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Gazzettino – “Vajont, frana pilotata”, si indaga

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

1

ott

2013

Lauredana Marsiglia – Simona Pacini

Belluno, la Procura aprirà un’inchiesta sulla lettera pubblicata dal Gazzettino in cui la figlia del notaio Chiarelli denuncia: un’esplosione programmata provocò il disastro

L’INCHIESTA – Il procuratore Francesco Saverio Pavone e nella foto a destra Francesca Chiarelli, figlia del notaio che ha sollevato il caso

La procura di Belluno è pronta ad aprire un’inchiesta sul disastro del Vajont. Una nuova indagine, dopo quella condotta dal procuratore Mario Fabbri subito dopo la tragedia, sulle dichiarazioni fatte al Gazzettino in questi giorni dalla figlia del notaio Isidoro Chiarelli, deceduto nove anni fa. Il procuratore Francesco Saverio Pavone ha ordinato l’acquisizione della lettera nella quale Francesca Chiarelli porta alla luce una sconcertante ipotesi.

La donna ha riferito che il padre era stato testimone di un dialogo fra dirigenti della Sade avvenuto nello studio notarile di Longarone nel quale si parlava di pilotare il distacco della frana del monte Toc facendola cadere piano nell’invaso.

«Facciamolo il 9 ottobre, verso sera, saranno tutti davanti alla tivù e non se ne accorgeranno nemmeno. Avvisare la popolazione? No, non creiamo allarmismi. Abbiamo fatto le prove a Nove, le onde saranno alte al massimo 30 metri. E poi, per quei quattro montanari non è il caso di preoccuparsi troppo» avrebbero detto i dirigenti.

Il notaio, pur vincolato dal segreto professionale, avrebbe cercato di ogni modo di avvisare più gente possibile, affinché si mettesse in salvo. Una condotta che gli costò cara, sia sotto il profilo professionale sia sotto quello sociale.

«La Belluno che conta – ha raccontato la figlia Silvia – ci aveva chiuso le porte». Eppure quella sera del disastro, come hanno confermato tutti e quattro i figli del notaio, erano vestiti di tutto punto, pronti per scappare.

Oggi, alla vigilia del 50. anniversario della tragedia, la figlia Francesca riporta a galla la questione in una lettera dettagliata consegnata al nostro quotidiano.

«Dopo cinquant’anni potrebbe essere un’attività inutile, tuttavia chiederò l’acquisizione della lettera di denuncia della signora Francesca Chiarelli» dichiara il procuratore Francesco Saverio Pavone. «Qui si procederebbe per disastro colposo – considera il pm Pavone – e quindi il reato sarebbe già ampiamente prescritto. A meno che non emergano altri elementi. Ma dopo 50 anni credo che sia molto difficile risalire a fatti e persone».

«Sconvolgente» è quanto riesce a commentare il sindaco di Longarone, Roberto Padrin. «Cercheremo quella testimonianza, vogliamo capire».

Intanto, quella deposizione, che potrebbe cambiare la storia del Vajont, mettendo a fianco dei quasi 2000 morti anche l’insulto sprezzante alla memoria di «quei quattro montanari», è già sul tavolo dell’Archivio di Stato di Belluno. La direttrice, Claudia Salmini, ieri tempestata di telefonate da parte di diverse testate giornalistiche che hanno ripreso il caso sollevato dal nostro giornale, ha provveduto a far estrapolare l’atto dai 256 faldoni che compongono il corpus processuale. Da oggi sarà consultabile.

Dalle prime indiscrezione pare che la versione dei figli sia confermata. Bisognerà comunque capire in che termini sia stata fatta, perché una cosa è certa: non venne presa in considerazione. Del resto non fu facile nemmeno far riconoscere la prevedibilità del fatto, in quanto la prima perizia sostenne esattamente il contrario.

«Il non essere creduto – aveva affermato l’altro giorno Silvia Chiarelli, docente universitaria a Padova -, è stato uno dei grandi crucci di mio padre. Proprio lui che era un notaio e che quindi aveva una figura “certificante”».

 

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