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Corrotti e corruttori nascosti fra gli omissis

Oggi Mazzacurati, ascoltato dal pm Tonini, sulle parti secretate delle indagini

Intanto ieri sentito il trevigiano Sutto: due ore di interrogatorio senza ammissioni

«VENEZIA – Esegue incondizionatamente gli ordini di Mazzacurati senza discuterli» scrive il pubblico ministero Paola Tonini nella sua richiesta di cattura di Federico Sutto, un tempo segretario di Gianni De Michelis ed ex sindaco di Zero Branco poi in prestito al Consorzio come addetto ai rapporti di rappresentanza del presidente. E ieri, la rappresentante della Procura lo ha interrogato per poco meno di due ore alla presenza del suo difensore, l’avvocato padovano Gianni Morrone. Nessuno ha voluto rilasciare dichiarazioni alla fine del colloquio, ma sembra che Sutto non si sia sbottonato. Insomma, ha cercato di spiegare quelle due o tre telefonate intercettate, ha spiegato che lui eseguiva le direttive del capo. Un atteggiamento che si potrebbe definire di attesa, attesa di quello che accadrà oggi: il pm Tonini, infatti, sentirà proprio Giovanni Mazzacurati su sua specifica richiesta. Difeso dagli avvocati veneziani Giovanni Battista Muscari Tomaioli e Alfredo Biagini, l’anziano ingegnere sembra orientato a raccontare quello che sa, insomma a vuotare il sacco. Probabile che il magistrato non si accontenti delle sue ammissioni sull’accordo tra le imprese per truccare la gara d’appalto dell’Autorità portuale per lo scavo dei canali navigabili. Gli chiederà delle 400 pagine del lungo rapporto della Guardia di finanza che nessuno ancora ha letto perché coperto dagli omissis. Presumibilmente in quelle pagine ci sono i nomi di coloro che Mazzacurati ha incontrato e pagato, le identità dei politici nazionali e locali che potrebbe aver corrotto in modo da ottenere i finanziamenti statali per procedere con i lavori di salvaguardia della laguna, in particolare il Mose. È evidente che se Mazzacurati imbocca questa strada, gli altri indagati non hanno speranza di cavarsela se non facendo la stessa scelta. E anche Pio Savioli, difeso dall’avvocato trevigiano Paolo De Girolami sembra deciso a seguire le orme dell’ex presidente: il suo legale ha già chiesto l’interrogatorio che è stato fissato per la prossima settimana. Nel frattempo gli investigatori della Guardia di finanza, proseguono indagini e accertamenti in particolar modo per quanto riguarda gli organi di controllo, coloro cioè che avevano il compito e il dovere di seguire passo a passo i lavori alle bocche di porto, per appurare che i lavori venissero compiuti a regola d’arte, e per controllare costi e spese. Innanzitutto il Magistrato alle acque, che nel rapporto viene definito «succube» del Consorzio, quindi i collaudatori, per la maggior parte grand comis dello Stato scelti dal Magistrato alle acque. Nel rapporto si fanno i nomi di Amedeo Liverani, dirigente del ministero dei Trasporti, di Lorenzo Quinzi e Vincenzo Fortunato, capo ed ex capo di gabinetto del ministro dell’Economia e delle Finanze, e Angelo Balducci, ex presidente del Consiglio superiore dei Lavori pubblici finito in galera perché considerato uno dei capi della cricca.(g.c.)

 

Mazzette “in proprio” ai capi del Consorzio

Alcuni dirigenti tenevano per sé le tangenti, che venivano estorte alle imprese associate

Quando l’ex presidente “condannò” il leghista Malaspina: «Ai suoi amici nessun lavoro»

VENEZIA – C’è una telefonata intercettata dai finanzieri tra Giovanni Mazzacurati e la responsabile relazioni esterne del Consorzio Venezia Nuova Flavia Faccioli in cui l’allora presidente le dice: «Bisogna fare in modo che quelli che sono associati con lui non piglino neanche un lavoro, neanche morti». Il lui in questione è l’allora assessore provinciale leghista Massimiliano Malaspina, chioggiotto, che aveva duramente attaccato il Consorzio: «Da anni», aveva sostenuto l’ex esponente del Carroccio « il Consorzio sta facendo in città il bello e cattivo tempo, con buona pace degli amministratori. Un esempio su tutti è il cantiere per il Baby Mose a Chioggia, voluto dalla giunta Guarnieri, ma per nulla osteggiato dal sindaco Romano Tiozzo. Vedere come procedono i lavori è a dir poco avvilente: due sole persone nel cantiere che operano con lentezza danneggiando l’economia di una parte importante della città». Ma c’è un retroscena che le 750 pagine del rapporto della Guardia di finanza svelano grazie alle numerose intercettazioni. La raccomandazione. Malaspina, stando alla ricostruzione delle Fiamme gialle, attraverso una terza persona aveva cercato di «spingere» una ditta di Chioggia, quella di Salvatore Tiozzo Basiola, avrebbe interceduto per fargli ottenere più lavori, quelli del Mose, presso Mazzacurati, che evidentemente non aveva prestato attenzione a questa richiesta. Poi erano arrivate le critiche di Malaspina e Mazzacurati aveva chiesto alla Faccioli di sentire Giampiero Beltotto, il portavoce del presidente della giunta regionale Luca Zaia. Il giornalista, ex caporedattore della Rai, probabilmente dopo aver sentito Zaia aveva consigliato di lasciar perdere, aveva sostenuto che non valeva la pena di rispondere a Malaspina. Mazzacurati, però, la vendetta contro chi aveva osato criticarlo e i suoi protetti l’aveva messa in cantiere.

Vita e morte. Del resto, Mazzacurati faceva e disfaceva, era lui a comandare e gli altri dovevano obbedire. «Distribuiva i lavori, decideva la vita e la morte delle imprese, interveniva sugli appalti anche al di fuori degli interventi per il Mose» scrivono i finanzieri. «Grazie agli ingenti fondi elargiti dallo Stato per la salvaguardia della laguna», prosegue il rapporto, «ha una disponibilità finanziaria che gli permette di erogare compensi a parenti e conoscenti». Il pubblico ministero Paola Tonini lo definisce «il grande burattinaio», abituato a «gestire un potere universale all’interno del Consorzio organizzato in gruppi clientelari secondo la norma del profitto personale e della sopraffazione dei gruppi economici minori». Ha evitato il carcere soltanto per la sua età avanzata, ha 81 anni, e per le sue condizioni di salute precarie. «Mediante la “Ing. Mazzacurati Giovanni sas” il presidente riesce a convogliare i benefici economici ottenuti direttamente o indirettamente dal Consorzio anche alle figlie Cristina, Elena e Giovannella» si legge in un’altra pagina del lungo rapporto.

Tangenti. Il sospetto è che «dirigenti apicali del Consorzio, abusando della propria posizione, abbiano costretto o indotto diversi responsabili di società consorziate a corrispondere indebitamente denaro o altre utilità» scrivono i finanzieri, secondo i quali chi lavora al Consorsio è pubblico ufficiale perchè la legge del 1984 lo ha reso concessionario unico. E così quei 600 mila euro che un altro degli arrestati, Pio Savioli, ha intascato da parte dei titolari della Cooperativa San Martino per favorirla nei lavori del Mose devono essere considerati una tangente. Ma, stando ai controlli dei finanzieri che hanno anche scattato le foto della consegna delle buste, Savioli ha chiesto e ottenuto soldi anche da Gianfranco Castelli della «Te.Ma.» e Diego Tramontin della «Geosigma», piccole imprese che hanno lavorato per il Consorzio. Per questo gli investigatori ipotizzano per numerosi indagati anche il reato di associazione a delinquere. E nell’elenco la Guardia di finanza ci infila pure il commercialista padovano Francesco Giordano, «consulente fiscale del Consorzio», si legge, «circa gli aspetti giuridico fiscali penalmente rilevanti».

Incontri celati. Un altro dirigente del Consorzio che, stando alle intercettazioni, è sospettato di aver intascato tangenti, ma non è stato raggiunto da alcun provvedimento, è Stefano Tomarelli legato all’impresa Condotte. Sempre i titolari della Cooperativa San Martino gli avrebbero consegnato almeno 40 mila euro. Le Fiamme gialle scrivono che Savioli e Tomarelli erano venuti a conoscenza dell’inchiesta: quest’ultimo, «consapevole dell’indagine, ha tentato di celare gli incontri con gli imprenditori, spegne il telefonino, quando entra in autostrada paga in contanti il pedaggio e non usa il telepass che pure possiede e non usa la carta di credito» si legge. Tutto questo per non far rintracciare i suoi movimenti, per non indicare con chi si incontrava e nel timore di essere intercettato, per non far ascoltare i suoi discorsi.

Giorgio Cecchetti

 

L’inchiesta si allarga a tutte le grandi opere

La commissione del Comune sulla Mantovani indagherà anche sul Consorzio

Occhi puntati su Mose, ospedale dell’Angelo, tram e Coppa America

Si partirà ascoltando il sindaco Giorgio Orsoni. Poi si proseguirà con i dirigenti e i tecnici comunali che hanno avuto nel tempo per conto del Comune rapporti professionali con la Mantovani e con le altre imprese del Consorzio Venezia Nuova. E quindi si continuerà con una lunga sequenza di audizioni, che andranno dal nuovo presidente del Consorzio Mauro Fabris – che ha da poco preso il posto dell’indagato Giovanni Mazzacurati – al direttore Ermes Redi, ai sindaci uscenti Massimo Cacciari e Paolo Costa, agli ultimi tre presidenti del Magistrato alle Acque (Maria Giovanna Piva, Patrizio Cuccioletta e Ciriaco D’Alessio) senza trascurare, tecnici, ingegneri, e appunto dirigenti comunali di oggi e di ieri come Maurizio Calligaro, Armando Danella, Leopoldo Pietragnoli, secondo un programma di audizioni proposto dal consigliere della lista In Comune Beppe Caccia. È il denso programma di lavoro che si è dato la commissione comunale d’indagine sui rapporti tra il Comune e la Mantovani – presieduta da Luca Rizzi (Pdl) – che ieri si è riunita per la prima volta a Ca’ Farsetti e che allargherà la sua sfera di interesse non solo ai rapporto tra il Comune e l’impresa guidata da Pier Giorgio Baita, ma anche, appunto, a tutta l’attività del Consorzio Venezia Nuova in rapporto all’Amministrazione. Ampia anche la sfera di dossier che verranno esaminati, che non riguarderanno solo il Mose, ma anche l’Ospedale alMare, i lavori del Tram, quelli del mercato ortofrutticolo di Mestre, l’organizzazione della Coppa America – tra gli altri – che hanno sempre visto Mantovani e Consorzio in preimo piano nei rapporti con il Comune. Il primo obiettivo – come hanno sottolineato diversi consiglieri, da Placella (Cinque Stelle) a Funari (Gruppo Misto), a Borghello( Pd) – è proprio chiarire la liceità e la correttezza dei rapporti delle imprese con il Comune, che la stessa delibera istitutiva della Commissione mette in dubbio. Il fatto che si parta con l’ascolto di Orsoni non è casuale, perché a diversi consiglieri, a cominciare da Jacopo Molina del Pd, non ha fatto piacere scoprire che il sindaco aveva ricevuto contributi per la campagna elettorale da alcune imprese del Consorzio. «Anche se quei contributi erano leciti e dichiarati – ha sottolineato Molina – il sindaco avrebbe potuto trovare la forza per ringraziare e rifiutarli per opportunità e a chi si candiderà per il 2015 chiederemo in via prioritaria di rifiutare contributi di questo tipo». Ma ci sono anche consiglieri a cui la commissione d’indagine su Mantovani e Consorzio non piace affatto, come l’ex magistrato Ennio Fortuna (Udc), che ha ribadito ieri la sua inutilità, sottolineando la liceità della comncessione unica al Consorzio e il rispetto delle leggi e prenendosi per questo dallo stesso Caccia – al termine di un duro alterco – l’accusa di voler fare solo ostruzionismo. Ma l’obiettivo della Commissione – ha sottolineato sempre Molina – è anche rimpere per il futuro «l’approccio consociativo» tra Comune e sistema delle imprese legate al Mose.

Enrico Tantucci

 

«Ci sono i prodromi di una tangentopoli del Veneto»

Anche il capogruppo di Italia dei Valori in Consiglio regionale veneto, Antonino Pipitone, interviene sugli sviluppi dell’inchiesta. «Si scorgono all’orizzonte i prodromi di una tangentopoli veneta» dichiara Pipitone . «Prima i soldi finiti a VeDrò, il “pensatoio” legato al presidente del Consiglio Enrico Letta, poi i contributi elettorali e le voci che tirano in ballo altri esponenti politici. giunto il momento di tracciare una linea. Basta. Chi ha avuto contributi dal concessionario unico o dalle aziende che sono state implicate nell’inchiesta lo dica».

 

IL CONSIGLIERE REGIONALE DI VERSO NORD ACCUSA

Bottacin: c’era un patto consociativo scellerato sui grandi appalti

Il consigliere regionale di Verso Nord Diego Bottacin chiede che la commissione di inchiesta sui lavori pubblici, istituita a marzo dal Consiglio regionale a seguito dello scandalo Mantovanì, indaghi su quello che definisce «il patto consociativo che sta alla base del sistema veneto degli appalti». La richiesta di Bottacin prende spunto dalle notizie trapelate nel corso dell’inchiesta sul Consorzio Venezia Nuova. «Quanto emerge in questi giorni», dichiara Bottacin «conferma l’esistenza di un patto consociativo tra diverse forze politiche e l’asservimento di buona parte del sistema di potere (non solo politico) veneto alla pratica della spartizione senza gara delle grandi commesse pubbliche nella nostra regione». Bottacin invita la magistratura «ad accertare ogni illecito e ogni responsabilità», ma fa appello anche alla politica perché «estirpi subito questa pratica distorta che indebolisce e soffoca l’economia veneta». «Dai documenti e dalle intercettazioni pubblicate», prosegue l’esponente di Vero Nord «emerge l’imbarazzante spregiudicatezza e spudoratezza dei vertici del Consorzio Venezia Nuova nel dispensare regalie in modo scientificamente uniforme. Ma oltre al danno, assai rilevante, costituito delle risorse tolte alla costruzione delle opere per finire a partiti, candidati, fondazioni, riviste, convegni, strenne, associazioni e via elencando, c’è un danno forse più profondo e strutturale inferto al nostro sistema economico costituito da anni di “selezione” delle imprese più fedeli a scapito di quelle più capaci». «Se, come sembra, i principali partiti politici assecondavano ogni decisione sulle grandi commesse pubbliche della regione cercando di evitare in ogni modo il ricorso alla concorrenza e al confronto di mercato, non ci possiamo sorprendere dei blandi controlli attuati dalle istituzioni pubbliche. Prima e più ancora del profilo penale, questa è una pesantissima responsabilità politica a cui i maggiori partiti veneti non si possono più sottrarre e a cui va posta con urgenza una soluzione definitiva e radicale».

 

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