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Fellin dovette lasciare il Comitato tecnico: «Consulenti pagati dai progettisti, tutto molto strano»

VENEZIA – Esperti licenziati perché «poco obbedienti». Lorenzo Fellin, ingegnere padovano docente di impiantistica e Armando Memmio, suo collega trevigiano strutturista, erano stati nominati come consulenti nel Comitato tecnico di Magistratura qualche anno fa dall’allora presidente del Magistrato alle Acque Maria Giovanna Piva. Per le critiche al Mose e ai progetti del Consorzio Venezia Nuova ci hanno rimesso il posto. E ce l’ha rimesso anche l’ingegner Piva, trasferita a Bologna dal ministro Matteoli. Una storia che riemerge nei giorni in cui la magistratura indaga sulla salvaguardia. Cos’era successo? Nel consesso di esperti del Ctm (Comitato tecnico di magistratura) si approvano tutti i progetti del concessionario unico per la Salvaguardia. I dubbi dei due ingegneri sulla modalità di costruzione delle cerniere del Mose non erano stati graditi. «Io mi sono dimesso dopo aver verificato che in quell’organismo la critica non era ammessa», racconta Fellin, «e per avere espresso le mie posizioni mi sono preso anche degli insulti». Di cosa si parlava? «In quel caso delle cerniere del Mose, il cuore delicato del sistema di dighe mobili. Io ero l’unico esperto di impianti, chiamato a far parte del Comitato dalla presidente Piva. Dopo lunghi studi ero arrivato alla conclusione che non fosse opportuno costruire le cerniere saldando i due pezzi. La letteratura scientifica internazionale lo dice». Invece? «Avevano già scelto di farle saldate, affidandole alla Fip di Padova, azienda acquistata dalla Mantovani specializzata in quel tipo di lavorazione. Mentre il progetto originario prevedeva di costruirle fuse, con una tecnologia consolidata e più sicura, usata anche per le turbine che sono molto più grandi». Nessuno del Comitato le aveva dato man forte? «Lo chiamavamo anche il circolo della Terza Età, vista la presenza di molti pensionati. In tutte le riunioni a cui ho partecipato non ci sono mai stati interventi critici, qualcuno che alzasse la mano per dire no così non va. In fondo era quello il nostro compito, controllare. Molti avevano anche progetti che andavano in discussione. O erano consulenti delle imprese del Mose o di imprese ad esse collegate». Come finì? «La presidente Piva decise di chiamare un esperto da Londra, il profesor Paolucci. La accusarono di aver ritardato i lavori e venne trasferita a Bologna, in laguna tornò Patrizio Cuccioletta. La relazione iniziale di Paolucci venne modificata, Cuccioletta telefonava a noi due dicendo che quella relazione così non andava. E lei si è dimesso «Uscii sbattendo la porta dopo una tesissima riunione del Precomitato. Anche questa una stranezza. Perché in quella sede il dibattito non viene registrato, a differenza del Comitato. E le eventuali differenze si possono appianare. Così mi sono dimesso. Prima di me avevano cacciato l’ingegner Mammino, esperto strutturista che si prendeva la briga di fare i conti e di criticare le proposte presentate. Venne sostituito dall’ingegner Vitaliani, quello delle fondazioni del Ponte di Calatrava. Nessuno aveva raccolto il suo allarme. «No. Ma tutto il sistema era abbastanza strano. Pensi che a pagare i consulenti che dovevano giudicare sui progetti erano i progettisti stessi, il Consorzio. Una situazione che mi creava un po’ di disagio. E poteva in qualche modo mettere qualcuno in soggezione psicologica». Resta una curiosità: le cerniere saldate funzioneranno bene come le fuse? «Non credo. Devono vivere sott’acqua. Il rischio di rottura aumenta. E comunque occorre una manutenzione maggiore»

Alberto Vitucci

 

Sotto inchiesta ma in lizza per un’altra grande opera

Mantovani e Consorzio anche per il porto off shore

VENEZIA – Mantovani e Consorzio Venezia Nuova sotto inchiesta. Ma intanto si progetta di affidare a loro anche un’altra grande opera, la piattaforma off shore da tre miliardi di euro al largo dell’Adriatico voluta dal Porto per le petroliere e le grandi navi portacontainer. «Sarebbe meglio bloccare nuove spese affidate a questi soggetti finché tutto non sarà chiarito», attacca Giovanni Anci, leghista e rappresentante della Provincia di Venezia in Comitato portuale. Il progetto di off shore proposto dal Porto e sostenuto da regione e Magistrato alle Acque andrà il 30 luglio all’esame della commissione Via regionale. «La progettazione è di Tethis, società della Mantovani», scrive Anci, «la progettazione infrastrutturale della Mantovani, il coordinamento del Consorzio Venezia Nuova. È un’opera rischiosa, come dimostrano gli studi, perché in caso di incidente il petrolio entrerebbe in laguna. Adesso sono curioso di vedere chi voterà a favore di quel progetto. È inutile piangere sempre dopo sul latte versato»(a.v.)

 

La Finanza: Consorzio sponsor di Orsoni alle ultime elezioni

Da un rapporto spuntano contributi anche a Marchese (Pd)

Il sindaco: tutto regolare, ho registrato quei finanziamenti

VENEZIA – I 600 mila euro che la Cooperativa San Martino di Chioggia ha prelevato dai suoi fondi neri (costituiti con la frode fiscale) e consegnato a Pio Savioli, rappresentante delle coop nel Consiglio direttivo del Consorzio Venezia Nuova, non sono che una piccola parte dell’enorme flusso di denaro che veniva versato dalle imprese consorziate nelle casse del Consorzio. Gli investigatori della Guardia di finanza, in un lungo rapporto ora finito negli atti che tutti gli avvocati difensori degli indagati hanno acquisito, spiegano che tutte le imprese dovevano versare lo 0,5 per cento dell’importo dei lavorii ottenuti per il Mose. Sono un sacco di soldi che poi venivano utilizzati sulla base delle direttive di quello che gli associati nelle intercettazioni chiamano il «Re», l’«Imperatore» o il «Doge», cioè Giovanni Mazzacurati. E in quel lungo rapporto, consegnato agli avvocati con numerose pagine coperte dagli omissis, probabilmente con le identità dei politici e dei funzionari pubblici corrotti, sono rimasti in chiaro i nomi di tre politici. Le «fiamme gialle» scrivono che le imprese del Consorzio Venezia Nuova avrebbero contribuito economicamente alle campagne elettorali del sindaco di Venezia Giorgio Orsoni e del consigliere regionale del Pd Giampietro Marchese, storico esponente del partito di Epifani e ora anche amministratore delegato di Ames (società comunale che gestisce in laguna farmacie e mense). Raggiunto telefonicamente il primo cittadino lagunare sembra quasi che si aspettasse questa notizia: «Non mi sono occupato dell’aspetto economico della mia unica campagna elettorale», spiega, «avevo un mandatario, il quale naturalmente alla fine mi ha fornito l’elenco dei sostenitori e tra questi c’erano anche alcune imprese del Consorzio Venezia Nuova». Fondi registrati e denunciati quindi, riferisce Orsoni. Il terzo nome spunta da alcune intercettazioni telefoniche, è quello dell’ex segretario della Lega Nord di Chioggia, poi assessore comunale e anche provinciale, Massimiliano Malaspina. L’allora assessore telefona ai vertici del Consorzio Venezia Nuova per perorare la causa di un’impresa di un chioggiotto, quella di Salvatore Tiozzo Brasiola. Chiede che lo facciano lavorare negli interventi alle bocche di porto per il Mose. Nessuno dei tre politici risulta indagato. Indagati, invece, anche per corruzione lo sono Giovanni Mazzacurati, Pio Savioli e altri dirigenti del Consorzio, che per ora sono stati arrestati «solo» per turbativa d’asta. Secondo i finanzieri, l’anziano ingegnere grazie alla sua posizione di potere nel Consorzio, avrebbe convogliato benefici attraverso una sua società, la «Ingegner Mazzacurati Giovanni sas» a favore delle tre figlie femmine. Gli investigatori non si sono dimenticati del Magistrato alle acque, l’organo locale del ministero delle Infrastrutture, che avrebbe dovuto controllare passo a passo il procedere dei lavori del Mose e anche i costi dell’opera. Nel loro rapporto scrivono che il rapporto tra Consorzio Venezia Nuova e Magistrato alle acque è opaco e che quest’ultimo è succube del primo. Osservazione che probabilmente, nelle pagine coperte da omissis, hanno un seguito e che con i prossimi accertamenti porteranno a nuove incriminazioni. I finanzieri, ad esempio, hanno scoperto che la Cooperativa San Martino, per quanto riguarda i sassi acquistati in Croazia, si sarebbe fatta pagare più del doppio del loro costo reale ed è così che ha costituito i fondi neri in Austria coperti con le fatture per operazioni inesistenti. Chi doveva controllare non si è accorto di nulla. Il Tribunale del riesame di Venezia, nel frattempo, ha fissato per venerdì 26 l’udienza in cui discuterà dei ricorsi, che probabilmente quasi tutti gli indagati presenteranno.

Giorgio Cecchetti

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