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Il Comune è convinto che la legge sia già sufficiente a tutelarlo dal vincolo paesaggistico che ha bloccato anche il Palais Lumière di Pierre Cardin. Ma per essere sicuro ed evitare brutte sorprese ha preferito impugnare, con un ricorso straordinario al Capo dello Stato, il parere dell’ufficio legislativo del ministero dei Beni culturali.
Lo scorso autunno il direttore regionale per i beni culturali e paesaggistici del Veneto, Ugo Soragni, aveva scritto al Comune facendo presente che il Palais Lumière sarebbe sorto su un’area in realtà sottoposta a vincolo paesaggistico. Sindaco e tecnici fecero un salto sulla sedia dato che in buona sostanza quel vincolo bloccherebbe non solo il Palais ma tutte le edificazioni a Porto Marghera e in buona parte di Mestre. Il primo comma dell’articolo 142 del Codice dei beni culturali, un decreto legge varato a gennaio del 2004 che aggiorna la legge Galasso del 1985, impone infatti l’inedificabilità nei territori che distano 300 metri dalla riva dei mari o 150 dalle sponde di fiumi e torrenti che fanno parte della conterminazione lagunare; e il vincolo vale fino a che le regioni non avranno approvato il Piano paesaggistico (che il Veneto ancora non ha). La nota di Soragni è accompagnata da un parere dell’ufficio legale del Ministero ed è proprio questo parere che la Giunta ieri mattina ha deciso di impugnare.
«Tra l’altro Soprintendenza e Ministero non tengono conto del fatto che l’articolo 142 (secondo comma) del Codice dei beni culturali e paesaggistici stabilisce che sono esenti dal vincolo quei territori dei Comuni che, alla data del 6 settembre 1985, erano già zone a edificazione diffusa, quindi tutta Marghera e tutta Mestre compreso il Vega – spiega l’assessore alle Attività produttive Alfiero Farinea -. I nostri uffici hanno fatto una cartografia, in base a questo secondo comma, e si vede che restano vincolate solo quelle zone che nel 1985 erano ancora da costruire, e non sono molte».
Per il Comune è fondamentale fare chiarezza su questa vicenda «perché ogni incertezza nel procedimento produce incertezza negli investimenti in zona industriale e quindi nella riconversione della stessa, e di conseguenza mette a rischio i posti di lavoro esistenti e quelli da creare» conclude Farinea.

Elisio Trevisan

 

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