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A Porto Marghera solo un parte dei 35 ettari dell’area del Parco è utilizzata: i progetti di rilancio

Non c’è bisogno di coltivare sogni o incubi, a seconda dei punti di vista – come quello di costruire il gigantesco Palais Lumière di Pierre Cardin a bordo laguna o di creare dal nulla a Dolo una nuova cittadella con il nome di Veneto City – per realizzare un nuovo polo di sviluppo in una regione, come la nostra, che ha un numero di aree mai decollate con centinaia di capannoni inutilizzati.

A Porto Marghera, tra la terraferma mestrina e Venezia, c’è un’area complessiva di 35 ettari, già messa in sicurezza dal punto di vista ambientale, cablata con wi-fi a 300 mega bite, con banchine portuali e collegamenti stradali, ferroviari ed aeroportuali vicinissimi.

Si tratta dell’area del Parco tecnologico e scientifico Vega di proprietà di un consorzio pubblico-privato che prevede da anni un’estensione territoriale in quattro aree con un magnifico waterfront sulla laguna e il Centro Storico, ovvero il Vega 1, cioè quello già edificato e funzionante con 200 aziende insediate che pagano affitto e servizi ma con un problema di liquidità che ha portato il consorzio a chiedere il concordato preventivo; il Vega 2 di proprietà di Condotte Immobiliare; il Vega 3 di Immobiliare Complessi che fa capo a Giancarlo Tommasin; il Vega 4 di Docks Venezia srl delle famiglie Olivetti e Camerino, soci dell’agenzia turistica e marittima Bassani spa.

Il fatto è che, malgrado se ne parli da anni, a tutt’oggi solo l’area del Vega 1 è stata quasi del tutto edificata (tre palazzi per uso direzionale costruiti dal gruppo Guaraldo), mentre nelle altre tre aree del Vega, dopo l’acquisto, non è successo nulla, sopratutto a causa della crisi globale che ha colpito in primo luogo proprio il settore immobiliare.

Condotte per il Vega 2 ha rilanciato la proposta di realizzare, insieme al consorzio (Scarl) proprietario del Vega 1, un polo fieristico a partire dalle iniziative collaterali all’Expo 2015 di Milano incentrate sull’acqua.

«È necessario studiare con la massima attenzione quali sono le possibilità per queste aree che si trovano in una zona strategica per lo sviluppo del Veneto e di tutta l’Italia Settentrionale», osserva Giancarlo Tommasin. «L’unico serio tentativo di avviare nuove attività al posto della chimica pesante, ormai senza futuro, è costituito dal complesso Vega, che avrebbe dovuto costituire il punto di collegamento fra le due anime del Comune di Venezia. Il possibile utilizzo delle aree del Vega per l’Expo 2015 è un progetto che va seguito con attenzione e celerità, badando però a creare nuove strutture che siano utilizzabili anche dopo l’Expo. Sarebbe, infatti, un errore puntare soltanto sull’attività fieristica, visto che ci sono altri progetti in campo, come il centro di produzione multimediale e va tenuto presente la costruenda Città Metropolitana che potrebbe creare subito un primo nucleo operativo al più presto in alcuni degli uffici di proprietà».

Dal canto suo, Filippo Olivetti di Docks srl (Vega 4) ritiene «molto interessante» l’idea di utilizzare l’Expo come volano di uno sviluppo e si dice interessato alla proposta di utilizzare la sua e altre aree del Vega per l’Expo del 2015 «che potrebbe così diventare il volano capace di far sviluppare finalmente queste aree strategiche e già ben servite, in un’ottica di destinazione d’uso che non può essere solo quello direzionale. Di edifici ad uso direzionale ce ne sono già troppi, basta vedere via Torino o lo stessa Vega 1 che ha ancora uffici e spazi non utilizzati. Quel che manca, invece, sono strutture e servizi per il crescente numero di turisti che vanno e vengono ogni giorno da Venezia, destinato a raddoppiare nei prossimi dieci anni. Gli esistenti terminal del Tronchetto e di piazzale Roma per Venezia sono spesso in emergenza per il gran numero di turisti in transito e tra dieci anni la situazione sarà del tutto ingestibile. È necessario riflettere e decidere su un utilizzo delle aree del Vega in funzione di un settore in sicura espansione come quello turistico, prevedendo destinazioni d’uso di queste aree che comprendano anche la possibilità di realizzare strutture alberghiere e di ristorazione, un centro commerciale e una bella darsena sul vicino canale Brentella».

Gianni Favarato

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PARCO TECNOLOGICO » FALLIMENTO DA EVITARE

Vega Scarl chiede il concordato preventivo

Via libera del Tribunale alla procedura richiesta i primi di agosto dal cda che deve ripianare un passivo di 14 milioni

A un anno dalla defenestrazione dell’ex presidente Luigi Rossi Luciani e pochi giorni dopo le dimissioni dell’ex direttore Michele Vianello, il Tribunale civile di Venezia ha dato il via libera alla procedura di concordato preventivo per il Vega scarl-Parco scientifico tecnologico di Marghera. La decisione di presentare la richiesta, consegnata ai giudici nei primi giorni di agosto, era stata presa durante l’ultima assemblea dei soci e il Tribunale (relatore il giudice Alessandro Girardi) ha concesso ora 120 giorni ai professionisti della società per esporre un piano per pagare i creditori – il passivo avrebbe raggiunto i 14 milioni di euro – presumibilmente attraverso una serie di vendite immobiliari. I giudici veneziani hanno già nominato un commissario, il commercialista mestrino Franco De Bei: al termine dei quattro mesi il Tribunale, dopo aver sentito il commissario, dovrà decidere se approvare il piano, ammettendo Vega al concordato, o meno.

Nel frattempo, tutte le azioni risarcitorie, ingiunzioni di pagamento e pignoramenti anche da parte delle banche, sono bloccate. Un passo certo non facile quello di rivolgersi al Tribunale con la richiesta di concordato, soprattutto perché il 58,7 per cento delle partecipazioni della società sono nelle mani pubbliche: il 37,3 per cento delle azioni appartiene al Comune di Venezia, il 4,4 alla Provincia e il 17 per cento alla Regione attraverso la società «Veneto Innovazione Holding srl».

Che il bilancio della società costituita nel 1993 con lo scopo di sviluppare le attività «dirette allo sviluppo dell’area industriale di Porto Marghera attraverso la creazione di centri, attività e servizi che promuovono l’innovazione tecnologica, gestionale e organizzativa delle imprese industriali e di servizi, anche con iniziative collocate nel territorio», fosse in sofferenza era già noto da oltre un anno: quando l’ex presidente Rossi Luciani, messo su quella poltrona dall’ex governatore del Veneto Giancarlo Galan, neppure fu nominato nel Consiglio d’amministrazione, anche nel sito ufficiale di Vega si poteva leggere che la perdita era di quasi sei milioni di euro. Alcuni mesi fa, il nuovo consiglio d’amministrazione, in cui, tra gli altri, siedono Daniele Moretto, presidente sponsorizzato dall’attuale governatore veneto Luca Zaia e commercialista trevigiano, Paolo Baessato, manager di Banca Generali, Tommaso Santini, amministratore delegato ed esperto immobiliare legato a «Condotte spa», Maurizio Calligaro, ex capo di gabinetto dell’ex sindaco Massimo Cacciari, e l’avvocato di Rovigo Paola Malasoma, strettamente legata all’assessore regionale Isi Coppola, venne informato che il passivo era salito a otto milioni.

Adesso, nelle carte presentate in Tribunale, la cifra sarebbe lievitata a 14 milioni. Vega, comunque, ha un patrimonio immobiliare valutato oltre 30 milioni, ma non è facile in questo periodo di crisi piazzare sul mercato terreni, uffici e capannoni. Anche per questo, probabilmente, amministratore delegato è stato chiamato un esperto del settore immobiliare, mentre Michele Vianello, l’ex vice sindaco di Venezia, si è dimesso dalla carica di direttore generale. Tra i creditori più esposti vi sono istituti di credito e la società che fornisce l’energia, con la quale l’ex presidente Rossi Luciani aveva firmato un accordo definito “capestro” durante l’assemblea dei soci per i costi altissimi che comportava per Vega.

Giorgio Cecchetti

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