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La pista: i 600 mila euro dati dalla coop San Martino a Savioli finiti a politici e alti funzionari di Roma per l’ok alle dighe mobili

VENEZIA – In attesa del Tribunale del riesame, che ha già fissato per venerdì 26 luglio la discussione sulla posizione di tutti coloro che hanno già presentato o presenteranno ricorso nei prossimi giorni contro gli arresti domiciliari o l’obbligo di dimora (il primo è stato l’avvocato Marco Vassallo per Juri Barbugian di «Nautilus srl»), gli investigatori della Guardia di finanza seguono i soldi: non ci sono soltanto i sette milioni e mezzo di «nero» della Mantovani di Piergiorgio Baita in Svizzera, ma anche i cinque milioni e 864 mila euro, anch’essi creati con la fatturazione fasulla, della Coop San Martino di Chioggia. Nei loro rapporti al pm Paola Tonini, una parte dei quali i difensori hanno già potuto leggere, le «fiamme gialle» avanzano l’ipotesi che anche i fondi neri dei chioggiotti siano stati utilizzati per pagare tangenti. E non è un caso che avanzino l’ipotesi di indagare più di un dirigente del Consorzio Venezia Nuova per concussione o corruzione. Già nell’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Giovanni Mazzacurati e gli altri si legge che a Pio Savioli, rappresentante delle cooperative nel Consorzio, siano andati in due anni ben 600 mila euro. Perchè? Stando alle ipotesi investigative, i Boscolo Bacheto (ai domiciliari ci sono Mario e Stefano) avrebbero dovuto pagare per ottenere appalti e lavori dal Consorzio Venezia Nuova alle bocche di porto. Ma c’è un’altra ipotesi, che alcuni degli stessi indagati potrebbero avanzare: quei soldi, come molti altri versati dalle numerose imprese che compongono il Consorzio, sarebbero andati a formare un fondo per pagare le mazzette a Roma, non solo ad esponenti politici ma anche ad alti funzionari per fare in modo di ottenere via libera per il Mose.

C’è tra gli arrestati chi sarebbe pronto a raccontare questa verità, magari scaricando sul presidente Mazzacurati la responsabilità di fare i nomi, se lo deciderà, di coloro che hanno incassato. Gli stessi nomi, presumibilmente, che Piergiorgio Baita avrebbe confermato dopo che l’ex segretaria di Giancarlo Galan trasformatasi in manager Claudia Minutillo ha fatto al pm Stefano Ancilotto, ma lei solo per sentito dire.

Concussione o corruzione che sia si tratta di reati contestabili soltanto a pubblici ufficiali, ma ci sono ormai numerose sentenze anche di Cassazione in cui si legge che «i soggetti inseriti nella struttura organizzativa e lavorativa di una società per azioni possono essere considerati pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio quando l’attività della società sia disciplinata da una normativa pubblicistica e persegua finalità pubbliche». E il Consorzio ha addirittura una legge dello Stato che lo ha reso concessionario unico.

Da sottolineare che il giudice veneziano Antonio Liguori, facendo arrestare Lino Brentan, scriveva che la società Autostrada Venezia-Padova «non è rimessa al mercato e alla libera concorrenza sol perchè posta in essere in forma di società a partecipazione pubblica». Assicura «la cura dell’interesse pubblico affidata istituzionalmente e in via esclusiva dalla legge alla concessionaria».

Giorgio Cecchetti

 

Treviso, Pd in attesa dell’autosospensione «Savioli tolga il partito dall’imbarazzo»

E il Pd di Treviso, di cui Pio Savioli è militante (siede nel direttivo della sezione di Villorba, ma già negli anni 80 aveva la tessera del Pci) attende sempre che il consigliere del Consorzio Venezia Nuova si autosospenda dal partito, prima di procedere con i provvedimenti disciplinari previsti dalle norme statutarie. I Democratici della Marca, su questo, sono molto rigidi: il primo a essere inflessibile è il segretario provinciale Roberto Grigoletto, che chiede a Savioli di «togliere il partito dell’imbarazzo, in attesa che la giustizia faccia il suo corso». Il Pd trevigiano è esplicito: «Il nostro codice etico non ci consente di passare sopra a vicende simili. Se non lo farà lui in tempi ragionevoli, agiremo noi», Savioli è entrato nel direttivo nel 2009, ma è iscritto al Pd dalla metà dello scorso decennio, dopo aver contribuito alla campagna per le comunali 2001 nel comune villorbese. La notizia del suo arresto ha creato sorpresa, nel Pd e doppiamente, perché pochi sapevano che il manager fosse iscritto, anche a Villorba. Lo statuto del Pd, in casi simili, prevede il deferimento al comitato di garanzia e provvedimenti che possono arrivare all’espulsione. Fra segreteria provinciale e sede di Villorba, in questi giorni, linee roventi. Ma ancora si è in attesa, con palpabile imbarazzo.

 

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