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LA MANOVRA – Chiusa la partita delle schede, ora toccherà alle Asl

L’ANALISI – Non ci sono solo 1200 posti letto in meno, la differenza è sui pesi: perde il Veneziano, nasce l’asse Padova-Treviso

C’è chi dice fosse l’occasione buona per fare di più. Quella spallata per ridurre le Asl (a 12 o 7) e cominciare a ragionare su una scacchiera più corta. Ma già non è stato facile portare a casa questo risultato e una pietanza in più sul piatto poteva risultare indigesta anche alla maggioranza. In fondo l’operazione schede (dopo mesi di mediazione il quadro che ne è emerso ha abbastanza tenuto conto della voce del territorio) si è chiusa quasi con una patta, come abbiamo visto in questi giorni dai risultati ottenuti provincia per provincia: la Regione è riuscita a far passare “un vestito tagliato e imbastito” su cui ancora si possono operare delle modifiche in corso d’opera. L’opposizione è riuscita ad arginare alcune “falle” nelle aree fragili e a far riflettere un po’ sul territorio (un po’ assente in queste schede).

Non è stata solo una battaglia di numeri: 1200 posti letto per acuti in meno non sono bruscolini, ma che si dovesse scendere sotto la soglia del 3.7 per mille abitanti voluta da Roma lo si sapeva da un pezzo. La vera sfida di queste schede era il cambio di mentalità: basta ospedali sotto casa, stop alle strutture generaliste che non lavorano, via a grandi centri di attrazione su cui convogliare buona parte delle risorse (Aziende ospedaliere di Padova e di Verona e in parte anche lo Iov, fresco del nuovo direttore scientifico Giorgio Palù, sul quale però le riflessioni aperte sono diverse, trasferimento compreso).

Alla fine la guerra dei primariati, che tanto ha tenuto banco soprattutto nelle ultime fasi delle schede, ad impianto già avvenuto, non ha giocato il grosso della partita. A farlo è invece l’assetto: ogni provincia ha di fatto dovuto riconvertire i piccoli ospedali per puntare tutto su quello del capoluogo che diventa il punto di riferimento della sanità per acuti. Per tutti gli altri piccole (o grandi in alcune aree come nel Veronese) manovre di riconversione. A questo punto risulta evidente lo spartiacque tra chi in questa partita ha portato a casa un buon risultato e chi invece ha raccolto meno del previsto. É il caso delle due Aziende ospedaliere, quelle che dovranno diventare punto di riferimento a livello nazionale (internazionale si è spinto qualcuno): entrambi devono cedere posti letto, Padova va a 1348, Verona a 1401. E c’è il “sorpasso” nei letti di Cardiochirurgia, 41 a Verona e 37 a Padova. Cosa che l’Ateneo patavino pare abbia mal digerito tanto che difficilmente su questo tema la partita sembra chiusa. Sempre il Veronese ha dovuto chiudere un ospedale, quello di Zevio, ma è rimasto in piedi quello di Negrar, che è privato. Nel Padovano c’è la grande vittoria del Camposampierese che si porta a casa un ospedale completamente a vocazione traumatologica (e quindi sostenuto da una rete dell’emergenza-urgenza di tutto rispetto). Ospedale che era molto corteggiato anche da altre zone, come il Veronese che avrebbe gradito due poli.
Dalla manovra esce poi l’intera area trevigiana non solo rinforzata, ma anche perfettamente complementare di quella padovana (per specialità). E si crea a questo punto un nuovo baricentro dove l’Ovest del Veneto (se pur è stata rafforzata l’Azienda ospedaliera veronese) diventa più debole. Con un Veneziano che ne esce schiacciato ed è riuscito solo a portare a casa nulla di più di una manovra “conservatrice”. C’è stata poi la grande partita dei privati: hanno certamente perduto posti, ma potranno giocarsi i 300 letti in più dedicati ai cittadini provenienti da fuori regione (o dalla Ue). Come sono stati creati gli ospedali “monospecialisti riabilitativi”: Motta di Livenza, Lonigo, Malcesine, Asiago, Lamon e Trecenta.
Ora le partite ancora aperte sono due: la prima è la “messa in regola” del territorio (senza la quale impossibile riconvertire i letti ospedalieri). L’altra, che diventa ora più vicina, quella del taglio delle Asl. Il grosso del lavoro è stato fatto, la maggior parte dei doppioni (quelli pesanti) sono stati limati all’interno dei bacini provinciali. É una volontà politica. Volontà che il presidente Zaia ha più volte manifestato e che non spiace neppure all’assessore Luca Coletto. E che anche per il segretario Domenico Mantoan che sul nuovo assetto del Veneto da tecnico ha una sua chiara visione, potrebbe diventare la cucitura finale del nuovo assetto.

Daniela Boresi

 

IL DECANO – Carlo Alberto Tesserin: meno risorse, vanno gestite al meglio

«Un primo atto, il Piano è più complesso»

Carlo Alberto Tesserin (Pdl) ha vissuto la maratona delle schede (è più di un anno che si mettono a punto) passo passo. Così come sta facendo con la sanità da qualche lustro a questa parte. Una manovra, quella attuale, che è tra le più dirompenti degli ultimi 12 anni. «Non possiamo comprenderne i fini se non si considera la condizione economica. – sottolinea il componente della V. Commissione diretta da Leonardo Padrin – Abbiamo risorse in contrazione e c’era l’obbligo di gestirle al meglio. Non solo dobbiamo erogare una buona sanità, ma dobbiamo anche guardare avanti: innovare per essere competitivi. Allungandosi l’età media di vita cambiano anche i bisogni della popolazione». Lo sforzo più forte è far si che la parte più anziana sia curata sul territorio e non negli ospedali, o che ci siano strutture di supporto che facciano parte del tessuto sociale piuttosto che del sanitario. «É questa la sfida che abbiamo cercato di cogliere», spiega. E il taglio delle Asl? Per Tesserin di fatto è già stato messo in atto, razionalizzando. «Non dimentichiamo che queste schede sono meno avanzate del Piano socio sanitario, che è più complesso. Quindi l’agenda è ancora fitta».

(db)

 

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