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INCHIESTA – Il vincolo paesaggistico imposto sull’opera di Cardin, in realtà può bloccare opere essenziali

Altro che Palais, città paralizzata

Dal terminal per i traghetti allo sviluppo dell’aeroporto e del porto, dalla raffineria all’Oleificio Medio Piave

Il vincolo paesaggistico fatto valere per il Palais Lumière ha anche preso alla gola Marghera e Mestre paralizzando la città. Opere come il nuovo stabilimento dell’Oleificio Medio Piave, lo sviluppo di porto e aeroporto, il terminal dei traghetti a Fusina, il Vega 2, la nuova centrale a idrogeno sono tutte dentro l’area vincolata. L’impressione diffusa in città è che qualcuno volesse fare un “dispettino” a Venezia bloccando il Palais Lumière ma che, alla fine, il suo topolino abbia partorito un mostro.

A RISCHIO – Il Terminal per i traghetti a Fusina tra le opere a rischio a causa del vincolo; sotto il progetto del Palais Lumière

DUE ESEMPI – Lo sviluppo dell’aeroporto e il terminal dei traghettiIl vincolo “Palais Lumière”, che molti pensano non sarebbe mai nato a prescindere, a questo punto potrebbe clamorosamente bloccare anche opere vitali per la città: i grandi adeguamenti del Marco Polo, tanto per fare un esempio, senza dei quali l’aeroporto non potrà svilupparsi e sarebbe destinato a un lento declino. O lo stesso Terminal delle autostrade del mare di Fusina che dall’anno prossimo dovrebbe accogliere tutti i traghetti che oggi attraccano alla Marittima di Venezia e che, con grande orrore dei difensori del paesaggio e dell’ambiente, passano ogni giorno per il bacino di San Marco. (e.t.)

L’impressione diffusa in città è che qualcuno volesse fare un “dispettino” a Venezia ma che, alla fine, il suo topolino abbia partorito un mostro. Il vincolo paesaggistico, che non è mai stato fatto valere fino all’anno scorso ma che a quanto pare esiste, ha buttato giù il castello di carte del Palais Lumière come con un bello strike al bowling, purtroppo però ha anche preso alla gola Porto Marghera e Mestre.
Tutti ora aspettano l’intervento promesso dal ministro Massimo Bray quando venne a Venezia e fotografò la baracca dell’ufficio informazioni sotto al campanile di San Marco, gli rivolge l’appello che pubblichiamo qui a sotto anche l’assessore comunale all’Ambiente Gianfranco Bettin ma se un burocrate (evidentemente ispirato da qualche politico o giù di lì) ha messo in moto questo meccanismo infernale, solo uno stuolo di burocrati sarà in grado di smontarlo con grande impegno, fatica e in tempi non certo brevi. Stiamo parlando, infatti, della legge Galasso del 1985 e, soprattutto, dell’articolo 142 del Codice dei beni culturali e del paesaggio che nel 2004 l’ha integrata e modificata. Quell’articolo obbliga a imporre la totale inedificabilità fino a 300 metri dalla riva dei mari o di 150 dalle sponde di fiumi e torrenti, fino a che le regioni non avranno approvato il Piano paesaggistico. E la Regione Veneto ancora non ce l’ha questo piano, da anni lo sta elaborando.
Bettin fa notare che nessuno ha fatto valere quel vincolo per bloccare impianti pericolosissimi per la salute pubblica e per l’ambiente. L’aspetto surreale che intravede l’assessore, però, emerge anche andando a vedere che cosa quel vincolo può bloccare: il nuovo stabilimento dell’Oleificio Medio Piave, che dovrebbe essere il primo vero esempio di reindustrializzazione ecosostenibile della zona; la nuova centrale a idrogeno a Fusina; l’enorme lavoro di riorganizzazione del porto commerciale che sta portando avanti l’Autorità veneziana; il Vega 2; la trasformazione della raffineria in bioraffineria. E non parliamo delle opere realizzate dal 1985 in poi e che oggi sarebbero abusive: buona parte del centro integrato per i rifiuti di Veritas a Fusina; molti edifici di viale Ancona e via Torino come l’hotel Laguna Palace; il ponte strallato del porto; la stessa centrale elettrica Palladio di Fusina.
È surreale, commenta Bettin, «perché se penso che sono nato in un posto con un vincolo paesaggistico, in mezzo alle ciminiere di Porto Marghera, mi coglie una crisi d’identità».

Elisio Trevisan

 

Trovata surreale dei burocrati (di Gianfranco Bettin, Assessore all’Ambiente)

Vincolo surreale dove è stata consentita in passato ogni infamia

L’idea che, da decenni, esista un vincolo paesaggistico di 300 metri non solo, e giustamente, a partire dalla costa e dalla sponda lagunare come abbiamo sempre saputo, bensì, tra l’altro, anche lungo tutto il percorso dei canali artificiali che penetrano nella zona industriale di Porto Marghera è così surreale che potrebbe perfino essere vera, nel paese in cui si lasciano sfilare navi molto più grandi del Titanic davanti a san Marco senza che nessun ministro o burocrate dei Beni culturali e ambientali senta il bisogno di muoversi in fretta o in cui si autorizza con tutti i crismi una darsena al Lido grande quanto l’intera Giudecca. E dove, soprattutto, esattamente dove ora si scopre l’esistenza del famoso “vincolo” si sono autorizzati in passato impianti pericolosissimi, vere e proprie infamie nocive e letali che hanno avvelenato l’ambiente e la vita di innumerevoli lavoratori e residenti e contro le quali abbiamo lottato a lungo senza che mai si svegliasse il burocrate di turno.
Nei confronti del progetto Palais Lumiere, in realtà, le vere questioni ambientali le ha poste soltanto il Comune di Venezia, con la propria Direzione Ambiente, che ne ha rilevato formalmente e precisamente l’impatto sul piano geologico, l’impatto profondo sulle falde idriche, la necessità di intervenire sui terreni contaminati e, quindi, delle bonifiche.
Queste sono le vere questioni ambientali che si sarebbero dovute affrontare (aldilà delle questioni estetiche, sulle quali “de gustibus” e dell’impatto socioeconomico dell’opera, da valutare specificamente). Solo se le avesse superate il progetto sarebbe risultato ammissibile.
Interpretare la normativa in modo da scoprire ora l’esistenza di un vincolo, ad esempio, su via dell’Elettricità o su via della Chimica (!) farebbe ridere se non producesse un senso di atroce beffa per quanto autorizzato in passato, producendo tragedie, e per quanti nuovi intralci e difficoltà può oggi produrre al difficile ma ineludibile percorso di riqualificazione e rilancio di Porto Marghera e dell’intera città. Speriamo che il neo ministro Massimo Bray, come ha promesso, ci pensi davvero.

 

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