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«Venezia rischia di diventare come Pompei». Non una città “morta”, ma una città i cui capolavori e monumenti rischiano di cadere a pezzi, vittime del tempo, dell’incuria, dei mancati restauri. E’ un grido d’allarme e insieme una richiesta d’aiuto quella che lancia il responsabile dei Beni Culturali Ecclesiastici di Venezia, Monsignor Antonio Meneguolo.

Il drammatico Sos giunge all’indomani dell’ultimo caso di opera d’arte in urgente quanto vana attesa di restauro: il grande “dipinto di luce” attribuito all’artista Bartolomeo Vivarini che si trova nella chiesa dei Santissimi Giovanni e Paolo, a Venezia. Una magnifica e grandiosa vetrata quattrocentesca che il Lorenzetti, nella sua guida storico-artistica della città lagunare, definisce come “una delle opere più insigni uscite dalle fornaci muranesi”.
Ebbene questa ineguagliabile e preziosa opera su vetro, il cui ultimo intervento di restauro risale agli anni ’80, sta lentamente ma inesorabilmente perdendo i pezzi. Un mese fa si è staccato un altro tassello dal collo del drago di San Giorgio, una delle 35 figure sacre che compongono l’opera alta circa 15 metri. Sarebbe necessario un intervento di recupero. Ma il restauro costa almeno 300mila euro e i soldi non ci sono e non si trovano. La Curia e la Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici di Venezia conoscono da tempo la situazione e il pericolo, tanto che circa quattro anni fa alcune delle parti più rovinate dell’imponente vetrata sono state trasferite nel deposito della Soprintendenza. Nel frattempo “il dipinto di luce” che fa mostra di sè dentro la chiesa continua a rovinarsi, deteriorarsi, e, come è appunto sucesso poche settimane fa, anche a perdere pezzi. In attesa di finanziamenti.
Ma il capolavoro del Vivarini è solo la punta dell’iceberg di una situazione che si aggrava sempre di più: numerosi capolavori di Venezia necessitano di interventi di restauro o di salvaguardia, ma mancano i mezzi. Quelli pubblici, ma anche quelli privati: anche i fondi dei pur numerosi comitati internazionali che si occupano di Venezia si stanno progressivamente inaridendo.
«Basta pensare – riprende Meneguolo – con quanta difficoltà abbiamo, da poco, ricevuto i finanziamenti dell’Arcus (la società per lo sviluppo dell’arte del Ministro per i Beni le Attività Culturali) per iniziare finalmente i lavori al campanile di Torcello, che si trovava “imbragato” e in attesa di sistemazione da almeno tre anni».
Certo, per salvare il grande “dipinto di luce”, negli anni si sono tentate molte strade: convegni, campagne di informazione, monitoraggi e rilevamenti diagnostici sulle problematiche dell’opera, anche da parte dell’Università di Padova, e un intervento “pilota” da parte della Soprintendenza veneziana su un antello, per permettere di realizzare il progetto definitivo di restauro.

«Nell’intervento abbiamo corretto – spiega la Soprintendente Renata Codello – alcuni errori tecnici compiuti dal precedente restauro negli anni ’80, che aveva provocato irrigidimenti e curvature dei vetri colorati, a causa delle vecchie tecnologie dell’epoca, non adeguate, come quelle di oggi, alla sistemazione dell’opera». Progetto che però necessita appunto di oltre 300 mila euro per essere eseguito interamente sull’opera del Quattrocento.

Il reperimento delle risorse finanaziarie è il nodo da sciogliere. Qualcosa sul fronte degli sponsor privati in tempi recenti si è mosso. L’importante e atteso intervento di restauro del ponte di Rialto sarà interamente finanziato dal patron della Diesel, l’imprenbdtore vicentino Renzo Rosso. Un esempio che si spera possa fare scuola. «Ma se lo Stato Italiano non ci aiuta – aggiunge Meneguolo – e non capisce la particolarità e l’unicità di una città speciale come Venezia, aspettiamoci di visitarla tra non molto come Pompei, perché quella sarà la sua fine».

 

I salotti dei comitati non bastano più

Venezia come Pompei? Lo spettro agitato da monsignor Meneguolo è l’ennesimo grido di allarme per il patrimonio artistico e culturale della città. Soldi non ce ne sono (o, se ce ne sono, vengono dirottati altrove), la sensibilità collettiva si ferma spesso dove il portafoglio inizia a farsi stretto e si è spenta anche quella eco mondiale che, dopo l’aqua granda del 1966, aveva fatto nascere i Comitati privati internazionali per la Salvaguardia di Venezia, a cui di tanto in tanto ci si continua ad appellare come se fossero ancora la gallina dalle uova d’oro. Sono 24 i Comitati privati riuniti nell’associazione presieduta da Umberto Marcello del Maino, ma oggi si contano sulle dita di una mano quelli attivi nei restauri e nella raccolta fondi. Gli altri hanno mantenuto l’altisonanza del nome e qualche socio di alto lignaggio, ma lo spirito filantropico iniziale via via si è affievolito arrivando al massimo a promuovere qualche cena di gala o, negli slanci più estremi, a sbandierare su giornali stranieri considerazioni su Venezia che muore. Colpa della crisi, certo. Ma anche della ferraginosità di un meccanismo che frena qualsiasi afflato mecenatistico. Non è un mistero che i Comitati sentano come un abito stretto la supervisione dell’Unesco, alla quale va una commissione del 5% su ogni progetto di restauro, a cui si aggiunge un 3.5% per i Comitati. E che vorrebbero mani libere. Ma questo non basta. Probabilmente oggi più che soldi raccolti con la mano tesa, ci vogliono cuore, idee e spirito imprenditoriale. I salotti non bastano più. Intanto ci si cominci a chiedere quale ruolo hanno e dovranno avere i 24 Comitati privati internazionali per la salvaguardia di Venezia.

Davide Scalzotto

 

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