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SCANDALO IN LAGUNA

INCHIESTA MANTOVANI Operazione della Finanza a Bologna. In carcere anche imprenditore emiliano

In cella un vicequestore della polizia: passava al manager informazioni riservate

IN CARCERE – Vicequestore della polizia di Bologna arrestato nell’ambito dell’inchiesta Mantovani. È accusato di avere passato a Piergiorgio Baita informazioni riservate sulle indagini. Determinanti le dichiarazioni di un imprenditore padovano.

IL BLITZ – L’operazione, ieri nel capoluogo dell’Emilia Romagna da parte della Finanza. In cella anche un altro imprenditore bolognese, accusato di avere fatto da tramite con il funzionario di polizia.

Si parlavano in codice per non farsi smascherare

È accusato di aver violato i database delle forze dell’ordine per fornire notizie dell’inchiesta all’ex manager Mantovani

INTERCETTAZIONI – Cosi venivano chiamati i soldi versati all’estero

«Le “mele” maturano e stanno in Croazia»

VENEZIA – Le “mele” che maturano in Croazia, altro non sono che i soldi che il vicequestore Giovanni Preziosa si guadagna passando informazioni riservate. Si parlano così, in codice, Manuele Marazzi e il funzionario di Polizia corrotto, nelle intercettazioni telefoniche riportate nell’ordinanza di custodia cautelare. Tono confidenziale, qualche risata, tra i due. “Stavo riflettendo, che quelle 12 mele che hai maturati fino ad adesso, ma ti servono o le lascio la?” chiede Marazzi a Preziosa, a cui spiega anche che “sono in Croazia”. Ovvero in dei conti all’estero, dove vengono depositati questi fondi a disposizione dell’informatore. “Te l’avevo detto la volta scorsa, avevi maturate 8 mele e adesso con questa cosa ne hai maturate 12 totali, altri 4″ spiega ancora Marazzi. “Per cui si capisce che il tariffario di ogni rivelazione di informazione riservata è di 4.000 euro” annota il giudice Alberto Scaramuzza.
Capita anche che il vicequestore si arrabbi, per essere stato usato quando non ce n’era bisogno, ben conscio della gravità di quel che sta facendo e dei rischi che corre. La vicenda è quella dell’auto che l’allora responsabile finanziario della Mantovani, Nicolò Buson, e il consulente Mirco Voltazza vedono a Noventa Padovana, mentre prendono un caffè. Hanno l’impressione che chi è all’interno li stia spiando, forse riprendendo, per questo si annotano la targa dell’autovettura. In effetti di tratta di finanzieri impegnati nell’inchiesta. Voltazza, preoccupato, attiva Marazzi che a sua volta coinvolge Preziosa.
Il vicequestore consulta le banche dati, ma per un puro caso non ritrova quell’auto, pensa a un errore di trascrizione della targa. Poi viene a sapere da Marazzi che alla Mantovani si sono tranquillizzati. “Qualcuno gli ha detto, ma non guardare che quello là era uno che stava seguendo una signora…” riferisce sempre Marazzi. Informazione sbagliata, ma loro non lo sospettano. “Ma questi sono scemi – ribatte, seccato, Preziosa – digli che è una testa di caz…, da parte mia e lo mando a cag… stiamo a giocare… queste cose mica si fanno”. Marazzi gli dà ragione: “Comunque lo cazzio”. Alla fine, però, i due se la ridono. “Digli che gli costerà caro” aggiunge il vicequestore. “L’importante è che guadagniamo” conclude Marazzi. (r. br.)

 

Blitz della Finanza in Emilia

Con il vice questore Preziosa preso anche un imprenditore

«Corrotto da Baita»

Funzionario di polizia arrestato a Bologna

Un vicequestore della Polizia “al servizio” della Mantovani spa. Un uomo di Stato che si lascia corrompere e passa informazioni utili all’allora amministratore delegato del colosso delle costruzioni, Piergiorgio Baita, per cercare di sviare le indagini della Guardia di Finanza di Venezia su fondi neri e false fatturazioni, ma non solo: entra, così, nei data base della forza dell’ordine per controllare un’auto che gli uomini della Mantovani temono li stia seguendo; oppure procura paletta e lampeggiate che saranno usate in una messa in scena studiata per “far paura” all’amministratore di Veneto Strade, Silvano Vernizzi, che deve sbollare una delibera pro Mantovani!
Sono accuse pesantissime quelle che ieri hanno fatto scattare le manette ai polsi di Giovanni Preziosa, 58 anni, funzionario del commissariato Santa Viola di Bologna, indagato per corruzione, peculato, accesso abusivo a sistemi informatici, rivelazione di segreti d’ufficio. In carcere anche un imprenditore del settore della sicurezza, Manuele Marazzi, 50 anni, di Monte San Pietro nel Bolognese, accusato di aver fatto da tramite con il vicequestore, insieme all’ex consulente della Mantovani, Mirco Voltazza.
È l’ennesimo sviluppo dell’operazione Baita che nel febbraio scorso aveva portato a quattro arresti eccellenti per associazione per delinquere finalizzata all’evasione fiscale, attraverso un giro di fatture false. Per gli inquirenti veneziani lo scoperchiarsi di un pentolone che pare destinato a nuovi sviluppi. Lo accenna lo stesso giudice per le indagini preliminari, Alberto Scaramuzza, che accogliendo le richieste dei pubblici ministeri Stefano Ancilotto e Stefano Buccini, ha firmato la nuova ordinanza di custodia cautelare. Per eseguirla, ieri mattina, i finanzieri del Nucleo provinciale di Polizia Tributaria, comandato dal colonnello Renzo Nisi, si sono presentati a Bologna. Preziosa è stato trasferito nel carcere di Verona, Marazzi in quello di Vicenza.
Determinanti le dichiarazioni di Mirco Voltazza, imprenditore padovano nel settore della sicurezza, che per Baita si era impegnato ad “anticipare eventuali aggressioni da parte di forze dell’ordine e magistratura”, con “attività di bonifica”, ma anche “con l’organizzazione e direzione di una piattaforma di intelligence capace di generare in sicurezza un flusso di informazioni mirate al management e all’azionista”. È stato lui, costituitosi a oltre un mese dai primi arresti, a raccontare del ruolo di Marazzi e Preziosa. Il primo avrebbe contribuito con le sue società alla creazione dei fondi neri, attivandosi anche con il vicequestore – già assessore nella giunta Guazzaloca – per l’attività di “intelligence”. Dichiarazioni supportate da più riscontri, tra cui numerose intercettazioni. Più volte Preziosa avrebbe utilizzato le banche dati delle forze dell’ordine per cercare informazioni utili alla Mantovani. E per questo sarebbe stato pagato da Marazzi e Voltazza stessi: con 162.000 euro; con la promessa di un contratto di consulenza con la Mantovani una volta in pensione del valore di 150mila euro annui; persino con un potente motore per il suo gommone. Un compenso, quest’ultimo, per la paletta e il lampeggiante forniti per “impressionare” Vernizzi che, così, avrebbe dovuto far passare una delibera che interessava alla Mantovani. Il manager nega tutto ma proprio questo episodio sta già diventando un caso politico. Il capogruppo in Regione dell’Idv, Antonino Pipitone, ha chiesto al presidente Luca Zaia di fare chiarezza.

Roberta Brunetti

 

L’INGEGNERE – Mai ricevuto minacce di indagini personali

MIRCO VOLTAZZA – Il padovano ora è indagato e ha raccontato la sceneggiata

Un imprenditore si presentò all’ad di Veneto Strade fingendo di essere un poliziotto che gli offriva “protezione” in cambio di favori a Baita

I PAGAMENTI – Un motore per la barca, 162.000 euro e la promessa di una super-consulenza

VOLTAZZA – Una confessione-fiume dopo la fuga

Mirco Voltazza, 52 anni, residente a Polverara nel Padovano, era finito da subito nella lista degli indagati dell’inchiesta sulla Mantovani, ma si era rifugiato all’estero per non scontare una condanna per ricettazione. Ragioniere, ex impiegato di banca, ex gestore dell’Aci di Piove di Sacco, ex promotore finanziario, Voltazza si era ritrovato a collaborare con la Mantovani come “consulente tecnico ambientale” per l’Expo 2015 di Milano. A marzo il rientro in Italia e l’interrogatorio fiume con il pubblico ministero, Stefano Ancilotto, che ha dato il via a questo nuovo capitolo dell’inchiesta.

 

Una “trappola” per Vernizzi

A raccontare l’episodio al sostituto procuratore di Venezia Stefano Ancilotto, che lo interroga, è Mirco Voltazza, l’imprenditore padovano di Polverara, indagato nell’ambito dell’inchiesta per frode fiscale che a fine febbraio scorso ha portato all’arresto di Piergiorgio Baita, allora dominus di Mantovani Spa, e, fra gli altri, di Claudia Minutillo, ex segretaria di Giancarlo Galan al tempo in cui l’onorevole Pdl era Governatore del Veneto.
La circostanza in oggetto è riportata nel dettaglio nell’ordinanza con cui il gip lagunare Alberto Scaramuzza ha disposto la custodia cautelare in carcere eseguita ieri dai finanzieri al comando del colonnello Renzo Nisi, nei confronti del vice questore aggiunto di Bologna, Giovanni Preziosa, e dell’imprenditore felsineo Manuele Marazzi.
Cosa c’entra Silvano Vernizzi, attuale ad di Veneto Strade, società della Regione, che ricopre anche i ruoli di segretario regionale delle Infrastrutture e di commissario per la Pedemontana? In questo caso il suo nome compare per dimostrare che Preziosa è un poliziotto corrotto, che Marazzi lo corrompe e lo paga con i soldi che gli passa Voltazza, a sua volta al soldo di Baita quale consulente in grado di “anticipare eventuali aggressioni da parte di forze dell’ordine di magistratura, concedendo all’azienda (cioè il gruppo Mantovani ) i tempi di attivazione dei diversi piani di gestione della crisi con conseguente attività di bonifica ambientale… con l’organizzazione e direzione di una piattaforma di intelligence capace di generare in sicurezza un flusso continuo di informazioni mirate al management e all’azionista”. Il tutto per la modica somma di un milione e 320mila euro.
Baita ordina e Voltazza esegue. Verrà battezzata “operazione drago”. C’è una delibera interessante per la Mantovani che Veneto Strade ha dei problemi nell’approvare: occorre impressionare Vernizzi dicendogli che “polizia e servizi lo avrebbero protetto a condizione che la delibera della Mantovani passasse”. In ballo ci sarebbero dei lavori di spostamento delle vasche della San Marco Petroli dall’area Alumix di Fusina a Marghera.
Ed ecco il piano prendere forma. Marazzi chiede a Preziosa di procurargli una paletta della Polizia di Stato e un lampeggiante. Serve per dare realismo al blitz davanti al palazzo verde sede di Veneto Strade nei pressi dell’ospedale dell’Angelo di Mestre. La macchina “truccata” viene noleggiata all’aeroporto Marco Polo: si tratta di una Lancia Delta dove per la comparsata finale prenderanno posto lo stesso Voltazza con al volante un tale Andrea Ventura collaboratore di Marazzi. Già perché uno dei servizi non si muove senza autista. I due non sanno di essere intercettati dagli investigatori delle Fiamme gialle che hanno foderato l’abitacolo di cimici.
Ecco alcuni passi dal brogliaccio trascritto: «Andrea dice che queste cose non le fanno tutti i giorni per nessuno. Voltazza indica la strada e dice che siccome lui non lo conosce glielo presenta Gigi Dal Borgo (ndr. amico e collaboratore di Baita), non si faccia vedere, ha un’Audi A6 Allroad nera. Voltazza dice che devono andare nella sede centrale di Veneto Strade, quello che incontra è amministratore delegato. Voltazza dice ad Andrea che è un tipo strano”.
Alle 17.35 il contatto con Dal Borgo che è già arrivato negli uffici di Veneto Strade e che gli comunica “adesso scendiamo”. È in quel momento che Voltazza si avvia a piedi verso lo stabile di Veneto Strade per incontrare Vernizzi e Dal Borgo facendo bene attenzione che lo stesso Vernizzi noti l’auto “della polizia”. E a notarla non è solo Vernizzi, bensì anche i suoi dipendenti. Segno che lo stratagemma ha funzionato alla grande. Per avere procurato “paletta e secchiello” il poliziotto Preziosa, il quale contribuì alla cattura dei fratelli Savi, gli agenti in servizio alla questura di Bologna che seminarono il panico a bordo della famigerata Uno bianca, sarà pagato da Voltazza con un motore fuoribordo Yamaha del valore di 8.750 euro acquistato alla Week End srl con sede a Ca’ Noghera. La consegna il 5 luglio 2012.
Vernizzi, dal canto suo, si affida a una nota ufficiale in cui afferma di non aver mai ricevuto minacce di indagini personali, né riguardanti la società Veneto Strade e che se le avesse ricevute si sarebbe rivolto immediatamente alle autorità competenti.

 

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