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LA CITTA’ E LA SALVAGUARDIA

«È lo sponsor che deve essere funzionale all’arte e non viceversa. Un restauro finanziato privatamente non deve sfruttare l’opera»

«La sponsorizzazione con le affissioni non ha più senso, non serve più. Con la nostra nuova logica non c’è sfruttamento, ma promozione»

L’IMPRENDITORE – Bressan: «Le maxiaffissioni sono superate, ecco il nuovo modello di rapporto coi privati»

LO STUDIOSO – Ortalli: «Intervenga lo Stato. Gli sponsor? Attenti a non “mercificare” i beni culturali»

La Chiesa non ha soldi, lo Stato non ha soldi. E scucirli ai privati è impresa sempre più difficile. Eppure Venezia ha bisogno di fondi e interventi intelligenti per salvaguardare il suo patrimonio artistico, architettonico e culturale: nelle chiese, ma non solo. E in questa cornice si riaccende lo scontro tra chi continua a chiedere la mano dello Stato e chi, invece, chiama raccolta i privati. Ma con quali modalità? Ha ancora senso offrire a un’azienda metri quadrati di maxiaffissione in cambio del restauro di un monumento?
«Dove la Chiesa e lo Stato non arrivano ben vengano gli sponsor privati, ma le opere recuperate non devono essere finalizzate a diventare una fonte di reddito». È questa la posizione di Gherardo Ortalli, storico e docente di Ca’ Foscari, tra i fondatori di Italia Nostra. L’immagine di una “Venezia come Pompei” spaventa ma non stupisce chi contro questi problemi ha sempre lottato, tornando oggi a ribadire che, nel caso specifico, non è solo la Curia ad essere la legittima proprietaria del bene, ma l’intera comunità.

«È lo sponsor che deve essere funzionale all’arte – aggiunge Ortalli – e non viceversa. Un intervento di restauro finanziato privatamente ad un manufatto artistico, ad un quadro o alla vetrata del Vivarini deve salvaguardare il bene senza l’obiettivo di sfruttarlo, trasformandolo in un manifesto pubblicitario per chicchessia».

In primo luogo però, sostiene il docente, deve essere la Curia a farsi carico del restauro dell’opera come sua legittima proprietaria, poi l’intervento spetta allo Stato e solo come ultima spiaggia si deve ricorrere ai privati.

«Le opere d’arte veneziane, come il Vivarini – dice – sono in carico alla Chiesa ma hanno delle finalità sociali e culturali universali, per cui deve essere lo Stato Italiano a stanziare ciò che è necessario per i loro restauri».

Il professore evidenzia la contraddizione «di un paese che considera il turismo come una miniera da sfruttare, anche eccessivamente, e poi si tira indietro o non si cura di salvaguardare quei beni che sono parte fondamentale dello stesso turismo». A rimetterne quindi, sarebbe il nostro patrimonio culturale, artistico e architettonico e, di conseguenza, l’economia del paese che vive di turismo culturale.

Enrico Bressan, amministratore delegato di Fondaco, invece rilegge il ruolo dei privati e offre un modello nuovo di collaborazione con il pubblico, finalizzato proprio a rimettere in moto l’economia culturale.

«Bisogna destatalizzare la valorizzazione dei beni culturali – osserva – Il bene è comunque di proprietà pubblica, su questo non ci piove, ma la mano pubblica va limitata. E non vuol dire farla regredire o annullarla, semplicemente affidarle un ruolo di controllo sui restauri. Così si alleggerisce la struttura pubblica da ruoli che non le competono (trovare e gestire soldi) e si valorizzano le professionalità interne. Le Soprintendenze sono piene di gente brava e progetti validi, che però restano nei cassetti dei sogni per impossibilità di realizzarli».

«La nuova lettura – aggiunge Bressan – è una collaborazione tra pubblico e privato. Non più sponsorizzazione, ma partnership: il pubblico offre gli strumenti, la conoscenza e il controllo sugli interventi, il privato mette le risorse in una prospettiva diversa: non più finanziamenti a perdere, ma un intervento che coinvolge l’azienda, di cui l’azienda può andare fiera perché dà valore alla sua storia».

«Faccio un esempio – prosegue Bressan – la ditta Palazzetti ha messo in produzione un caminetto ispirato ai caminetti di Palazzo Ducale che lei stessa ha restaurato. Questo significa dare alle aziende la possibilità di portare la nostra storia e il nostro patrimonio culturale in giro per il mondo, facendone un vanto. La sponsorizzazione con le affissioni non ha più senso, non serve più. Con questa nuova logica non c’è sfruttamento del bene pubblico, ma promozione: il bene culturale aiuta l’azienda e viceversa».

«È una politica che ha successo e che non costa un euro alle amministrazioni pubbliche – conclude Bressan – Il ministero dei Beni culturali ci ha sostenuto, in 8 anni abbiamo concluso 46 restauri a Venezia, 2 a Roma, uno a Cittadella e ne abbiamo in trattativa a Palermo, Firenze, Genova. C’è chi dice in maniera generica che i veneziani non si danno da fare per la loro città. Non è vero: ci sono state 9 imprese locali che hanno restaurato un bene pubblico. I soldi ci sono, serve solo un nuovo modello di sviluppo in questo settore».

 

Meneguolo insiste: «Se nessuno ci aiuta resteranno i ruderi»

(g.pra) “Se nessuno ci aiuta possiamo tirare su le barriere contro l’acqua alta per conservare i ruderi della Serenissima”. All’indomani dell’intervista del direttore regionale per i Beni culturali Ugo Soragni che ha ricordato come l’onere del restauro delle opere ecclesiastiche spetti solo alla Chiesa in quanto proprietaria dei beni (e da lì non se ne sfugge), anche Monsignor Antonio Meneguolo, responsabile dei Beni Culturali Ecclesiastici di Venezia, torna a ribadire l’allarme già annunciato alcuni giorni fa.

“Tutto giusto ciò che ha affermato Soragni – spiega Meneguolo – ma resta il fatto che le opere da restaurare sono anche “beni collettivi”. Certo che i restauri spettano alla Curia ma non possediamo le risorse per farli: i nostri parroci possono anche saltare i pasti per risparmiare, come già accaduto in passato, ma la gravità della cifra richiesta per sistemare le opere è tale che il gesto non servirebbe a niente”.

Secondo Meneguolo la situazione sarebbe peggiorata nell’ultimo decennio. “I finanziamenti statali risalgono all’ultima Legge speciale per Venezia, nel 2002, poi non abbiamo ricevuto più nulla e per fortuna riusciamo a mantenere la Basilica di San Marco grazie ai ricavi dei biglietti per l’accesso al Campanile”.

Oltre alla mancanza di contributi da parte del Governo, secondo Meneguolo, vi sono altre due cause che hanno provocato la situazione attuale: la spopolazione della città, e quindi la carenza di fedeli, ma soprattutto la mancanza di benefattori e imprenditori che nei secoli hanno “aiutato” Venezia, pensando al suo benessere, senza nulla pretendere.

“Basta pensare che la Basilica di San Marco è stata costruita dai dogi per lasciare un loro segno a Venezia – riprende Meneguolo – e che per tutti questi secoli erano gli stessi veneziani benestanti, famiglie nobili o ricchi borghesi, che donavano parte dei loro averi per la cura della città in cui vivevano e che amavano. Oggi questa cultura non c’è più, non ci sono più le possibilità economiche e quasi non ci sono più nemmeno i veneziani”.

 

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