttivo ha quindi «dato ampio mandato a Redi, che già aveva ricevuto i necessari poteri, di procedere a una complessiva riorganizzazione del Consorzio. Quale primo atto, il direttore ha proceduto al ritiro delle deleghe, in precedenza attribuite ad altri, per esercitarle direttamente». Il direttivo si è riservato di adottare «tutte le misure necessarie a propria tutela, considerandosi parte lesa in questa vicenda». La nota si conclude sottolineando «la determinazione del Cvn e delle imprese che lo costituiscono ad onorare l’impegno assunto con lo Stato del completamento delle opere del Mose, oggi realizzate per oltre il 75%, entro il 2016».

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